Nel mese di marzo i guerriglieri zapatisti del Chiapas hanno organizzato una marcia per la pace che è giunta, l'11 del mese, sino a Città del Messico. È stata una prova delle intenzioni di pace del movimento di resistenza indigeno. Il governo ha raccolto il segnale ma la pace, a portata di mano, non è ancora arrivata.
Passata l'euforia della marcia, per i comandanti zapatisti lo scenario politico si presenta complesso. La presenza del comando zapatista nella metropoli più grande del mondo ha messo in forte agitazione tutti i settori della classe politica messicana, in particolare i parlamentari del partito del presidente Fox, il Partito di azione nazionale (Pan) che ha respinto la proposta zapatista di entrare nel palazzo legislativo ad esporre i contenuti concordati e sottoscritti degli accordi di San Andres (che hanno sancito i diritti culturali degli zapatisti). Il rifiuto del Pan è stato appoggiato da altre fazioni parlamentari che concordano nell'affermare che a nessuna persona che indossi un passamontagna può essere permesso l'ingresso nel recinto parlamentare. Per tutta risposta Marcos ha affermato che se il parlamento messicano si rifiuta di ascoltarli, gli zapatisti andranno in Europa e chiederanno di parlare di fronte al Parlamento europeo dove sì, si dicono convinti, saranno ascoltati. D'altro canto, però, gli accordi di San Andres furono firmati nel 1996, in un contesto totalmente diverso da quello odierno. Gli stessi deputati della legislatura attuale non conoscono gli Accordi di San Andres, né il loro contenuto, come non conoscono la struttura giuridica, sociale, politica e culturale che si riflette nel documento firmato. La direttrice dell'Ufficio presidenziale per lo sviluppo dei popoli indigeni, la signora Xoichitl Galves, riconosce che sarà necessario spiegare ai parlamentari in cosa tali accordi consistano e chiarire la differenza tra la proposta presidenziale in materia di diritti degli indigeni e la proposta zapatista, soprattutto nel significato dei termini di autonomia e cultura indigena.
Un profondo scetticismo circonda la reale possibilità di una risoluzione del conflitto del Chiapas in Città del Messico. La marcia ha affermato il potere zapatista di convocazione nei settori indigeni e contadini, così come in quelli intellettuali, religiosi e della società civile nazionale e internazionale. È però possibile che i risultati della mobilitazione e degli accordi che si riuscirà a sottoscrivere per la pace in Chiapas rappresentino l'inizio di un processo sociale e politico che si opponga al progetto neoliberista del presidente Fox.
Da quando ha assunto la presidenza, Vicente Fox si è pronunziato per risolvere il conflitto in Chiapas ordinando il ritiro dell'esercito dalle zone zapatiste e avviando l'iter di una proposta di legge sui diritti costituzionali indigeni (legge Cocopa). Fox è stato anche chiaro nell'affermare la necessità di un nuovo ordine costituzionale repubblicano che permetta al paese di rinnovarsi politicamente e soprattutto economicamente, così come di rafforzare le relazioni internazionali nelle quali il Messico è impegnato. Durante i suoi soli due mesi di mandato, il presidente Fox si è incontrato con George Bush Jr. nell'ambito del foro mondiale del commercio a Cangoon. Si è riunito con imprenditori americani rappresentanti della Camera del commercio americana, invitandoli ad investire nel paese e informandoli che è in corso una riforma fiscale e riforme economiche che consentiranno un maggiore investimento in risorse naturali come il petrolio e l'energia elettrica. Il Messico è un paese in cui investire, ha assicurato il presidente. Ha posto il veto alla "Legge di sviluppo rurale". Con questa legge si sarebbero favoriti i piccoli contadini e si sarebbe sottoposto a controllo l'importazione di prodotti agricoli esteri. L'opinione del presidente fu che non si poteva tornare a posizioni protezionistiche o burocratiche in materia agraria, negando la possibilità ai piccoli produttori di recuperare un mercato proprio. Su questa stessa linea il presidente sta promuovendo progetti interregionali come il corridoio commerciale internazionale Puebla-Panama (si dice che sostituirà il Canale di Panama) e preparando il terreno per il progetto più ambizioso della amministrazione americana, la creazione dell'Area libera di commercio americano (Alca) che prevede l'integrazione commerciale continentale più grande del mondo.
Per gli zapatisti resistere nella selva è cosa ben diversa che resistere nella città. La selva è il loro terreno naturale, la selva di asfalto è più violenta, più difficile. Marcos si preoccupa, sa che le società urbane moderne vivono di immagini che facilmente si diluiscono o si mitizzano o diventano messianiche. Marcos ha costantemente sostenuto che loro rappresentano solo una parte della rabbia latente, i segnali che inviano non sono solo diretti al governo, ma vogliono raggiungere anche tutti i settori della società civile che attendono che si giunga ad un accordo di pace per il Chiapas, accordo che non sarà, però, sufficiente. Marcos mette in guardia e riconosce che esistono in tutto il Messico organizzazioni politico-militari rivoluzionarie armate che non condividono le stesse idee e strategie, i cui membri sono però indigeni e contadini che vivono nella stessa situazione di miseria ed abbandono degli indigeni del Chiapas. Se la pace in Chiapas non arriva si corre il rischio di una radicalizzazione armata di tali gruppi. Di qui la necessità di avviare il dialogo, di discutere al più presto la legge Cocopa, di evitare un possibile conflitto armato reale, non mediatico. In sintesi, una firma di pace con democrazia e giustizia sociale, non solo nel Chiapas, però, ma in tutto il Messico.
Cristobal Muñoz
(Traduzione a cura di Catia Santonico)