Già prima di scoppiare, la guerra preventiva contro l'Iraq ha colpito l'Onu, l'Europa e l'idea stessa della politica come strumento che può garantire giustizia e sicurezza. Colpite queste vittime, tutto dopo appare diverso. Ed altre guerre potrebbero essere alle porte.
Scriviamo a guerra appena iniziata, con la promessa di Bush e degli altri membri della "piccola alleanza" che, quando i nostri lettori avranno in mano questo numero di Confronti, il conflitto sarà già concluso. Vedremo.
Ma intanto la guerra ha già mietuto le sue prime vittime. La più importante ha sede a New York, in un palazzo di vetro che più fragile non potrebbe essere. Comunque la si giri, questa guerra è una guerra senza l'Onu e nei fatti contro l'Onu. L'escamotage di aver evitato la bocciatura di una seconda risoluzione a sostegno dell'intervento militare non cambia la verità dei fatti: questa guerra è priva di quella legittimità internazionale che soltanto le Nazioni Unite - piaccia o meno ai pacifisti radicali - possono garantire. C'è chi pensa che tutte le guerre siano sbagliate ed illegittime; ma c'è una norma del diritto internazionale che affida all'Onu il compito di dare legittimità a un intervento militare. Nel caso di questa guerra all'Iraq, il riconoscimento non c'è stato. Non solo. L'attacco preventivo ha "disarmato" quegli ispettori delle Nazioni Unite proprio nel momento in cui stavano conseguendo i primi significativi risultati. Comunque vada, alla fine di questa guerra sarà legittima la domanda: a che cosa servono le Nazioni Unite? Qual è il senso del loro apparato istituzionale, politico, militare? Il dittatore di Baghdad ha pensato di poter aggirare le risoluzioni che lo impegnavano a disarmare; gli Usa e i suoi alleati hanno deciso di perseguire la loro strategia prescindendo ed anzi contraddicendo quella dell'Onu. Di fronte a questo fallimento, è chiaro che ampi settori della comunità internazionale penseranno di ridisegnare il loro sistema di relazioni prescindendo dall'Onu; nel giro di qualche anno le Nazioni Unite potrebbero addirittura ridursi a un'a-genzia internazionale di servizi di cooperazione.
Un'altra vittima della guerra è l'Europa. Il destino dell'Unione appare sempre più modesto: non diventerà mai un soggetto politico autonomo ed autorevole, né un protagonista della scena internazionale. Tutto spinge perché si accontenti di essere un mercato e, al massimo, un soggetto di indirizzi legislativi e culturali: poco più di una commissione internazionale, molto meno di una vera unione di stati. Mai come in questo frangente le esigenze e le strategie dei paesi europei sono apparse così divaricate: Francia e Germania, pure con rilevanti differenze politiche, interessate a ribadire la centralità continentale dell'asse Parigi-Berlino; l'Inghilterra, pur tra laceranti divisioni interne, continua a proporsi come l'alter ego europeo degli Usa; Italia, Spagna ed altri paesi minori oscillano tra roboanti dichiarazioni di fedeltà agli Usa e un modesto sostegno alle operazioni militari. Non è una autorevole politica di moderazione, è piuttosto il frutto dell'arte tutta mediterranea di arrangiarsi nel compromesso tra l'ossequio alla grande potenza americana e l'esigenza di tenere conto della forza di movimenti di massa contrari all'intervento militare. Infine ci sono i nuovi paesi dell'Unione, vasi di coccio costretti a viaggiare in compagnia di troppi vasi di ferro e quindi ben attenti a coltivare rapporti privilegiati con chi controlla finanza e mercati. Questa Europa non potrà andare molto lontano e si dovrà accontentare di traguardi assai più modesti di quelli che aveva sognato.
Una terza vittima è la politica, l'idea cioè che principi di giustizia e di sicurezza possano essere affermati senza il ricorso all'uso delle armi. Non è un concetto sovversivo, è semplicemente il più puro pensiero liberale che riponeva grande fiducia nella capacità della mediazione di conflitti e di interessi in funzione della preservazione della pace sociale e di quella internazionale. Disarmare Saddam e costringerlo all'esilio senza la guerra sarebbe stata la prova più grande della forza della cultura occidentale dei diritti e della giustizia. Sarebbe stata un'arma potente a sostegno dei processi di democratizzazione nel mondo arabo. Gli Stati Uniti hanno perciò rinunciato ad usare l'arma più raffinata della tradizione liberale, la politica, per ricorrere alla forza primitiva della clava.
Un pessimo esempio. Il mondo è carico di conflitti, e tra di essi quello più gravido di conseguenze per la pace mondiale è quello tra israeliani e palestinesi. Anche in riferimento a quella situazione occorreva dare prova della forza della politica e non della sua debolezza; dimostrare che il negoziato può garantire pace e sicurezza. Al contrario - e nonostante alla vigilia dell'attacco Bush si sia ricordato dell'esigenza di sostenere un processo di pace tra israeliani e palestinesi - la guerra legittima ancora una volta una soluzione "militare" del conflitto. Illusoria e sbagliata, sia da una parte che dall'altra. Il mese scorso una ragazza americana di 23 anni, attiva in un progetto di sostegno delle popolazioni civili palestinesi, è rimasta uccisa da un bulldozer israeliano a Gaza. Un'altra vittima di una logica di guerra, che si aggiunge a un lunghissimo elenco di giovani palestinesi ed israeliani uccisi anche dal fallimento o dal ripudio della logica della politica.
Le Nazioni Unite, l'Europa, la politica: sono le prime vittime di questa guerra che ci hanno promesso essere già finita. Nel frattempo molte altre vite sono cadute, altri paesi si sono armati e minacciano la sicurezza mondiale: per coerenza dovremmo concludere che altre guerre incombono. E potrebbe essere la cifra interpretativa del nuovo secolo.
Paolo Naso