Una strada difficile ma obbligata

Vi sono molte ragioni che spingono verso un dialogo tra le diverse comunità di fede: la società sempre più complessa, le migrazioni massicce di popolazioni che provocano mescolamenti di culture dissimili, le interconnessioni economiche e sociali tra Nord e Sud del mondo. L'opinione di una teologa protestante.

Le chiese cristiane sono indubbiamente poste di fronte ad una serie di trasformazioni che in qualche modo decideranno del loro futuro e del senso della loro identità nella società complessa in cui viviamo. Alcuni fronti delle chiese reagiscono con durezze e chiusure tipiche delle gerarchie istituzionali o delle identità difese con la forza della paura. Paura di perdere le proprie sicurezze, paura di spostarsi dal proprio centro di gravità. Ma se la libertà del dialogo interreligioso sembra a momenti trovare un freno nelle dichiarazioni e decisioni della Congregazione per la dottrina della fede, in campo cattolico, o nei timori di certo fondamentalismo protestante, oggi viviamo con una nuova consapevolezza: i tentativi di bloccare il dialogo interreligioso non possono più avere successo. Ci sono delle ragioni esteriori, legate al mondo in cui siamo, ma anche, e molto più importanti e fondamentali, delle ragioni interne alla stessa fede cristiana. Proviamo a vederle insieme, queste ragioni, per fare il cammino che ci porta dalla rigidità all'accoglienza, dalla conservazione avara del nostro tesoro di fede alla sua condivisione che fa nascere cose nuove.

Vorrei fare ancora una premessa necessaria. Con tutto il nostro ragionare intorno al dialogo, alla fine ci siamo accorti - ci siamo fatti dire dagli altri - che nel dialogo il soggetto cambia. Nel dialogo non esiste la centralità di un soggetto che si pone di fronte all'altro: ogni soggetto in gioco è "altro" per l'altro. Questo ridimensiona la nostra posizione assoluta di un soggetto di fronte all'alterità, perché anche noi diventiamo alterità, perdiamo arroganza e assolutezza, entriamo in una dinamica di rapporti che trasforma noi come tutti i soggetti che sono in gioco, in relazione.

Esistono serie ragioni esterne, oggi, per un dialogo concreto: la società sempre più complessa, le migrazioni massicce di popolazioni che provocano mescolamenti di culture dissimili, le interconnessioni economiche e sociali tra i Nord e i Sud del mondo. Nelle nostre città sorgono centri islamici e moschee, partner interessanti di un dialogo volto soprattutto a costruire relazioni di pace e di diritto, e riconoscimenti sociali reciproci. Le nostre chiese da qualche tempo mettono al centro della loro definizione d'identità il rapporto con l'ebraismo: una radice aliena per la fede cristiana, posta nel cammino di un altro popolo con Dio; la necessità di curare, con l'umiltà necessaria al dialogo e all'ascolto rispettoso, la violenta arroganza della nostra fede.

Ma se le ragioni esterne sono importanti perché ci convincono della necessità di mettere in campo tutte le nostre forze nell'orizzonte della pace e di una società che non discrimina ma pratica la giustizia verso tutte le diversità, ancora più importanti ed essenziali sono per noi le ragioni interne. Quelle ragioni, cioè, che sono al cuore stesso della nostra fede, che ci indicano una via precisa da percorrere nella sequela di un Signore che non ha avuto paura di perdere tutto di sé per indicare oltre sé, la presenza del Dio della vita e dell'amore.

Se la salvezza è per l'umanità intera, allora ogni popolo deve trovare le sue parole per rendere lode a Dio (Rom. 10,12-13).

Jacques Dupuis, il teologo discusso dalla Congregazione per la dottrina della fede, mostra ad un certo punto il significato che prende, nel dialogo interreligioso, la centralità della Parola di Dio. Poiché essa non è un patrimonio imbalsamato ma una realtà dinamica, essa si mostra come una parola vivente, "tuttora in corso". Non un deposito del passato ma una parola all'opera nella contemporaneità. Come dice Raimundo Panikkar, la domanda di Gesù: "chi dite voi che io sia?", richiede la nostra risposta rinnovata, richiede di essere portata ad agire come lievito nel nostro mondo; è inutile che noi ripetiamo la risposta già data, come in un rituale che si ripete identico a se stesso, divenuto ormai inconsapevole del suo significato. La domanda di Gesù resta aperta e scottante anche nel nostro tempo.

Mi sembra che oggi, come in ogni altro tempo, non ci sia dato altro strumento per mantenere la verità della fede cristiana, se non questa Parola viva, che ci interpella ed entra in gioco nel mondo, questa Parola dinamica, che ci chiama a vivere la nostra fede nella relazione e nella trasformazione.

Atto coraggioso sarebbe quindi il riconoscere che il dialogo ha già cominciato a trasformare la nostra identità, per il fatto stesso che Dio è vivente e cammina nella nostra storia. Il dialogo, la trasformazione, l'amore che si apre alla novità di vita, è già posto al centro della nostra identità cristiana: vi è stato posto proprio nel cammino di Gesù di Nazareth.

Letizia Tomassone