Rumori di guerra, speranze di pace

Le ultime settimane sono state tra le più tragiche del conflitto mediorientale. In più di una occasione abbiamo avuto l'impressione di essere sull'orlo di un baratro; in altri momenti abbiamo sperato nella ripresa di un filo di ragionevolezza. Del resto tutti, israeliani, palestinesi e l'opinione pubblica internazionale, sanno bene qual è il prezzo ed il guadagno della pace.

Nelle ultime settimane alcuni importanti segnali di pace, e tremendi fatti di guerra, hanno contrassegnato, mescolandosi, la situazione drammatica di Gerusalemme, che ha il suo fulcro nell'irrisolto conflitto tra lo Stato d'Israele e l'Organizzazione per la liberazione della Palestina. Non sappiamo, adesso, se finiranno per imporsi le ragioni della pace o se, invece, dopo alcune schiarite, la parola ultima e spietata tornerà alla violenza. Sappiamo, tuttavia, che nostra responsabilità non delegabile - piccola tessera di un mosaico ben più ampio e complesso - è quella di fare tutto il possibile, e più ancora, perché il sole della pace nella giustizia sorga sulla Città santa ad ebrei, cristiani e musulmani, cioè a tutti i figli, nella carne o nella fede, di Abramo.

Conosciamo bene la cronaca delle ultime settimane: con lo scopo dichiarato di stroncare nella culla le fonti del terrorismo - e cioè, soprattutto, i kamikaze palestinesi che, con cronometrica regolarità, si sono "immolati" lanciandosi contro obiettivi, preferibilmente civili, israeliani, - il premier Ariel Sharon ha fatto occupare con i carri armati le principali città cisgiordane, ed in particolare Ramallah, dove di fatto il capo dell'Olp, Yasser Arafat, da mesi è stato tenuto prigioniero dagli stessi israeliani. Per piegare i palestinesi, Sharon ha dato ordine di prendere prigionieri centinaia di giovani e uomini, dai 15 ai 40 anni di età, facendoli segnare con un numero sul braccio. Ancora, Sharon ha fatto bombardare con i grandi aerei militari F-16, in modo indiscriminato, obiettivi civili, e perfino scuole (a Gaza ne è stata colpita una di proprietà del patriarcato latino, a Betlemme una della chiesa luterana), sempre sostenendo che erano covi di terroristi. Fermata per ore ad un posto di blocco, una donna palestinese è stata costretta a partorire in un'autoambulanza, perdendo il figlio. Il fotoreporter italiano Raffale Ciriello, "colpevole" solo di voler documentare la situazione a Ramallah, il 13 marzo è stato falciato dalla raffica di un carro armato israeliano. Su alcuni di questi episodi che hanno drammaticamente diviso l'opinione pubblica israeliana sono ora aperte delle inchieste: vedremo, ma è difficile pensare che non lasceranno un segno pesante.

Commentando questa situazione, il segretario generale dell'Onu Kofi Annan ha scritto a Sharon: "Israele ha il pieno diritto di difendersi dal terrore, ma questo non lo esime dall'obbligo di rispettare i princìpi fondamentali e le regole del diritto internazionale". Usando i carri armati, gli F-16 e gli elicotteri da combattimento Israele, ha proseguito Annan, di fatto attua "una guerra convenzionale a tutto campo" anche contro obiettivi civili palestinesi.

In questa spirale terribile pare non esserci spazio alcuno né per la ragionevolezza né per la speranza. E, tuttavia, proprio in un mese di marzo macchiato da tanto sangue in Israele e nei Territori, sono avvenuti dei fatti che potrebbero (il condizionale è d'obbligo) aprire spiragli di pace.

Sul fronte israeliano, continua a crescere - ora ha sorpassato i trecento - il numero dei soldati ed ufficiali riservisti israeliani che fanno obiezione di coscienza contro il servizio militare nei Territori palestinesi, sostenendo che in questo modo non si difende affatto la sicurezza di Israele, ma la si mette in pericolo alimentando l'incontenibile rabbia dei palestinesi, soprattutto di quanti, estranei alla violenza, si vedono distrutta la casa - e con essa la speranza - dagli indiscriminati attacchi israeliani.

Il principe ereditario saudita Abdullah ha detto che il suo paese è disposto (e questo chiederà anche agli altri membri della Lega araba) a riconoscere Israele, purché questo si ritiri nei confini del 1967, cioè quelli di prima della "guerra dei sei giorni", e dunque abbia termine del tutto l'occupazione israeliana della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, e Gerusalemme-est torni ai palestinesi. Da parte sua, il Consiglio di sicurezza dell'Onu, il 12 marzo, con la risoluzione 1397, ha auspicato che, nell'ex territorio del Mandato britannico, vi siano due stati, "Israele e Palestina, fianco a fianco, all'interno di confini sicuri e riconosciuti". La stessa risoluzione chiede "l'immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, incluse tutte le forme di terrorismo, provocazione e distruzione".

La Siria, membro del Consiglio, si è astenuta nella votazione, anche perché la risoluzione non chiede ad Israele l'immediato e totale ritiro dai Territori palestinesi. Tuttavia, se questa omissione è certamente cruciale e voluta (non a caso la 1397 è stata presentata proprio dagli Usa), la condanna contro "tutte le forme di terrorismo" è stata interpretata sul fronte arabo come una condanna dei kamikaze palestinesi ma, anche, del "terrorismo di Stato" israeliano.
Infine, formalmente per rafforzare l'opera del "mediatore" statunitense Anthony Zinni per la riapertura delle trattative Israele-Olp, dopo aver visitato varie capitali arabe il 18 marzo è giunto nella regione contesa anche Dick Cheney.

In tale contesto - per parlare di casa nostra - la grande fiaccolata per la pace tra Israele e l'Olp - "Due popoli, due stati" - che si è svolta a Roma il 20 marzo rappresenta un contributo positivo alla causa della pace. Al Campidoglio, infatti, vi erano rappresentanti sia del mondo ebraico italiano, che dei palestinesi che vivono in Italia, che delle variegate comunità islamiche sparse nella penisola. Oltre, naturalmente, a esponenti di molti partiti, e del mondo della cultura e delle religioni. La pace, si è detto - e anche noi non ci stancheremo di ribadirlo - non si farà cancellando lo stato d'Israele, o impedendo che nasca un vero stato di Palestina. Ma creando, accanto ad Israele, la Palestina, ambedue riconosciuti ed ambedue in sicurezza, e con Gerusalemme città condivisa.