Una grande manifestazione contro il terrorismo e per i diritti nel mondo del lavoro: è questa la chiave di lettura di una giornata che non ha concesso nulla al radicalismo e all'estremismo e che, invece, ha voluto riaffermare che non c'è lavoro senza diritti, non c'è flessibilità senza tutele.
Non si spiega la qualità civile e l'intensità emotiva della partecipazione popolare alla manifestazione della Cgil del 23 marzo senza riflettere su alcuni dati che sono etici prima ancora che politici. Nelle dichiarazioni del presidente del Consiglio, dopo l'orrendo assassinio di Marco Biagi, c'era un ragionamento implicito che suonava più o meno così: chi dissente dalla posizione del governo sull'articolo 18 è contro la memoria del mite professore di Bologna, e quindi è contiguo ai terroristi.
Questa posizione offende le regole elementari di una democrazia matura, per cui il conflitto è connaturato alla dialettica tra le parti sociali, ma ignora soprattutto un bisogno dell'immaginario collettivo: non si può rimanere vittime della paura e dell'insicurezza provocate dal terrorismo.
Non si è reagito, quindi, solo ad un provvedimento sul tema dell'occupazione. Se la delega sull'articolo 18 riguarda poche centinaia di lavoratori, come si dice spesso, non si comprende perché su di essa si siano accentrati tutti gli strali del governo e di una parte della Confindustria (Agnelli e altri industriali hanno espresso invece posizioni più moderate).
La mobilitazione sociale temeva anche un restringimento grave degli spazi di democrazia, e questo timore richiama l'altra polemica di questi giorni, quella sul regime. Ci si chiede se l'Italia sia o no un paese a rischio, senza più libertà, come le iniziative di molti intellettuali - non solo in Italia - sembrano affermare. È ovvio che una grande manifestazione come quella del 23 marzo, insieme a tutte le altre iniziative parlamentari e sindacali, sono la testimonianza più evidente del fatto che non c'è un regime in atto nel nostro paese.
Ma, allora, da dove nasce questo sentimento di protesta che percorre ormai vasti settori del paese? Il governo non riesce a convincere sino in fondo che, rendendo meno certi i diritti per i lavoratori stabili, aumenterà le opportunità di lavoro per tutti gli altri: la convinzione diffusa è che, ridotto il potere di organizzazione del sindacato, si diffonderanno precarietà e conflittualità strisciante.
Ma vi sono altre insicurezze che serpeggiano nel "popolo dell'articolo 18": pensiamo all'introduzione dissennata di criteri di mercato in settori complessi come la sanità, la scuola e la cultura. La paura non è per ora quella del regime; piuttosto quella di un conformismo limaccioso, che mescola paternalismo borbonico e sbrigativo efficientismo. Anche se non riusciamo a sottovalutare per niente i rigurgiti di fascismo di molte realtà locali - dalla Sicilia a Trieste - così come gli inviti della Lega a sparare sulle carrette degli immigrati, e a limitare i diritti dell'opposizione.
È quest'insieme di fenomeni che ha spaventato un vasto arcipelago sociale, che va dai lavoratori delle grandi fabbriche agli studenti agli insegnanti e al pubblico impiego. Un dato va segnalato in questa mobilitazione: fallite molte illusioni sulla new economy, per alcuni lavoratori delle alte professioni (i lavori "autonomi") è venuto il tempo dei timori, del rischio per il futuro e quindi della lotta sindacale.
È ovvio che non si possono nemmeno avere eccessive illusioni movimentistiche. L'esperienza dei decenni passati ci ha insegnato che le grandi mobilitazioni di piazza richiedono una sponda politica, oggi ancora da costruire: rimangono ancora aperti, infatti, seri problemi per le forze di opposizione, impegnate in un dibattito interno sulle proprie identità politiche dai contorni ancora non facili.
Insomma, oltre la questione dell'articolo 18, oggi si pone con forza la questione del lavoro in generale. In questo non c'è nulla di ideologico, né di estremista: pura e semplice cultura del lavoro e dei diritti, cultura liberale se si vuole, che si salda ad altre questioni come l'immigrazione, le pensioni, la solidarietà. In merito a queste politiche, oggi segnalano il loro scontento settori del volontariato e della Chiesa cattolica, organizzazioni del commercio, esponenti dei centristi del Polo.
C'è infine un altro motivo di riflessione. Il gravissimo gesto contro Marco Biagi è la spia di un rischio vero per la vita democratica: l'attacco indiscriminato a una parte del movimento sindacale, l'equiparazione tra conflitto sociale e odio politico può aprire una frattura tra soggetti sociali e istituzioni. Quando le ragioni della politica non riescono a fornire risposte ai movimenti sociali, il pericolo è il vuoto culturale, il ripiegamento e lo scoraggiamento.
Il disegno degli attentatori tenta di inserirsi in questa tenaglia, tra le difficoltà dell'opposizione democratica e il populismo strumentale: lo scopo è fornire allo scontento la sponda della lotta armata. Se la democrazia sarà vitale e partecipata, quel disegno non riuscirà, come non è riuscito nel 1977. Ma la posta è altissima. È bene saperlo, e seguire le vicende dei prossimi mesi con mente fredda e occhi aperti. Chi pensava che la politica fosse attività desueta da delegare ai professionisti del settore, dovrà ricredersi velocemente.
Umberto Brancia