A giudizio di molti osservatori, quella del ministro dell'Istruzione Letizia Moratti non è una vera riforma organica della scuola, anche se Berlusconi è stato molto abile nel farla apparire come tale.
Se sono veri i sondaggi che hanno riportato alcuni quotidiani nazionali, la maggioranza degli italiani avrebbe un'opinione favorevole alla "riforma della scuola" promossa dal ministro dell'Istruzione Letizia Moratti e approvata definitivamente il 12 marzo dal Senato. Almeno per il momento sembrerebbe che, ancora una volta, Berlusconi, mago della vendita pubblicitaria, sia riuscito nell'impresa di persuadere i cittadini italiani sulla bontà delle scelte del suo governo.
Ma solo i pochi o i tanti "adoratori" del Capo possono davvero credere che si tratta della prima organica riforma della scuola dopo Gentile. La maggioranza dei cittadini, fatti i debiti sconti agli sforzi propagandistici, deve avere concluso che è meglio che niente, qualcosa cambia finalmente nel sistema scolastico italiano dopo tanti anni di iniziative legislative fallite (magari ad un soffio dall'approvazione).
Varrebbe la pena di controllare, ciascuno nel proprio territorio, quali potrebbero essere gli effetti concreti dei due principali contenuti di questa riforma: l'anticipazione di quattro mesi dell'avvio alla scuola (compimento del requisito dell'età al 30 aprile invece che al 31 dicembre), che comporta la formazione di classi con bambini fino a 16 mesi di differenza, e la più rigida divisione tra formazione professionale e il resto della scuola superiore (licei).
Non stupisce che l'anticipazione dell'accesso alla scuola per l'infanzia e alla prima elementare abbia riscontrato consensi nelle famiglie. È in linea con la tendenza, propria dell'ideologia dominante, a offrire ai figli il "massimo di opportunità" e a svilupparne le doti il più presto possibile, per renderli precocemente "produttivi" (o, meglio, "consumatori"); alleggerisce i costi di cura e assistenza sostenuti dai genitori (la scuola materna costa certo meno della baby-sitter o dell'asilo-nido). Del resto, come è noto, alla base di questa scelta non c'è alcuna nuova riflessione psicologica, nessun progetto di rinnovamento dell'azione educativa nell'infanzia, ma solo un escamotage tecnico, davvero di corto respiro, che consente di far terminare il ciclo di studi della scuola secondaria a 18 anni e mezzo, quindi in linea con altri coetanei europei, senza dover risolvere il rebus dell'"onda anomala" che comprometteva il "riordino dei cicli" della riforma Berlinguer. In coerenza con la perversa politica di "decentramento" di Berlusconi e Bossi il problema della mancanza di strutture viene scaricato sui Comuni, già penalizzati dai minori trasferimenti di risorse conseguenti alla demagogica finanziaria 2003 di Tremonti. Vale la pena andare ad intervistare gli assessori all'Istruzione dei nostri Comuni: tutti mettono le mani avanti e si lamentano che non ci sono spazi, non ci sono aule, ci sono già oggi lunghe liste di attesa per la scuola materna. Il rischio concreto è che nei vari quartieri o nelle varie province ci siano possibilità di accesso del tutto diversificate, in modo casuale e quindi iniquo.
La scelta di rendere più rigida la separazione tra il sistema dei licei e il sistema della formazione professionale, che hanno percorsi diversi e durata diversa, non fa che confermare e approfondire le divisioni sociali già oggi largamente esistenti. Sappiamo che la maggioranza degli alunni delle scuole professionali appartengono a famiglie socialmente e culturalmente deprivate, con maggiori difficoltà di apprendimento o problemi diversi di svantaggio e di disagio. In questa situazione mi sembra pura demagogia, come fanno i sostenitori della "riforma" e sembra anche Confindustria, evocare il modello di scuole professionali tedesco e dire che finalmente la formazione professionale entra in serie A o dichiarare che sarà possibile passare da un sistema all'altro: chi conosce la realtà scolastica sa quante difficoltà vi siano anche solo nel realizzare ben più semplici "passerelle" tra indirizzi liceali diversi.
Il vero obiettivo della riforma mi pare "semplificare" per poter "risparmiare": in coerenza con altri atti del ministro Moratti (l'assenza di ogni seria politica di reclutamento, il taglio degli organici, i "risparmi" nel settore del sostegno all'handicap, l'abolizione della Commissione esterna degli esami di stato), la preoccupazione di fondo sembra quella di diminuire la spesa sociale e subordinare la scuola a presunte esigenze del mercato: così si spiegano anche scelte discutibili come quella di mettere mano, (con il "maestro prevalente") alla riorganizzazione della scuola elementare, che sembrava il ramo più equilibrato e funzionalmente didattico, a detta anche di esperti stranieri, della scuola italiana, e di ridimensionare il tempo-scuola senza tener conto della complessità della vita sociale delle famiglie di oggi e delle diversità territoriali del paese. Infine nel "profondo Nord" non si può non provare inquietudine di fronte alla proposta di "programmi di cultura regionale": di per sé non è nemmeno una innovazione (vi sono già tante scuole attente al territorio!), ma nelle situazioni dove la Lega è al governo si vede come non ci sia alcun sostegno alla "cultura locale" (per poterlo fare, i leghisti dovrebbero conoscerla!), ma piuttosto la creazione di varchi all'ideologia localistica e populista e i finanziamenti ad improvvisate "agenzie". Altri aspetti decantati della riforma sono decisamente secondari o perché già oggi praticati (ad esempio la lingua straniera e l'informatica), magari con un numero maggiore di ore di quelle previste dalla nuova legge, o perché già possibili con l'autonomia scolastica.
Il ministero guidato dalla Moratti si è finora caratterizzato per l'assenza di qualsiasi idea nel settore della politica del personale. È fin troppo facile osservare che non si può trasformare la scuola senza l'impegno e la riqualificazione di chi la fa ogni giorno, ma mi pare che la situazione sia talmente delicata che in gioco è non solo l'esito di questa "riformetta" discutibile: gli insegnanti hanno la percezione che il governo abbia abbandonato ogni sostegno alla loro funzione pubblica e che non disdegni di lasciar passare nei fatti un tendenziale svuotamento della centralità della scuola di stato nel sistema formativo italiano. Se si tiene conto anche del progressivo calo del prestigio sociale degli insegnanti l'assenza del governo risulta gravemente colpevole e produce effetti di sfiducia, disimpegno, abbandono.
L'Ulivo, la sinistra, i sindacati, le associazioni, le forze democratiche devono ancora una volta rimboccarsi le maniche. Occorre vigilare e denunciare quegli arretramenti e quelle scelte che nei fatti peggiorano la scuola italiana.
Ma sono convinto che occorra anche ripensare una strategia riformatrice. Per diversi aspetti il riformismo dei governi del centrosinistra (non solo nella scuola, ma anche nell'università) ha mostrato la sua debolezza nel concepire il cambiamento secondo la dimensione prevalente della "modernizzazione" e della "razionalizzazione", sia pure in una logica rispettosa dei principi di uguaglianza e dei diritti sociali. In passato le vere "riforme" della scuola nello stato italiano ebbero sempre sottesa un'idea di cittadino e di cultura. Qual è il compito educativo da progettare oggi, di fronte a ragazzi che vivranno nell'età della planetarizzazione, del dominio tecnologico e mediatico, delle responsabilità della scienza? Quali sono i "saperi" davvero necessari? Forse è opportuno per un po' lasciar cadere le ossessioni docimologiche e i dibattiti sulle ottimizzazioni funzionali dell'organizzazione scolastica e discutere di epistemologia. Forse vale la pena di tornare a "rileggere" le esperienze e le suggestioni di tanti maestri, anche italiani, di pedagogia della liberazione, che puntavano ad una scuola fondata sull'educazione alla libertà, allo spirito critico, alla cittadinanza solidale e che, senza disprezzare aggiornamento tecnologico e sviluppo delle conoscenze, sapevano anche porsi interrogativi radicali sui compiti di una scuola che voglia essere coerentemente democratica.
Gian Gabriele Vertova