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Un’occasione da non sprecare

«Se l’obiettivo è quello di facilitare l’integrazione, sarà bene che la Consulta sia anzitutto un organismo di monitoraggio e di riflessione comune, ma che sappia anche stimolare e premiare i comportamenti migliori, in stretta connessione con la società civile». Branca è docente di Lingua e letteratura araba all’Università cattolica di Milano.

Onori ed oneri. Non è un gioco di parole. Il rischio è che quanti sono stati chiamati a far parte della Consulta voluta dal ministro Pisanu per le questioni relative all’islam in Italia siano tentati di sminuire il secondo termine del binomio citato a vantaggio del primo. Da un lato, ciò sarà forse in parte inevitabile. L’assenza di gerarchie e ruoli ben definiti e il frazionamento della comunità musulmana in una miriade di centri e moschee, indurrà molto probabilmente alcuni ad approfittare della propria presenza nell’organismo di nuova istituzione per farne un elemento di legittimazione e di rappresentanza. Sarà dunque decisivo il modo in cui il lavoro della Consulta verrà impostato.

Una mera cassa di risonanza degli instabili equilibri tra diversi enti più o meno ufficiali o leader improvvisati non andrebbe lontano. Peggio ancora sarebbe se pressioni esterne, di stati od organizzazioni internazionali, influissero sulla sua attività. Ma non è detto che debba necessariamente finire così. Se l’obiettivo è quello di facilitare l’integrazione, sarà bene che la Consulta sia anzitutto un organismo di monitoraggio e di riflessione comune, ma che sappia anche stimolare e premiare i comportamenti migliori, in stretta connessione con la società civile. Non sono infatti pochi quanti già lavorano da tempo nel campo dell’accoglienza e del dialogo. Il problema è che si tratta spesso di iniziative improvvisate, poco coordinate tra loro, non inserite in un progetto unitario… Lungi da noi auspicare la centralizzazione di quanto, per sua stessa natura, nasce dal territorio e deve restarvi legato. Tuttavia, almeno la conoscenza delle esperienze altrui potrebbe costituire un valido ausilio per chi si trova a compiere i primi passi in questo campo. Mettere in contatto, e potenzialmente in rete, questo straordinario patrimonio sarebbe un servizio di non poco conto. Le aree più interessate dal fenomeno della presenza islamica dovrebbero avere almeno punti di riferimento e forme di coordinamento comuni. Le competenze maturate e le esperienze condotte ad ogni livello (nel campo degli alloggi e del lavoro non meno che della scuola, degli ospedali, delle parrocchie, delle carceri…) dovrebbero essere quanto meno censite ed elencate, anche a beneficio dei media che troppo spesso si limitano a dedicare un’attenzione per lo più effimera quasi esclusivamente a episodi negativi o perlomeno bizzarri. Mancano quasi del tutto ragguagli a proposito di modelli positivi, in cui pratiche di successo possano fungere da esempio per quanti si trovano in circostanze analoghe. Alcune questioni decisive, inoltre, potrebbero trovare nella Consulta una sede opportuna per essere prese in considerazione, in vista di futuri sviluppi. È il caso della delicata ma fondamentale problematica relativa alla formazione degli imam. Ovviamente, nessuno può pensare che lo Stato si possa assumere direttamente la preparazione di ministri del culto di qualsiasi religione. Ma l’apprendimento della lingua e la conoscenza del contesto in cui ci si trova ad operare non comporta alcuna difficoltà e si potrebbero realizzare con relativo sforzo, insieme alle università, corsi di aggiornamento e di approfondimento sulla storia delle religioni e dei loro rapporti con cultura e società, sia in occidente che in altre tradizioni e civiltà. Il fine sarebbe quello di far maturare una dirigenza informata e consapevole, che non si limiti a gestire la propria comunità come un corpo estraneo o una società parallela rispetto a quella ospitante.

I giovani dovrebbero ricevere un’attenzione particolare, per fare in modo che non si trovino a dover banalmente scegliere tra l’assimilazione o l’isolamento rispetto al nostro sistema. Il fatto che i migliori scelgano ancora prevalentemente studi superiori di carattere tecnico-scientifico, indica che gli sbocchi nella mediazione culturale sono ancora poco visibili e scarsamente appetibili nel nostro paese. Anche le donne meriterebbero speciale considerazione. Sono loro, infatti, che attraverso la gestione delle necessità di base della famiglia, si trovano a svolgere un ruolo fondamentale nei contatti con l’esterno. Prepararle adeguatamente a compiere con successo tale funzione, incominciando con l’insegnare loro la lingua italiana, risulterebbe di estrema importanza ed efficacia, a patto che siano debitamente tenute in conto talune circostanze che le condizionano pesantemente, come le sedi e gli orari più adatti per coinvolgerle, la possibilità di seguirle in corsi separati da quelli offerti agli uomini, il servizio di cura dei bambini più piccoli dalla quale dovrebbero potersi liberare per il tempo necessario alla loro istruzione… Pragmatica, ma senza rinunciare ad essere profetica. Così ci piacerebbe che fosse la neonata Consulta. Capace cioè di partire dalla realtà e di agire anzitutto in funzione di essa. Senza per questo ridursi a gestire semplicemente l’esistente, ma sforzandosi di leggerne le dinamiche per poterle accompagnare e persino anticipare. Una funzione preventiva, dunque, oltre che organizzativa e di coordinamento. Una funzione autorevole, infine, proprio perché impostata su di un autentico, consapevole e responsabile spirito di servizio.

Paolo Branca

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