Malgrado l'impegno di leader cristiani - dal papa al segretario del Consiglio ecumenico delle Chiese, ai dirigenti del Consiglio delle Chiese statunitensi - il metodista Bush, l'anglicano Blair, i cattolici Aznar e Berlusconi appoggiano la "guerra preventiva" contro l'Iraq. È, ingigantito e diverso, un nuovo "schiaffo di Anagni" - quello che, nel 1303, subì papa Bonifacio VIII dal re di Francia.
I missili statunitensi che alle 05,35 (ora locale) del 20 marzo hanno cominciato a cadere su Baghdad hanno colpito anche le Chiese cristiane del mondo intero. Un colpo simbolico, ovviamente, ma non per questo meno lacerante.
Con una sinfonia rara nel mondo cristiano - e sia pure con variazioni significative - le Chiese si erano espresse apertamente, a gran maggioranza, contro questa guerra, la "guerra preventiva" decisa dal governo degli Usa, e dai loro alleati, contro l'Iraq di Sad-dam Hussein. Infatti, se sulla condanna assoluta della guerra in sé le leadership delle Chiese erano e sono divise, si può dire che, salvo eccezioni, esse erano concordi nel dichiarare "illegale" una guerra scatenata senza o contro l'esplicita approvazione del Consiglio di sicurezza dell'Onu; e nel sostenere che le Parti, Iraq compreso, avrebbero dovuto osservare scrupolosamente tutte le risoluzioni del Consiglio di sicurezza.
I vertici di molte Chiese si erano spesi per risolvere il "caso Iraq" con mezzi pacifici. Il papa aveva inviato suoi messaggeri a Baghdad ed a Washington; ricevuto in udienza i rappresentanti delle varie Parti; gridato più volte "mai più la guerra" (però il 16 marzo aveva chiarito: "Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo"). Il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, Konrad Raiser, aveva dichiarato "illegale, immorale ed inutile" (ai fini di combattere davvero il terrorismo) la "guerra preventiva"; il Consiglio nazionale delle Chiese degli Stati Uniti, il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, il primate anglicano Rowan Williams e molti altri leader cristiani si erano pronunciati contro questa guerra.
Ma guerra è stata. Dal punto di vista fattuale, dunque, si deve constatare quanto sia modesto il peso che i vertici delle Chiese - dalle più potenti alle più piccole - hanno sui Grandi del mondo. Se questi decidono di armarsi, e di fare la guerra, agiscono per ragioni loro - economiche, politiche, strategiche - senza tener in alcun conto (salvo gli inchini di rito) le opinioni dei leader ecclesiastici. Se le leadership delle Chiese "benedicono" le guerre volute dal potere politico ed economico, bene; se no, sono messe alla porta.
Questa "impotenza" delle Chiese deve fare molto riflettere quanti, contagiati da un certo trionfalismo ecclesiastico, ritengono che la "pressione" delle Chiese (della Santa Sede, a Roma) possa, di per sé, insidiare le linee-guida per reggere il mondo decise dai Grandi (e dalle Multinazionali). La guerra anglo-americana - appoggiata anche dalla Spagna di José Aznar e dall'Italia di Silvio Berlusconi - ci sembra (in una situazione del tutto diversa, ovviamente!) uno "schiaffo di Anagni" elevato al cubo. Nel 1303, per ragioni politiche e religiose, gli emissari di Filippo il Bello, schiaffeggiarono (forse lo schiaffo fisico non ci fu, ma ci furono pressioni) papa Bonifacio VIII che contrastava il re di Francia.
Ebbene, il metodista Bush, l'anglicano Tony Blair, i cattolici Aznar e Berlusconi ignorano le autorità delle loro rispettive Chiese che si erano opposte alla "guerra preventiva" e, comunque, alla sua attuazione senza un chiarissimo mandato Onu. È uno "schiaffo" morale mille volte più tremendo di quello che il papato, da solo, ricevette sette secoli fa nella piccola cittadina laziale. In un certo senso, dunque, si può dire che la nuova guerra all'Iraq rappresenta anche un'enorme sconfitta per il cristianesimo.
Un cristianesimo (in Italia soprattutto cattolicesimo) dilacerato perché, dalla gente semplice ai parlamentari, in base alle proprie motivazioni laiche e di coscienza, alcuni/e hanno gridato che questa guerra è un delitto dal punto di vista del diritto, ed un peccato gravissimo dal punto di vista dei comandamenti di Dio; invece altri/e - come politici e come cristiani - hanno replicato che questa guerra è perfettamente etica ("legittima difesa").
E tuttavia l'impegno per la pace e contro la guerra (senza "se" e senza "ma") di molti cristiani - vescovi, preti, pastori, suore, ma anche laici e laiche - non è stato vano. Al contrario, esso è una ricchezza straordinaria, un germe che, come il granello di senape evangelico, lo Spirito potrebbe far crescere e fiorire per il bene del mondo intero. Certo, dopo il 20 marzo, l'impegno di questi credenti sarà più arduo. Anche perché credenti come Bush, non sapendo di bestemmiare, mentre annunciano agli Usa e al mondo che l'ordine dell'attacco all'Iraq è stato dato, invocano compunti: "God bless America", Dio benedica l'America.
David Gabrielli