Vecchia e nuova religiosità

La rivista francese "Futuribles" ha pubblicato i risultati di un'inchiesta durata vent'anni sulla religione degli europei. Differenze geografiche ed evoluzione temporale di un fenomeno che vive una nuova primavera. E che, a seconda del paese, si scontra o si incontra con la modernità.

"Religione: l'Europa a un tornante". Questo il titolo di uno studio pubblicato quest'estate dalla rivista francese Futuribles sull'evoluzione della religione nel nostro continente negli ultimi venti anni. La testata ha dedicato un numero speciale ai risultati della "European Values Survey" (Evs), un'inchiesta statistica sui valori degli europei, dalla famiglia al lavoro, dall'economia alla politica. Alla religione. Il risultato è un quadro ricco e dettagliato che, per quanto riguarda la religione - cristiana, poiché le altre religioni sono, per gli studiosi, troppo poco rappresentate in Europa per poter essere indagate significativamente - mostra un continente in veloce evoluzione, un affresco composto da mille colori diversi.

Un continente irrequieto
L'inchiesta, realizzata in tre ondate a distanza di nove anni l'una dall'altra, dal 1981 al 1999, ha indagato i valori degli europei dapprima focalizzandosi su nove paesi del nostro continente, poi, nel corso degli anni, arrivando a coprire praticamente tutta l'Europa, dall'Atlantico agli Urali.
E i dati parlano chiaro: per gli europei la religione è tornata in primo piano. Se negli anni Sessanta si è parlato di "eclissi del sacro nella società industriale", oggi la tendenza si è invertita. La prima "crepa" nel muro della secolarizzazione è comparsa con l'affermarsi, già vari anni fa, della credenza in una vita dopo la morte. Una rivalutazione della dimensione spirituale sintomatica, forse, di una rivoluzione sotterranea in atto nella nostra società benestante: cautamente, il curatore dello studio, Yves Lambert, ipotizza che la causa sia da rinvenire in una "sopravvalutazione della realizzazione di sé, tale da rendere la morte ancora più inaccettabile".

Comunque sia, dalla vita dopo la morte il revival spirituale si è esteso a macchia d'olio ad altre credenze. Se dal 1981 al 1999 in Europa continua a diminuire l'appartenenza religiosa, la pratica cultuale e la credenza nel peccato, aumenta però l'importanza attribuita alla capacità delle chiese di fornire risposte spirituali e la credenza in un Dio personale. Non solo: anche i parametri "al ribasso", che mostravano la tendenza ad un arretramento accentuato della religione nella società europea, hanno rallentato la loro caduta dal 1990 al 1999.

Altra sorpresa per chi aveva sanzionato la fine della dimensione spirituale, la "generazione della rottura", ossia di coloro che hanno vissuto da giovani la temperie degli anni Sessanta, e che oggi hanno una cinquantina d'anni, invecchiando si è riavvicinata alla religione. Non solo: se si confronta tale generazione con la generazione nata dopo il 1964 si nota che, a parità di età, quest'ultima è più religiosa della prima. Insomma, si è invertita la tendenza che vedeva ogni nuova generazione più distante dalla religione della precedente.

Il motivo di tutto questo? Yves Lambert ne cita più d'uno: la comparsa di nuovi movimenti religiosi e sette, il progresso di correnti evangeliche, pentecostali e carismatiche, l'impatto di papa Giovanni Paolo II con le giornate mondiali della gioventù, la diffusione di credenze parallele come l'astrologia e la telepatia, oltre che, fuori d'Europa, la crescita del fondamentalismo religioso. Ma i motivi vanno cercati anche allargando lo sguardo alla società nel suo complesso. La rinascita del sacro può essere letta come il ritorno del pendolo dopo la "fase di rottura religiosa, di spinta permissiva e di radicalizzazione ideologica degli anni 1960-'70", spiega Lambert. Ancora: un impulso alla spiritualità viene dalla crisi del comunismo mondiale, che per contraccolpo ha generato "un clima se non favorevole, certo più aperto alla religione", prosegue lo studioso francese.

Infine, una motivazione di ordine economico: dopo gli anni del boom, che hanno indotto gli individui a concentrarsi sulla propria realizzazione nell'aldiqua, "oggi - continua Lambert - si parla piuttosto di modernità disincantata, relativizzata, incerta di se stessa, senza speranza collettiva, minacciata dai rischi ecologici e più semplicemente dalla precarizzazione economica". L'unica a uscirne rinvigorita è la nostalgia per la religione.

Più convinti e più indistinti
La definizione coniata anni fa dalla sociologa Grace Davie, "credere senza appartenere", continua a calzare nel vecchio continente. I dati Evs non solo la confermano, ma l'arricchiscono di ulteriori elementi.
L'appartenenza religiosa continua a diminuire, tocca più i protestanti dei cattolici, attecchisce maggiormente nei paesi più laici, ma aggredisce anche le chiese dei paesi a più robusta tradizione religiosa, come l'Italia, il Portogallo e la Danimarca. In Spagna, per fare un esempio di paese ritenuto campione della cattolicità, la pratica religiosa regolare è caduta, in venti anni, dal 57% al 36%.

Ma la religione, sotto altre forme e con altre declinazioni, sopravvive e anzi si rigenera ovunque, ma soprattutto tra i giovani e nei paesi più secolarizzati: Francia, Belgio e Paesi Bassi. Lambert spiega che si sviluppa sempre più una religiosità "fuori pista", autonoma, diffusa. Quella dei "senza religione", coloro che non sono atei né aderiscono ad una confessione. Se nel 1981 solo il 22% di essi sosteneva di credere in Dio, nel 1999 la percentuale è salita al 31%. Si tratta di una religiosità eterodossa, fondata su elementi non rigorosamente "cristiani" quale la credenza in una vita dopo la morte che può includere la reincarnazione - e che raddoppia, passando dal 12% al 24% delle adesioni degli europei "non religiosi" in un ventennio. Aumenta, contestualmente, l'interesse per le religioni non cristiane.

Oltre ai "fuori pista", infine, altrove in Europa si riafferma un "cristianesimo di convinzione", come lo definisce Lambert: tra i credenti praticanti regolari in Italia, Portogallo e Danimarca si rinsaldano gli indicatori di religiosità, dalla credenza in un Dio personale a quella nell'inferno. E anche la credenza nel peccato, in declino nel resto d'Europa, in questi tre paesi resta stabile, segno probabilmente di un mutato clima morale.

Sfumano poi le differenze tradizionali. Tra credenti e non credenti, innanzitutto: i secondi, tradizionalmente più "di sinistra", sono diventati meno permissivi; i credenti, tipicamente più conservatori, sono, ad esempio, più tolleranti sull'omosessualità, il divorzio o l'eutanasia. Ma si è assottigliata anche la differenza tra protestanti e cattolici. Tra i quali, comunque, permane una differenza di accenti. I cattolici si dimostrano più attaccati alla famiglia tradizionale, e, in generale, un po' più conservatori (nei confronti dell'aborto come del rapporto con gli stranieri); i protestanti risultano più favorevoli all'Europa, così come - fatto nuovo - all'esercito, alla polizia e all'ordine.

I mille colori dell'affresco europeo
Ma l'Europa è lungi dall'essere un grande paese, con una cultura unica e coerente dappertutto. La religiosità, nel nostro continente, si declina al plurale. In Irlanda, che fino al 1990 era il paese più religioso, oggi la religione segna il passo, così come in Spagna e Svezia. Al contrario, in Italia, Portogallo e Danimarca la religione nell'ultimo decennio ha vissuto un netto revival.

"Le differenze di livello religioso tra paesi - sostiene Lambert - si spiegano essenzialmente per la storia delle relazioni tra il cristianesimo e la modernità, dal diciottesimo secolo fino ai nostri giorni, in ogni paese; in particolare: il ruolo dell'illuminismo, del nazionalismo, della democrazia, del capitalismo, del socialismo e, più di recente, l'evoluzione registrata dagli anni Sessanta". L'alchimia tra religione e modernità, insomma, a seconda del paese ha dato vita alle reazioni più disparate, quando tradizionaliste quando innovative, a volte laiciste altre volte spiritualiste.

Per fare qualche esempio, nei paesi che si sono aperti presto alla modernità, l'antimodernismo della chiesa cattolica del diciannovesimo secolo (l'ostilità alla libertà di coscienza e alla democrazia, per fare due esempi) ha indotto una diffusa sensibilità laica: è il caso innanzitutto della Francia, ma anche del Belgio e dei Paesi Bassi, tre paesi dove la laicità è istituzionalmente sancita. I paesi che si sono modernizzati con più lentezza, invece, come l'Italia, l'Irlanda, la Spagna e il Portogallo, hanno visto il cattolicesimo continuare ad attecchire. Con qualche differenza: in Italia, a detta di Lambert, se nei secoli scorsi la chiesa cattolica ha perso consensi per la sua opposizione all'unità d'Italia ed è stata osteggiata, nel corso del secondo dopoguerra, dal più forte partito comunista d'occidente, oggi essa gode di una popolarità assicuratale senz'altro dalla carismatica figura di papa Giovanni Paolo II. In Irlanda del nord, prima che una forte modernizzazione l'aggredisse negli ultimi anni, la forte religiosità era il frutto della saldatura tra cattolicesimo e difesa dell'identità irlandese a fronte della dominazione protestante inglese. Un caso analogo a quello della Polonia, che si è dovuta confrontare con la Germania e la Russia, e della Grecia sempre in contrasto con l'Impero ottomano. Nella Spagna del dopo Franco, invece, la relativa perdita di posizioni del cattolicesimo è lo scotto pagato da decenni di dittatura e da una modernizzazione che in tempi recenti si è messa a cavalcare.

Nei paesi protestanti, secondo lo studioso francese, la maggiore apertura della chiesa alla modernità non ha pagato in termini di popolarità. Nei paesi luterani del nord l'appartenenza religiosa è molto elevata, ma svuotata di fatto di significato e di adesione convinta; soprattutto in Svezia, dove le pratiche e le credenze religiose sono le più basse d'Europa, frutto anche del conflitto tra la robusta struttura statale socialdemocratica e il conservatorismo della chiesa luterana.

In Germania, infine, la concorrenza tra cattolici e protestanti ha giocato a favore di una certa vitalità delle chiese all'ovest, mentre l'ex Germania dell'Est è, oggi, la zona meno religiosa d'Europa.

Un'eccezione, quest'ultima, nel panorama dei paesi ex-comunisti: la percentuale di atei convinti è minima dappertutto, 8% in Russia e Repubblica ceca, 6% in Estonia e Bulgaria, altrove è ancora più bassa. Sorprendentemente, nell'Europa dell'est mezzo secolo di comunismo non si è radicato nella coscienza dei suoi abitanti.

Iacopo Scaramuzzi