Italiano · English

Introduzione

di Brunetto Salvarani

«Un altro mondo è possibile» era lo slogan – quasi sette anni fa, nel gennaio 2002 – della seconda edizione del Social forum mondiale (Sfm), a Porto Alegre, capitale dello stato brasiliano del Rio Grande do Sul. C’era molta speranza, all’epoca, e la maggior parte degli oratori intervenuti ripeterono, come un mantra: «Ma non un altro mondo nell’aldilà. Un altro mondo è possibile qui, su questo pianeta!». Solo un’utopia millenaristica? Uno dei tanti sogni infranti, in questa stagione confusa e segnata molto più dalle chiusure identitarie e dalle paure globali che dall’accoglienza e dal dialogo? Difficile rispondere. Come difficile è stabilire, in un mondo sempre più saldamente globalizzato, quanto le religioni, con il loro potenziale di fedi, di sogni e di etica, siano in grado di assumersi la loro porzione di responsabilità in vista di un radicale cambiamento ambientale. Le cronache di quel Sfm, in ogni caso, raccontano che, tra i mille colori di quella massa di gente sulle rive dell’impetuoso fiume Guaíba, si potevano vedere i paramenti sacri delle differenti tradizioni religiose, mescolati all’eleganza e alla spontaneità degli indumenti estivi. Tra quelle persone e quei movimenti si percepiva un pressante pluralismo culturale e religioso, in tensione verso un grande movimento per un altro mondo o, più precisamente, perché questo mondo possa essere finalmente altro, differente, qualitativamente diverso. Ma quale altra Terra sarebbe possibile? In teoria tutti noi vogliamo, da sempre, pace e giustizia, tranquillità e prosperità, e le vogliamo per tutti. Oggi, però, questi beni che caratterizzano lo shalom messianico dipendono dalla sostenibilità delle risorse economiche e politiche, tecnologiche e scientifiche in un pianeta segnato dai processi di globalizzazione eppure, paradossalmente, ogni volta sempre più limitato dalla misura stessa del suo progresso. In altre parole, perché questa Terra sia sostenibile, è necessario che sia altra. La prima sostenibilità è, ad un tempo, ecologica ed etica. In primo luogo un’etica di convivenza pacifica e di abitabilità; e, di conseguenza, un’etica di pluralismo e di giustizia. Come le religioni, la spiritualità, la teologia possono aiutare questo pianeta ad essere sostenibile ecologicamente ed eticamente, aiutandolo a diventare altro? A tale interrogativo, quanto mai urgente, è dedicato il presente numero di Confronti, quarto speciale di fine estate. La questione ambientale appare oggi come tema quanto mai trasversale, che investe il futuro della società che abitiamo, ma che mette anche in discussione diversi elementi del modello antropologico caratteristico della modernità. Un tema inizialmente emerso sul piano politico rivela, in effetti, una forte componente etica, ma anche una dimensione culturale e teologica di vasto respiro. Come scriveva efficacemente un editoriale della rivista Concilium (n. 5, 2004), la teologia cristiana – ma noi aggiungeremmo, ogni teologia e ogni pensiero religioso – non può starsene cinicamente seduta in piazza ad aspettare, con la scusa che nessuno l’ha invitata a lavorare nel campo, e non può nemmeno continuare a preoccuparsi dei suoi affari ecclesiastici esaurendosi nelle preoccupazioni del suo ambito, del suo spazio, delle sue leggi, della sua identità e della sua auto-apologia, tralasciando l’interpretazione e l’esaltazione della speranza di un altro mondo possibile. Udita la buona novella, essa è spinta ad evangelizzare, a dare il suo contributo senza opportunismo ma anche senza rinunciare a nulla di quanto le è familiare fin dal suo inizio: il sogno messianico del Regno di Dio che si avvicina. Infatti: «ruggisce il leone, chi mai non trema? Il Signore Dio ha parlato: chi può non profetare?» (Am 3,8). Al solito, l’obiettivo di queste pagine non è di fornire risposte definitive né di illudere i lettori di poter essere esaustivi, ma appunto di porre delle domande, di favorire il confronto a tutto campo, in chiave interdisciplinare e interreligiosa. Ci chiederemo perciò come le tradizioni religiose, con la loro etica e la loro mistica, con la loro teologia e la loro poesia, con le loro rappresentazioni del divino, del Creatore e della creazione, possano offrire difesa e sostenibilità ad un mondo altro. Se dovessimo eleggere un patrono ideale del nostro itinerario, si tratterebbe senz’altro del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer: che nelle sue lettere dal carcere nazista, edite postume nel 1951 col celebre titolo di Resistenza e resa, parlò a lungo di «fedeltà alla Terra», non meno che a Dio, quale prospettiva di un modo nuovo di pensare la fede. Su questa Terra, infatti, fu issata la croce di Cristo, su questa Terra avvenne la sua resurrezione e questa stessa Terra diventerà l’abitazione della giustizia di Dio. Non c’è salvezza per gli uomini senza la salvezza della Terra, quella nuova Terra sulla quale abita la giustizia.

Sì, oggi facciamo politica mondiale, ma abbiamo bisogno di una politica della Terra; facciamo economia mondiale, ma abbiamo bisogno di un’economia della Terra; sviluppiamo il dialogo tra le grandi religioni, ma abbiamo bisogno di una religione della Terra; siamo globalizzati, abitiamo in Internet e in Second Life, ma il globo è questa meravigliosa e fragile Terra. Bonhoeffer, verosimilmente, non sapeva nulla della crisi ecologica, ma la sua teologia della fedeltà alla Terra è una grandiosa teologia ecologica: l’ecologia è la dossologia della Terra. Perché un’altra Terra – nonostante tutte le indicazioni contrarie – è davvero possibile.

← «Dire no a pensiero unico e svuotamento culturale» | «Non faremo sconti a nessuno» →

Website Design · HyperTextHero