Voto europeo, miopia italiana
Come da trent’anni a questa parte, anche questa volta i partiti considerano le elezioni europee una specie di grande sondaggio per misurare i rapporti di forza. Ci accingiamo a votare con l’occhio rivolto alle nostre faccende nazionali, senza renderci conto dell’importanza crescente dell’Europarlamento.
Concentrati sui bisticci nazionali e gravati da una crisi economica globale che richiederebbe un’Europa più unita, gli elettori, i partiti e i giornali italiani si avvicinano alle elezioni europee (6-7 giugno) immersi in una diffusa inconsapevolezza del peso crescente che, anche a causa di quella crisi, sta assumendo l’Europarlamento.
Certo, motivi di disaffezione al progetto europeo non mancano. Le ironie su di un’istituzione burocratica, grigia e lontana che misura la curvatura delle banane e spende i soldi degli eurocontribuenti per finanziare il trasloco di circa duemila tra eurodeputati, assistenti parlamentari, funzionari e traduttori, una volta al mese, da Bruxelles e Strasburgo e ritorno, per la sessione plenaria, poggiano, per quanto semplicisticamente, su dati di realtà. Così come, meno banalmente, le apprensioni per alcune normative che – dalla registrazione dei prodotti chimici industriali alle delocalizzazioni di impresa, al commercio con la Cina – rischiano di sacrificare sull’altare del liberismo economico tutele ambientali e posti di lavoro. E così come, ancor più fondatamente, la critica di chi ricorda che l’architettura europea è rimasta a metà, con una moneta unica e un’unica politica monetaria, nell’eurozona, a cui non corrisponde un’unica politica economica e sociale (per non parlare, allargando lo sguardo all’intera Unione europea, della cacofonia di ventisette diverse politiche estere e di difesa…). Problemi che – siano rimostranze euroscettiche, delusioni euroentusiaste o, più banalmente, perplessità diffuse – possono mescolarsi alle inquietudini nazionali e produrre l’intempestiva bocciatura della Costituzione europea, mandare al Governo, nei vari paesi, campioni di nazionalismo e caproni eurofobici, o indurre gli elettori a disertare le elezioni europee. Non è un caso, allora, che il tasso di astensionismo, al 37% nelle prime elezioni europee del 1979, non ha mai smesso di crescere, raggiungendo il 54,3% all’ultimo scrutinio del 2004.
Ipotesi, quella dell’astensione, tanto più concreta se il paese è l’Italia. Se, per mesi, gli unici motivi per cui si parla di europee è se si fa, o no, l’«election day». Se Franceschini ha invertito il calo di consensi del Pd o no. Se il Popolo della libertà risulterà «il partito degli italiani» o ancora no. Se è confermato il boom dell’Italia dei valori, se la Lega si conferma così gagliarda, e se i comunisti italiani escono anche dall’Europarlamento o superano la barra del quattro per cento e, morti a Montecitorio, risuscitano in Europa. Se sia indecente, o semplicemente ridicolo, che Berlusconi e Di Pietro si candidino capolista per un seggio che non occuperanno mai. Una diffidenza nei confronti delle urne – ancora – a cui offrono il destro le sciagurate scelte delle segreterie di partito che – salvo rare eccezioni – continuano a inzeppare le liste elettorali di trombati e portaborse, letterine e letteronze, Grandi vecchi ingombranti e ancor più ingombranti astri nascenti, volti tanto noti quanto incompetenti e personalità che poi, magari, lasciano Bruxelles in un battibaleno quando spunta a Roma un posto da sottosegretario o rispunta un contratto in Rai. Un astensionismo – infine – tanto più probabile dal momento che la tentazione di non andare a votare attecchisce, tra berlusconismo imperante e sbando nell’opposizione, anche tra chi non ha mai rinunciato a questo diritto-dovere. Che a votare, stavolta, ci vadano gli estoni e gli olandesi!
Turbamenti comprensibili, che prescindono, però, dalla cognizione esatta di cosa si vota. Che non considerano, ad esempio, che l’Europarlamento ha, ormai, un peso maggiore del Parlamento italiano. Il 60% delle leggi italiane, approssimativamente, sono, infatti, trasposizione di regolamenti e direttive approvate a Strasburgo. Peso, oltretutto, destinato a crescere. Per almeno quattro ordini di motivi. Primo, quando (e se) entrerà in vigore il nuovo trattato di Lisbona (la defunta Costituzione europea), aumenteranno le materie di competenza dell’Eurocamera. Già oggi (vedi scheda a pagina 13) il Parlamento europeo fa legge su questioni di ambiente ed energia, trasporto, diritti dei consumatori, mercati e finanza, salute e lavoro. In futuro aumenterà il suo potere relativamente ai trattati internazionali, alla nomina del presidente della Commissione e – fatto più rilevante – alla definizione del bilancio comunitario (quello, ad esempio, che muove la Politica agricola comune e i fondi strutturali alle regioni svantaggiate). Il trattato europeo, in secondo luogo, aumenta l’effettiva influenza dell’Europarlamento anche nelle materie su cui già è chiamato ad esprimersi. Se sinora, infatti, il voto degli eurodeputati in alcuni casi ha la valenza di un parere non vincolante, con l’estensione della cosiddetta «co-decisione», al momento di adottare una normativa i Governi nazionali non potranno più prescindere, di regola, dal parere del Parlamento europeo.
In realtà, già senza trattato – ed è il terzo motivo – gli europarlamentari hanno rosicchiato il potere della Commissione Ue a loro vantaggio. Lo si è visto con l’eclatante bocciatura di Rocco Buttiglione di cinque anni fa. Il trattato – né quello di Lisbona né quello di Nizza attualmente in vigore – non prevedeva questa possibilità, avveratasi, invece, grazie alle circostanze, al concatenarsi degli eventi e alla scaltrezza di alcuni eurodeputati di lungo corso. All’inizio di una nuova legislatura, in teoria, l’emiciclo di Strasburgo deve limitarsi a dare la sua approvazione dell’intera Commissione europea. Non potrebbe sindacare sul singolo candidato commissario. Ma il presidente designato della Commissione, il portoghese José Manuel Barroso, attribuì a Buttiglione il posto di commissario alla Giustizia e degli affari interni. Sebbene si tratti di un dicastero che, in realtà, non ha competenza in materia di discriminazione di genere, i deputati presero a pretesto le dichiarazioni sull’omosessualità rilasciate da Buttiglione durante le audizioni per rifiutargli il via libera, minacciando – se Barroso non li avesse presi sul serio – di far cadere l’intera Commissione. Il portoghese aveva, a quel punto, due alternative. O chiedere a Buttiglione di ritirarsi o spostarlo di dicastero. A sbarrare la strada a quest’ultima ipotesi fu Silvio Berlusconi, che, forse temendo guai con la giustizia di altri paesi dell’Unione europea o critiche europee sulle politiche di immigrazione (queste, sì, di competenza di quel dicastero), preferì rinunciare a Buttiglione che rinunciare a quella casella. E così, grazie a Berlusconi, il Parlamento europeo creò (con lo scambio tra Frattini e Buttiglione) il precedente di un’invasiva definizione della Commissione Ue e la democrazia europea uscì rafforzata…
C’è, infine, un quarto – e, forse, meno evidente – motivo per cui il Parlamento europeo è destinato ad essere l’istituzione più determinante dell’integrazione europea dei prossimi decenni. A causa – paradossalmente – della crisi economica mondiale. Provocata, principalmente, da un sistema finanziario ed economico gestito da investitori senza scrupoli né regole, gestita, al momento del crollo, dai governi nazionali, la crisi ha rimescolato le carte del cosiddetto «triangolo istituzionale» europeo. La Commissione europea – un tempo cuore federale dell’Europa, stimolo e, al contempo, partner dei Governi nazionali, l’istituzione che stila i progetti di legge e, una volta discussi e approvati dall’Europarlamento e dalle varie capitali, li fa applicare – è ormai da anni in crisi di identità. Dall’epoca d’oro di Jacques Delors, l’esecutivo comunitario si è trasformato sempre più in un esecutore fedele dei desiderata dei Governi nazionali. Da regista a notaio. Facendo, oltretutto, due pesi e due misure tra paesi grandi e piccoli, tra nuovi entrati e soci di vecchia data. La crisi economica non ha fatto che sancire, agli occhi del Continente intero, questo dato di fatto. Sono stati i singoli Governi europei, e non la Commissione Ue, a tappare la falla. Monchi di un bilancio proprio, privi di una politica economica europea, stretti tra le regole del trattato di Maastricht e le decisioni della Banca centrale europea, Barroso e i suoi commissari si sono limitati ad assistere alle riunioni straordinarie tra leader europei, a registrare i loro consensi e dissensi, ad approvare quello che non potevano disapprovare. Il Consiglio europeo – la riunione, appunto, dei Governi nazionali dell’Unione europea, secondo vertice del «triangolo istituzionale» – è stato il vero deus ex machina della situazione. Ma è stato anche teatro di scontri tra concezioni inconciliabili dell’economia e della finanza. Se alla fine la Merkel e Sarkozy, gli slovacchi e i britannici, i nordici e i meridionali hanno concordato interventi comuni, è però emerso, per l’ennesima volta, come sia difficile trovare compromessi tra ventisette paesi che – in economia e in politica estera, per tradizione culturale o per interne opportunità elettorali – portano a Bruxelles, ad ogni appuntamento, altrettante istanze diverse. Ora, tra impotenza della Commissione europea e litigiosità del Consiglio Ue, si apre uno spazio libero alla terza istituzione dell’Unione europea, l’Europarlamento. Unico organismo eletto direttamente dal popolo in un’Europa che manca di legittimità democratica, unico soggetto sovranazionale puramente politico nel quadro di una crisi economica che ha mostrato l’inettitudine di banchieri e finanzieri a gestire le sorti del mondo, unico attore che, di fronte all’emergere di problemi continentali, se non globali – dagli scioperi all’immigrazione, dal commercio estero al riscaldamento climatico – ha voglia e forza di emergere, di partecipare – a volte anche scompostamente – alle decisioni, di farsi sentire. Anche agli orecchi della provincia italiana.
Iacopo Scaramuzzi
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