Anche le elezioni del 13 maggio si caricano di grandi significati politici e culturali: il Centrodestra annuncia una fase costituente che potrebbe cambiare equilibri istituzionali e la stessa struttura della Costituzione. Sarebbe un passaggio pericoloso perché gestito da una coalizione che ha scarsa cultura democratica, come hanno rilevato Bobbio, Galante Garrone, Sylos Labini ed altri.
No, il nostro non è ancora un "paese normale"; non lo è come lo sono altre democrazie europee in cui l'alternanza tra maggioranza e opposizione è, per così dire, fisiologica e non pone alcun problema di ordine istituzionale. In Italia le cose vanno in un altro modo: l'ascesa a palazzo Chigi di Silvio Berlusconi e della sua coalizione non sarebbe un semplice passaggio, indolore e naturale, da un governo di centrosinistra ad uno di centrodestra; al contrario ci viene presentato come un "nuovo inizio", l'avvio di una fase "costituente" che pretenderebbe di cambiare i valori e i principi fondamentali della Repubblica. Per questo ci pare che il 13 maggio si debba, come si diceva una volta, "votare e fare votare" contro questo progetto e per la prosecuzione di quella faticosa modernizzazione europea che, sia pure tra contraddizioni e limiti, si è avviata anche in Italia. Questa è la nostra tesi e proviamo ad illustrarla ai lettori, ben sapendo che potrà apparire troppo schematica e manichea; ma è la politica italiana che ci costringe a questa semplificazione, la povertà dei contenuti di questa campagna elettorale, la sua personalizzazione, l'assenza di un vero dibattito sulle candidature e sulle piattaforme.
Il Centrodestra, innanzitutto: nel gioco delle parti all'interno della coalizione, si voleva Bossi nel ruolo dell'Hannibal antistatalista, Fini in quello di Sdoganato, Casini e Buttiglione in quello dei felpati Monsignori ben introdotti nei sacri palazzi e Berlusconi in quello del Grande Moderato. In realtà, la rappresentazione corale che ci era stata promessa è soprattutto un monologo del cavaliere che per ogni giorno che passa ci consegna un pezzo dell'Italia che ha in mente: un giorno afferra la clava e grida di voler modificare anche gli articoli fondamentali della Costituzione; l'indomani spiega agli imprenditori che la politica è l'arte "del dire", mentre chi intraprende si esercita in quella assai più sana "del fare"; prima nega che esista un conflitto di interessi tra la leadership del governo e quindi la concessione o la regolamentazione di emittenze televisive da una parte e il possesso di reti televisive e giornali - oltre ad un impero economico ramificato in mille attività - dall'altra; poi spiega la scuola dei suoi sogni fatta di inglese, internet ed impresa - le famose tre "i" - lasciando intendere che Dante, Leopardi, la storia greca, le scienze, Kant e Leonardo sono trascurabili optional; ogni giorno poi, con manifesti, gazebo, torri e sagome di cartone di grandezza smisurata costruisce il mito della propria personalità affermando di "profumare di santità" e di non temere confronti "al mondo".
No, non ci siamo: quella che emerge da questa campagna in stile Mediaset è una concezione della politica che, più che a quella di Jacques Chirac a di José Maria Aznar, assomiglia a quella di un satrapo orientale; quando descrive il suo ruolo in Parlamento e nella società, Berlusconi più che a un presidente sembra pensare a un raìs. Ed hanno fatto bene Bobbio, Galante Garrone, Sylos Labini ed altri tra cui un insospettabile Montanelli, a dirlo con forza: l'Italia che cresce nella mente di Berlusconi desta inquietudine e non è un caso che in Inghilterra, Francia, Belgio, Germania ed in altri paesi europei se ne sia convinto più di qualche uomo politico e di qualche autorevole opinionista.
Quanto agli alleati del Cavaliere, il gioco di ruolo del "grande leader" ha imposto loro un profilo molto basso, silenzioso: quasi non parlano, sussurrano. E questo non ci rassicura affatto. Di che pasta sia fatta la Lega, ad esempio, lo si è visto con le ronde padane, i raduni a Pontida, le dimostrazioni a Lodi (quelle in cui si versava urina di maiale sul terreno destinato alla costruzione di una moschea, ricordate?); il fatto che sulla camicia verde oggi si indossi una giacca blu e che il fazzoletto padano invece che al collo sia elegantemente ripiegato nel taschino esprime il tentativo di emanciparsi da un populismo troppo grossolano, ma nulla di più. Quando, per fare un altro esempio, Formigoni propone che le regioni assumano su di esse la politica estera, esprime un'idea di federalismo più vicina alle "piccole patrie" di Haider che all'Unione europea che sta consolidando le sue strutture di governo e sta precisando la sua carta costituzionale. Così come Storace, presidente di An della Regione Lazio, è molto eloquente nel definire la sua politica sociale quando nega le facilitazioni per l'acquisto della prima casa alle coppie di fatto per garantirlo esclusivamente a quelle regolarmente sposate. Quale idea di società, di cultura civile, di diritti vi è dietro queste scelte? Dietro i proclami contro gli immigrati? Dietro il richiamo ossessivo ai valori della tradizione cattolica, quasi che laicità e pluralismo non fossero tratti propri e decisivi dell'Italia di oggi?
Ed il Centrosinistra? Confuso, litigioso, affannato da cinque anni di governo in cui non sono mancati sconfitte e fallimenti: si pensi alla mancata riforma della legge elettorale. Altre iniziative, poi, sono state quanto mai controverse come il confuso avvio della riforma della scuola; debolissime poi altre riguardanti gli interventi nel Mezzogiorno, le pensioni minime, una più rigorosa politica ambientale. E, contraddizione massima per molti l'intervento militare nei Balcani L'elenco è lungo, e qualsiasi elettore del Centrosinistra che mantenga un minimo di spirito critico ne è ben consapevole: si poteva fare di più e meglio. D'altra parte negli ultimi cinque anni il governo del Centrosinistra ha anche ottenuto risultati positivi che in alcun modo possono essere sottovalutati: il risanamento finanziario, l'ingresso nell'euro, l'avvio della riforma della Pubblica amministrazione, un miglioramento dell'occupazione. Sono questi risultati che hanno reso possibile l'avvio di un processo europeo di modernizzazione del paese: in futuro si dovrà fare di più e meglio ma è da qui che bisogna partire.
Luci ed ombre, obiettivi raggiunti e proposte mancate. Che fare, allora?
Molti "delusi" dell'Ulivo "prodiano" meditano di non votare; altri ritengono addirittura che una sconfitta per il Centrosinistra sia salutare perché renderebbe finalmente palesi le contraddizioni di una coalizione troppo moderata e, tutto sommato, omologa a quella avversaria. Gli uni e gli altri non giudicherebbero grave, insomma, una sconfitta del progetto dell'Ulivo; così come non credono che il successo della Casa delle libertà possa seriamente alterare il quadro democratico del paese.
Noi, pur comprendendo alcune di queste ragioni, la pensiamo diversamente. Certo, nessuno di noi ipotizza scenari sudamericani in caso di vittoria delle truppe berlusconiane: ma quando si nega il conflitto di interessi di cui si è oggettivamente protagonisti e vittime; quando si controlla buona parte dell'informazione; quando si attenta alla separazione dei poteri dello Stato; quando si annuncia una revisione unilaterale della Costituzione; quando si affermano i diritti della scuola "libera" a scapito di quella pubblica; quando si programma una politica dell'immigrazione difesa da un nuovo Muro di Berlino al confine con la Slovenia, allora si va ad un attacco all'arma bianca al cuore delle istituzioni e dei valori costituzionali sanciti - particolare che Berlusconi non ama ricordare - da una Carta uscita dal crogiolo della Resistenza ai fascismi ed al nazismo. Scardinare a colpi di maggioranza questo impianto, come affermano di voler fare autorevoli esponenti della Casa delle libertà, aprirebbe una "questione democratica" molto, molto seria.
Per questo siamo preoccupati e per questo crediamo si debba andare a votare, consapevoli del significato "culturale" oltre che politico di queste consultazioni. L'esperienza di Centrosinistra, che pure ha contribuito a modernizzare questo paese, non è stata quel sogno che molti di noi vagheggiavano, è chiaro. Ma attenzione che questa disillusione non ci procuri l'incubo di una democrazia di cartapesta.
Paolo Naso