La storia dell'islam è una storia di invasioni; ovunque nel mondo l'obiettivo è la costruzione di uno stato islamico; il dialogo è possibile solo tra le persone. A pensarla così è mons. Claudio Stani, vescovo ausiliare di Bologna. Lo abbiamo intervistato.
Non si tratta di una preoccupazione, perché la Chiesa cattolica è andata con i missionari anche nei paesi musulmani e quindi non è vero che ci siano questi fondamenti viscerali di non accettazione. Quello che è emerso qui a Bologna, con l'intervento del nostro arcivescovo, è stato innanzi tutto un richiamo ai cristiani per prendere atto di una presenza islamica che è certamente visibile anche se numericamente ancora non consistente. Viene detto ai cristiani: "Tenete conto che è uno stimolo per noi per conoscere meglio la nostra fede e capire cos'è che c'è nella religione, nella fede, nella dottrina islamica. È una fede molto forte, che si riflette nella vita sociale e nella politica".
No, non proprio così. Si dice allo stato di rendersi conto che la sua identità di nazione italiana è una cultura che ha una sua precisa provenienza e questo credo sia abbastanza accettabile. Non è che noi chiediamo allo Stato di difendere la Chiesa, ci mancherebbe altro.
Diciamo allo stato: "Difendi la tua concezione di stato, di persona, di famiglia che è italiana, che ha radici cristiane", che qua e là sta cambiando in qualche impostazione però sostanzialmente è quella cristiana; non si tratta di identificare la nazione italiana con la Chiesa cattolica, sia ben chiaro, nessuno lo dice neanche per scherzo.
Il cardinale Biffi afferma che siccome la ragione dell'immigrazione è il lavoro e in Italia c'è bisogno di persone che vengano a lavorare, perché non favorire questo aspetto che non darebbe nessun problema di accoglienza e di inserimento? Si parla di inserimento, di integrazione di chi è immigrato in un altro paese. Invece lo stato stabilisce quote d'ingresso che favoriscono la Tunisia, l'Albania e il Marocco. Perché si fa così? Il nostro arcivescovo dice: "Noi dobbiamo evangelizzare, se ci riusciamo bene e se non ci riusciamo pazienza; questo è il nostro mestiere. È necessario però mettere sull'avviso in quanto la convivenza pacifica è compromessa quando due culture impenetrabili si incontrano". Il prelato mette sull'avviso lo stato su questo problema.
La cosa è molto diversa perché gli ebrei non hanno conquistato mai nessun'area mediterranea, né balcanica, né la Spagna, né la Sicilia. È tutto diverso il problema. A me non risulta che ci siano dei musulmani perseguitati dai cattolici; mi risulta il contrario, ancora oggi in molte parti del mondo.
Questo documento fu pensato nel luglio scorso, per i nostri sacerdoti. Questa è teologia, non è una cosa divulgativa per tutta la gente; è un testo rivolto ai sacerdoti affinché possano capire la realtà dei fatti dal punto di vista teologico, perché da noi se ne sa poco di teologia islamica. È un testo che annovera alcuni punti per affermare che ci sono delle differenze sostanziali da cui partire. Ma ciò non vuol dire che convivere è impossibile.
Il luogo dove poter pregare, i musulmani l'hanno già. Ce ne sono tanti di luoghi dove pregare a Bologna. Il fatto della moschea è che la nostra gente pensa che essa sia la chiesa musulmana dove si va solo a pregare, il che non è vero: è il luogo dove si ritrova la comunità in quanto tale. Non mi faccia venire delle nostalgie, perché San Petronio a Bologna è la chiesa civica fatta dal Comune nel 1300 dove la città si ritrovava certo per la messa, ma anche per le feste, per i problemi della città: era la casa comune, fu fatta chiesa perché nel 1300 il cristianesimo non era discusso a Bologna.
Si sappia che in moschea non si fa solo il culto, ma si anima anche la comunità, lì sono nate anche le forme di reazione, le rivoluzioni, tutto quello che serviva affinché la comunità si compattasse.
Nel documento del cardinale si dice solo questo: "Sappiate signori che se fate la moschea si tratta di questo".
La Chiesa cattolica ancora oggi forma le coscienze però non organizza come Chiesa le persone. L'organizzazione è compito dei poteri civili. Quello che mi rammarica è che l'islam si sia fermato al 622. Certo, c'è una parte di islam democratico e liberale, ci sono musulmani che si aprono e che vogliono cominciare a distinguere la fede dalla politica. La Chiesa questo percorso l'ha fatto. Io non nego che in passato abbiamo vissuto tutto in modo monolitico: la preghiera, l'amministrazione della giustizia, l'organizzazione dei ponti, delle strade e anche i soldati per difendersi o per aggredire. Però oggi l'Italia, l'Europa non è come nel Medioevo.
La storia e la geografia insegnano che non è così, perché dovunque l'islam si è sempre presentato con l'idea di creare lo stato islamico; così è l'Albania, dove i musulmani hanno fatto centinaia di moschee, che la gente lascia vuote, non interessano a nessuno ma le hanno costruite con i soldi dell'Arabia Saudita.
C'è questa idea dell'invasione, non so come fate a non vederla. Certo, non perché la vediamo noi, ma perché, appena si può, vogliono fare lo stato islamico. L'Albania doveva essere il primo stato europeo islamico, ma poi gli albanesi hanno avuto altri problemi. A Scutari, città a maggioranza cattolica, c'è una moschea enorme, nel mezzo, però vuota. Quando noi portavamo i container per sfamare la gente, i musulmani arrivavano e facevano la moschea.
Il Concilio vaticano II afferma che bisogna rispettare i musulmani, e il rispetto delle persone, che sia ben chiaro, l'ha inventato il cristianesimo. Io non sono obbligato a condividere tutto quello che uno fa o pensa, però io lo rispetto sperando che lui rispetti me.
Il dialogo è tra le persone. Nei giorni in cui si discuteva e c'era tutto il bailamme sulla questione dell'islam, il sottoscritto ha autorizzato un parroco ad affittare ad una coppia musulmana un appartamento, è giusto che si sappia, perché erano due persone che avevano un lavoro, lui in regola in fabbrica, lei presso una famiglia e dormivano in macchina.
Però quando uno viene qui e comincia a dire: "Vogliamo il venerdì come giorno di riposo", allora è come quando si andava a Gerusalemme e si diceva: il venerdì è per i musulmani, sabato per gli ebrei, domenica per i cristiani, lunedì chiudono i barbieri. Mettiamoci d'accordo su un giorno e se qui esiste una tradizione da duemila anni, non capisco perché si debba cambiare.
Non è così tranquilla la questione. Il dialogo deve servire per una convivenza pacifica, questo è lo scopo del dialogo; il dialogo è un metodo di vita, non è un punto di arrivo, è il modo per capirsi, conoscersi e stare insieme. Quindi se si può si dialoga, se non si può pazienza.
La Chiesa cattolica il primo passo lo fa annunciando il Signore Gesù morto e risorto, questo è il primo passo verso il dialogo. Ma se il dialogo vuol dire "fatti in là che vengo io", non so se questo è dialogo. Questo discorso l'ho fatto una volta con un imam venuto da Modena a chiedermi una sede, qui a Bologna, dove potersi incontrare e dialogare. Gli dissi: "No, il dialogo qui a Bologna non si fa, perché è un dialogo a senso unico", cioè si chiede un luogo dove poter annunciare e far conoscere l'islam. Ci potrebbe essere dialogo quando ci si rispetta a vicenda. Noi a Bologna abbiamo vissuto tra cattolici e comunisti volendoci bene, facendo a botte sulle cose che non ci andavano bene, abbiamo convissuto cinquant'anni. Il dialogo è possibile anche tra persone che la pensano diversamente purché si rispettino le regole di convivenza.
L'accordo tra lo stato italiano e la comunità islamica deve essere fatto secondo le leggi italiane. Non è questione di democrazia. Se lo stato italiano riconosce che tutte le sue leggi vengono rispettate dalla comunità islamica secondo le regole di vita, può far l'accordo; se vede che ci sono delle leggi che non vengono rispettate credo che farà fatica a fare l'accordo. Questo vale non solo per la comunità islamica; se con i testimoni di Geova si introduce il principio che certi comportamenti disciplinari li giudica soltanto il tribunale della comunità e non può intervenire un altro tribunale esterno, secondo me questo è contro il principio dell'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte allo stato. Ci sono delle regole di convivenza che uno stato si è dato e che tutti devono rispettare se vogliono vivere in questo stato. Credo che con queste comunità un accordo sarà difficile.
(Intervista a cura di Mostafa El Ayoubi)