La Congregazione per la dottrina della fede afferma che in un libro dello studioso gesuita sul pluralismo religioso vi sono "ambiguità" da cui i lettori vanno difesi, e interviene dunque per evitare la diffusioni di "errori". La reale posta in gioco: "se" e "come" annunciare il messaggio di Gesù nel continente asiatico.
Due nodi di fondo - il rapporto tra autorità del magistero ecclesiastico e libertà di ricerca teologica; la inculturazione del Vangelo in Asia - sono lo sfondo reale in cui va collocata la singolare vicenda del gesuita Jacques Dupuis. Questi, inquisito dal card. Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf) per la sua opera Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso, ha costretto il porporato a rimangiarsi l'accusa di "errori" al suo libro; ma poi ha dovuto accettare una serie di rigidi paletti posti dal dicastero vaticano a presidio della "ortodossia" e come sbarramento per impedire ai lettori del volume di trarre da questo conclusioni "erronee".
Un best-seller preoccupante per Roma
Nato in Belgio nel 1923, gesuita, laureato alla Gregoriana di Roma, Dupuis dal '48 all'84 è vissuto in India dove, a partire dal'59, ha insegnato alla Facoltà teologica di Delhi diretta dalla Compagnia di Gesù. Dall'84 è stato professore di cristologia all'università in cui si era laureato. Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso esce simultaneamente nel '97 in tre lingue - inglese, francese e italiano (ed. Queriniana) - e suscita subito una grande eco nel mondo teologico, e anche in quello dei lettori di questioni religiose. Da allora, complessivamente, l'opera ha avuto quattro edizioni inglesi, tre italiane, due francesi, una portoghese e infine, nel 2000, una spagnola.
Dupuis afferma la centralità del Verbo incarnato nella storia della salvezza ma, anche, sottolinea che Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi e, dunque, visto che miliardi di persone non hanno mai potuto conoscere Gesù Cristo, sostiene che ai non-cristiani la salvezza viene non malgrado, ma piuttosto per mezzo delle religioni non-cristiane. Queste sono perciò viste come valori "positivi", come realtà che non solamente esistono de facto, ma de jure (di diritto) nel piano salvifico di Dio. L'opera (vedi Confronti 2/99) suscita contrastanti giudizi teologici in campo cattolico: i più la lodano per le sue intuizioni che permettono di affrontare un problema cruciale per il cristianesimo; altri la contestano come del tutto inaccettabile, in quanto svuoterebbe la universalità della salvezza portata da Cristo, e toglierebbe ogni senso alla missione (e alle missioni) della Chiesa.
Mentre i teologi discutono, Ratzinger agisce. Tramite il p. Peter-Hans Kolvenbach, preposito (superiore) generale dei gesuiti, il porporato a fine settembre '98 informa Dupuis che la Cdf aveva deciso di procedere ad una "contestazione" del suo libro. "Sotto strettissimo segreto, entro tre mesi" il teologo deve rispondere alle "accuse" e domande di chiarimento rivoltegli. Ciò, tra l'altro, comporta di fatto la sospensione del corso di cristologia che Dupuis stava per iniziare alla Gregoriana (sarebbe stato il suo ultimo, prima di andare in pensione). Per Natale Dupuis invia a Ratzinger 188 pagine di spiegazioni. Queste non soddisfano il cardinale, che invia un "giudizio dottrinale" sul libro, con una nuova serie di domande. Nel novembre '99 Dupuis spedisce 60 pagine di ulteriori risposte.
Il 4 settembre 2000 (la vigilia della pubblicazione della dichiarazione Dominus Iesus "circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa") Dupuis viene convocato da Ratzinger: è il primo loro incontro a tu per tu. Col cardinale vi sono il segretario della Cdf, mons. Tarcisio Bertone, e il teologo Angelo Amato, ambedue salesiani; con Dupuis il gesuita Gerald O'Collins, professore di teologia alla Gregoriana e "avvocato" dell'inquisito, e p. Kolvenbach. A Dupuis viene chiesto di firmare una Notificazione di cui lui aveva avuto notizia due giorni prima. La pubblicazione del testo - approvato dal papa il 16 giugno 2000 - sull'Osservatore romano era prevista per il 7 settembre, due giorni dopo la pubblicazione della Dominus Iesus, con la quale Ratzinger, papa approvante, voleva stroncare le tesi dei teologi del "dialogo" di punta. Dunque, mentre questo testo vaticano tentava di stroncare, in generale, le punte avanzate dei teologi del "dialogo con le religioni", la Notificazione avrebbe preso di mira un caso esemplare: Dupuis e i suoi "errori".
Ma nel colloquio del 4 settembre accade una cosa non prevista da Ratzinger. O'Collins dimostra che tra le "accuse" rivolte contro Dupuis sono riportate, attribuendole al teologo, tesi di altri autori, che egli aveva citato "per contestarli". L'inquisito si rifiuta di firmare la Notificazione.
Il 6 dicembre Kolvenbach comunica a Dupuis il testo di una nuova Notificazione che dovrebbe essere pubblicata su L'Osservatore Romano in gennaio; anche questo testo porta l'approvazione di Giovanni Paolo II, datata 24 novembre 2000.
Il gesuita deve firmarlo "senza ulteriore discussione", cosa che lui fa il 16 dicembre. Datata 24 gennaio 2001, e accompagnata da un "articolo di commento" anonimo, la Notificazione (vedi scheda) è poi pubblicata il 26 febbraio, con questa precisazione: "Giovanni Paolo II, nel corso dell'Udienza del 19 gennaio 2001, alla luce degli ulteriori sviluppi, ha confermato la sua approvazione della presente Notificazione". Non è detto cosa siano gli "ulteriori sviluppi", rispetto al testo inviato in dicembre a Dupuis.
L'indomani, Dupuis e O'Collins, alla Gregoriana, commentano ai giornalisti l'intera vicenda. Il primo precisa che la Notificazione infine pubblicata contiene un cambiamento importante rispetto al testo da lui firmato in dicembre: in quest'ultimo il teologo si impegnava, in futuro, a "tener conto" della Notificazione. Invece nel testo infine uscito è scritto che Dupuis si impegna ad "assentire" alle tesi enunciate nel documento della Cdf. "Tra tener conto e assentire vi è una bella differenza", nota il teologo. "Perché in dicembre ha firmato la Notificazione?", chiede un giornalista a Dupuis: "Per sentirmi più libero", è la risposta.
I nodi di fondo
L'intera vicenda ha aspetti anomali, e comunque curiosi, che dimostrano all'evidenza le contraddizioni in cui si dibatte la Cdf nella sua opera "inquisitoria". Intanto, l'assurdità di attribuire ad un autore "tesi erronee" che questi aveva citato solo per criticarle. E, ancora, il fatto che il papa già avesse approvato una Notificazione e poi sia stato obbligato a firmarne un'altra e diversa. Ma la vicenda può essere letta anche in modo positivo: "Nel testo della Notificazione di settembre - ha detto a Confronti il teologo Carlo Molari - gli "errori" erano attribuiti a Dupuis stesso; in quella invece uscita in febbraio si afferma solo che nel libro vi sono "notevoli ambiguità e difficoltà su punti dottrinali di rilevante portata, che possono condurre il lettore a opinioni erronee o pericolose". È una differenza decisiva. E, ancora, Ratzinger non proibisce a Dupuis di continuare a scrivere sull'argomento contestato - come invece, in casi analoghi, era la norma anche nel recente passato, nei "processi" della Cdf - ma gli chiede solo di farlo alla luce della Notificazione. E, infine, va sottolineato che, in un comunicato del 26 febbraio, Kolvenbach invita Dupuis "a continuare la sua pionieristica ricerca nel campo del dialogo inter-religioso", naturalmente, aggiunge il preposito generale, "sulle solide basi dogmatiche" ricordate dalla Notificazione".
Altri, invece, pur rilevando lo sforzo della Cdf di distinguere tra le intenzioni "soggettive" dell'autore, giudicate buone, e l'esito "obiettivo" - cioè tesi incompatibili con il dogma cattolico - cui il libro potrebbe indurre il lettore, ritengono che i "paletti" imposti da Ratzinger rendano difficilissimo per Dupuis mantenere in piedi l'attuale impianto teoretico della sua opera. Alla luce del documento vaticano (che, a sua volta, si situa nel quadro della Dominus Iesus, ma traendo da questo testo conseguenze ancora più rigide) appare infatti arduo sostenere un pluralismo religioso de jure, e non solamente de facto, come invece afferma il libro del teologo contestato da Roma. Perché, sembra dire Ratzinger, la buona volontà soggettiva non cambia il fatto che la strada aperta da questo "pioniere" non porta alla meta sperata di una sintesi positiva tra universalità della missione salvifica di Cristo e positività sostanziale delle altre religioni in sé. Invece dell'oasi sperata, pare concludere il cardinale, Dupuis ha visto solo un miraggio e lascia il lettore nel deserto.
Le sfide dell'Asia
Concluso per un verso, il "caso Dupuis" per un altro comunque è appena cominciato. Si vedrà come si muoverà il gesuita inquisito; si vedrà, soprattutto, come si muoverà il mondo teologico, non solo cattolico (il problema Cristo-religioni è capitale soprattutto per le chiese della Riforma). Perché, al di là della vicenda personale - ed a p. Jacques va, si intende, tutta la nostra solidarietà - il "caso Dupuis" non è che un aspetto particolare di un problema grave e generale che incombe su tutte le chiese cristiane: "se" e "come" annunciare Cristo all'Asia. Naturalmente, il problema si pone anche di fronte alle religioni tradizionali africane e del Pacifico, e alle religioni autoctone dell'America latina che i conquistadores hanno tentato di distruggere per imporre la "civiltà cristiana" e che invece qua e là, con una resistenza miracolosa, i popoli indigeni sono riusciti a custodire. Ma esso si impone con più evidenza di fronte alle grandi religioni e culture asiatiche - islam, induismo, buddhismo, taoismo, shintoismo. Anche perché sempre più seguaci di queste religioni entrano come presenza stabile dei paesi occidentali tradizionalmente "cristiani".
Il "se" rinvia appunto all'opportunità o meno di tentare di evangelizzare il più popoloso continente della terra: non annunciando l'Evangelo, si mancherebbe al comando di Gesù?; facendolo, sarebbe possibile senza violenza contro culture millenarie? Il "come" rinvia ad un annuncio che rispetti la parola di Gesù, le genti a cui ci si rivolge, e la loro religione. Salvo eccezioni (per la Chiesa cattolica si può ricordare il gesuita Matteo Ricci che, nel 1600, presentò il cristianesimo in vesti cinesi, come agli inizi della Chiesa era stato presentato in vesti greco-romane. Ma poi la continuazione del suo esperimento fu stroncata proprio da Roma, convinta che latinità=cattolicità), in Asia il Vangelo è stato presentato in vesti occidentali. E, a duemila anni dalla sua nascita, nel continente ove Cristo è nato i suoi discepoli, e in chiese divise, sono appena il 3% di 3,7 miliardi di abitanti.
La questione cruciale Cristo/religioni non è problema solo cattolico, ma di tutto il mondo cristiano. Un esempio, tra i tanti. Nel 1991 si è svolta a Canberra la VII Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle chiese - la massima rete mondiale di chiese - sul tema Vieni, Spirito Santo, rinnova l'intero creato. Introducendo i lavori, la teologa presbiteriana coreana Chung Hyung Kyung ha invocato gli spiriti del passato, e visto l'icona dello Spirito Santo nella divinità Kwan In, un bodhisattva - essere in cammino verso l'illuminazione che, per compassione, rimane nel condizionato, finché non abbia aiutato tutti gli esseri a percorrere del tutto la via della salvezza.
La relazione della teologa spaccò l'assemblea: ampie lodi da una parte, aspre critiche dall'altra. Particolarmente irritate le chiese ortodosse, secondo le quali la via "coreana" svuotava la peculiarità essenziale dell'annuncio cristiano e sfociava nel sincretismo (replica della Kyung: la teologia tradizionale è stata fatta da maschi, ed a tavolino; è non solo possibile, ma necessario ripensarla). Ancor oggi l'Ortodossia nel suo insieme è sul piede di guerra perché non dominino nel Cec i lampi della Kyung che per altri, invece, sono scosse provvidenziali. La dialettica annuncio del Vangelo/accoglienza delle altre religioni, Chiesa/altre fedi, rivelazione/rivelazioni è, dunque, un groviglio, e nessuna Chiesa potrebbe presumere di scioglierlo da sola, o pensare di chiuderlo d'autorità proprio mentre esso entra nel vivo.
Torniamo, così, alla Chiesa cattolica. Se Dupuis, ed altri con lui, hanno posto la questione di principio di "come" armonizzare la universalità della missione salvifica di Cristo con il riconoscimento del valore positivo delle altre religioni, teologi come Tissa Balasuriya hanno passato al setaccio l'impianto teoretico cattolico, mettendo ad esempio in discussione il dogma del peccato originale così come sistematizzato dal Concilio di Trento. Per tesi come queste Ratzinger nel '97 ha scomunicato lo studioso cingalese, riabilitandolo un anno dopo in seguito ad una sua "ritrattazione". Ma questi argini negativi posti da Roma non bastano certo a rispondere in positivo alle domande di fondo che a ritmo crescente pongono teologi asiatici (una piccola pattuglia, per ora; ma in crescita) e comunità cristiane, e che lambiscono anche alcuni episcopati.
Il "caso Dupuis" è solo la punta di iceberg di una problematica che ha appena cominciato ad emergere, ponendo alla Chiesa cattolica - come a tutte le altre - questioni di cui oggi solo si intravede l'enorme profilo; ma basta questo per capire che i cristiani hanno di fronte, da scalare, montagne teologiche più alte dell'Himalaya.
David Gabrielli
Firmata il 24 gennaio dal prefetto e dal segretario della Cdf (Congregazione per la dottrina della fede), card. Joseph Ratzinger e mons. Tarcisio Bertone, è uscita il 26 febbraio la "Notificazione" sull'opera del p. Jacques Dupuis, Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso . Del testo vaticano - suddiviso in un preambolo e 8 punti - ecco alcuni ampi estratti.
Nel libro "non si tratta semplicemente di una teologia delle religioni, ma di una teologia del pluralismo religioso, che intende ricercare, alla luce della fede cristiana, il significato che la pluralità delle tradizioni religiose riveste all'interno del disegno di Dio per l'umanità A seguito dell'esame compiuto e dei risultati del dialogo con l'Autore, gli Em.mi Padri, valutati le analisi e i pareri espressi dai Consultori in merito alle Risposte date dall'Autore stesso, nella Sessione Ordinaria del 30 giugno 1999, hanno riconosciuto il suo tentativo di voler rimanere nei limiti dell'ortodossia, impegnandosi nella trattazione di problematiche finora inesplorate. Nello stesso tempo hanno constatato che nel libro sono contenute notevoli ambiguità e difficoltà su punti dottrinali di rilevante portata, che possono condurre il lettore a opinioni erronee o pericolose" [...].
La Cdf, che "non intende esprimere un giudizio sul pensiero soggettivo dell'Autore", comunque "ha deciso di redigere una Notificazione con l'intento di salvaguardare la dottrina della fede cattolica da errori, ambiguità o interpretazioni pericolose. Tale Notificazione, approvata dal Santo Padre nell'Udienza del 24 novembre 2000, è stata presentata al p. Jacques Dupuis, e da lui è stata accettata. Con la firma del testo l'Autore si è impegnato ad assentire alle tesi enunciate e ad attenersi in futuro nella sua attività teologica e nelle sue pubblicazioni ai contenuti dottrinali indicati nella Notificazione, il cui testo dovrà comparire anche nelle eventuali ristampe o riedizioni del libro in questione, e nelle relative traduzioni".
1. Deve essere fermamente creduto che Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, crocifisso e risorto, è l'unico e universale mediatore della salvezza di tutta l'umanità.
2. Deve essere pure fermamente creduto che Gesù di Nazareth, Figlio di Maria e unico Salvatore del mondo, è il Figlio e il Verbo del Padre. Per l'unità del piano divino di salvezza incentrato in Gesù Cristo, va inoltre ritenuto che l'azione salvifica del Verbo sia attuata in e per Gesù Cristo, Figlio incarnato del Padre, quale mediatore della salvezza di tutta l'umanità. È quindi contrario alla fede cattolica non soltanto affermare una separazione tra il Verbo e Gesù o una separazione tra l'azione salvifica del Verbo e quella di Gesù, ma anche sostenere la tesi di un'azione salvifica del Verbo come tale nella sua divinità, indipendente dall'umanità del Verbo incarnato.
3. Deve essere fermamente creduto che Gesù Cristo è il mediatore, il compimento e la pienezza della rivelazione. È quindi contrario alla fede della Chiesa sostenere che la rivelazione di/in Gesù Cristo sia limitata, incompleta e imperfetta...
4. È conforme alla dottrina cattolica affermare che i semi di verità e di bontà che esistono nelle altre religioni sono una certa partecipazione alle verità contenute nella rivelazione di/in Gesù Cristo. È invece opinione erronea ritenere che tali elementi di verità e di bontà, o alcuni di essi, non derivino ultimamente dalla mediazione fontale di Gesù Cristo [...].
6. Deve essere fermamente creduto che la Chiesa è segno e strumento di salvezza per tutti gli uomini. È contrario alla fede cattolica considerare le varie religioni del mondo come vie complementari alla Chiesa in ordine alla salvezza.
7. Secondo la dottrina cattolica anche i seguaci delle altre religioni sono ordinati alla Chiesa e sono tutti chiamati a far parte di essa.
8. Secondo la dottrina cattolica si deve ritenere che "quanto lo Spirito opera nel cuore degli uomini e nella storia dei popoli, nelle culture e religioni, assume un ruolo di preparazione evangelica (cf. Lumen gentium, 16)". È dunque legittimo sostenere che lo Spirito Santo opera la salvezza nei non cristiani anche mediante quegli elementi di verità e di bontà presenti nelle varie religioni; ma non ha alcun fondamento nella teologia cattolica ritenere queste religioni, considerate come tali, vie di salvezza, anche perché in esse sono presenti lacune, insufficienze ed errori, che riguardano le verità fondamentali su Dio, l'uomo e il mondo.
Inoltre, il fatto che gli elementi di verità e di bontà presenti nelle varie religioni possano preparare i popoli e le culture ad accogliere l'evento salvifico di Gesù Cristo, non comporta che i testi sacri delle altre religioni possano considerarsi complementari all'Antico Testamento, che è la preparazione immediata allo stesso evento di Cristo.
Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell'Udienza del 19 gennaio 2001, alla luce degli
ulteriori sviluppi, ha confermato la sua approvazione della presente Notificazione, decisa nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.
"Agape", centro ecumenico valdese sulle valli piemontesi, nelle estati di tre anni ('94-'96) ha organizzato altrettanti campi teologici per discutere di cristologia, della pluralità dei nomi di Dio, della teologia cristiana di fronte al pluralismo religioso. Il solo elenco dei temi trattati, uno all'anno, fa intuire la loro complessità. Complessità ed interesse che caratterizzano I molti nomi di Dio (Il Segno dei Gabrielli Editori, S. Pietro in Cariano, Verona, 2000, p. 190, L. 25.000), un libro a più voci, curato da Gianluigi Gugliermetto, che raccoglie appunto le relazioni introduttive ai vari "campi".
Gli autori e le autrici - Letizia Tomassone, Sergio Rostagno, Fulvio Ferrario, Erika Tomassone, José Ramos Regidor, Paolo de Benedetti, Paola Marzoli, Fabrizio Oppo, Giovanni Filoramo, Ottavio Di Grazia; evangelici, cattolici, ebrei, "laici" - trattano diverse problematiche, con punti di vista differenziati e non sempre del tutto componibili (soprattutto tra una visione "tradizionale" della Trinità ed un ripensamento del Logos incarnato come Cristo/Sophia, Sapienza, al femminile): una diversità che è ricchezza, stimola a confronti, dà alcune risposte e provoca nuove domande.
Dal libro - piccolo di mole, denso di contenuto, a tratti impegnativo e talora positivamente provocatorio - piace ricordare un aneddoto, citato da un relatore, su Karl Rahner. Il gesuita, uno dei più importanti teologi cattolici del secolo XX, aveva definito i seguaci delle religioni non cristiane "cristiani anonimi", cioè inseriti nell'unica grazia divina pur senza confessare l'uomo Gesù Cristo come Dio e Salvatore. Ebbene, un giorno il filosofo giapponese Nishitani chiese a Rahner come si sarebbe sentito se lui fosse stato appellato come "buddhista anonimo". Risposta del teologo: "Certamente voi potete e dovete fare questo dal vostro punto di vista, e io mi sento onorato da tale interpretazione".
David Gabrielli