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Una Consulta per l’islam italiano

Dopo alcuni mesi di lavoro e di incontri, il ministro dell’Interno Pisanu ha annunciato – il 30 novembre scorso – la composizione della tanto attesa Consulta islamica: sedici membri appartenenti a dodici nazionalità diverse. Ci sono esponenti religiosi, ma anche personalità laiche espressione della società civile.

«La consulta islamica è per noi la mano che tendiamo ai musulmani moderati per procedere insieme sulla via dell’integrazione, ma anche per contrastare insieme l’estremismo e la violenza». Sono parole del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, pronunciate il 30 novembre scorso in occasione della comunicazione alla stampa della composizione della Consulta islamica.

La tanto attesa e discussa Consulta è stata finalmente istituita ed è composta da sedici membri appartenenti a dodici nazionalità diverse. È una commissione che «avrà il compito – ha detto Pisanu – di esprimere pareri e di formulare proposte sulle questioni indicate dal ministro dell’Interno. In questo modo essa potrà fornire elementi concreti per la soluzione dei problemi legati all’integrazione della comunità musulmana nella società nazionale». L’istituzione della Consulta ha colto di sorpresa gli addetti ai lavori e la comunità islamica stessa. Si pensava, infatti, che questa ipotesi fosse ormai tramontata, visto che sono rimasti pochi mesi prima delle elezioni politiche previste per il prossimo aprile.

Tuttavia, complessivamente, l’evento è stato colto positivamente, salvo qualche critica al ministro circa la composizione della squadra dei «16 musulmani». Le polemiche riguardano soprattutto la nomina di un esponente dell’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche d’Italia (Ucoii), organizzazione considerata, da alcuni ambienti politici e istituzionali, vicina ai movimenti fondamentalisti islamici dei Fratelli musulmani e di Hamas.

Sulla composizione del team della Consulta, il ministro ha affermato che ci sono voluti mesi di lavoro e di consultazione prima di arrivare ad un risultato finale accettabile. Scorrendo la lista dei nomi della Consulta, si può notare che vi è una eterogeneità dal punto di vista della nazionalità di origine. Ciò rispecchia in qualche modo quella che è la caratteristica della comunità islamica in Italia che, rispetto ad altri paesi europei come la Francia o la Germania, è molto diversificata.

Ma il dato più rilevante è che accanto a noti esponenti di questa commissione, che fanno riferimento a delle realtà che ruotano attorno alle moschee, vi sono altri membri che sono espressione della società civile, che si autodefiniscono laici e portatori di un islam culturale, vissuto nel quotidiano e non necessariamente legato ai luoghi di «culto».

Allo stato attuale delle cose, i membri di questa Consulta, almeno quelli noti, sono portatori di sensibilità e istanze spesso contrapposte. Basti pensare che l’Ucoii, la Lega mondiale musulmana e la Coreis (Comunità religiosa islamica) dialogano poco o nulla tra di loro. A questi esponenti si aggiungono i cosiddetti laici, non sempre in buoni rapporti con le organizzazioni islamiche.

Riusciranno queste persone, nel poco tempo che hanno a disposizione, a mettere da parte le loro divergenze e antagonismi per lavorare per una causa comune, non solo per la comunità islamica ma per l’intera società italiana? Staremo a vedere.

Intanto, la Consulta sarà un luogo in cui queste diverse realtà si confronteranno e porteranno le loro sensibilità e proposte.

Riguardo all’impegno dei componenti della Consulta, Eyaz Ahmed, italiano di origine pachistana, ha dichiarato: «La Consulta segna un momento importante per i musulmani in Italia. Rappresenta un primo passo verso il dialogo. La presenza di persone laiche in questo organo è importante. Io sono laico. Sarà molto difficile realizzare qualcosa di concreto visto che siamo a pochi mesi dalla fine della legislatura. Come membro di questa Consulta io insisterò molto sulla promozione della cultura islamica, perché l’islam non è solo nelle moschee: è nella vita sociale e culturale delle persone che vivono in Italia. Io sono contro la scuola islamica, ma anche la scuola pubblica italiana non mi offre niente dal punto di vista della mia cultura di origine. Si parla poco o niente dei pensatori islamici che hanno contribuito all’evoluzione della civiltà umana. Basta parlare di velo e di burka: l’islam non si ferma qui. L’islam delle moschee non basta per aprire le porte del dialogo, occorre anche dare spazio a quell’islam vissuto nel quotidiano per dare un’immagine positiva della nostra cultura e religione islamica».

Il «laico» Eyaz dovrà dialogare, oltre che con il ministro, anche con altri membri che hanno una connotazione fortemente religiosa, come Mohamed Nour Dachan, presidente dell’Ucoii, che ha come priorità i temi legati alla pratica religiosa. Dachan ha definito la Consulta come «una pietra miliare sulla strada del dialogo. Noi auspichiamo che questa Consulta sia un inizio». Tra gli argomenti che intende presentare all’interno della Consulta, figura la questione dell’Intesa. Ha infatti affermato che «della nostra organizzazione fanno parte più di cento centri islamici. Ma io andrò lì non come rappresentante dell’Ucoii, ma per servire l’intera comunità islamica. Una delle nostre priorità è aprire il tavolo delle trattative per l’Intesa con lo Stato, perché l’Intesa spianerà il terreno dell’integrazione della comunità islamica, che non si sentirà più come una realtà di serie B».

Dal canto suo, Mario Scialoja, direttore della Lega mondiale musulmana – sezione Italia, membro della neonata Consulta, e che ha sostenuto fortemente la creazione di questa commissione, ha detto che «la Consulta non può assolutamente sostituirsi allo strumento dell’Intesa. È chiaro che non sarà un organo decisionale, ma sarà un luogo di dialogo e di consultazione. Peccato che venga un po’ tardi; siamo a pochi mesi dalle elezioni politiche. Bisogna vedere che fine farà questo strumento quando, nell’aprile prossimo, sarà eletto un nuovo governo».

Per quanto riguarda le proposte da presentare ai lavori della Consulta, Scialoja ha affermato che «l’agenda dei lavori sarà fissata dal ministro. Non so se i membri di questa Consulta avranno la facoltà di portare proposte. Comunque, nell’ottica della creazione di un islam italiano, che sta tanto a cuore al ministro Pisanu, noi puntiamo sulla formazione degli imam in Italia per avere delle guide religiose che possano svolgere una funzione di mediatore culturale sociale per gli immigrati musulmani che arrivano nel nostro paese, per facilitare la loro integrazione; imam che devono svolgere un lavoro di educazione spirituale e religiosa e non un indottrinamento politico e ideologico».

Sulla composizione della Consulta, Scialoja esprime un giudizio positivo: «Dato che la Consulta vuole essere uno strumento di consultazione per il ministro, essa non può che essere eterogenea al suo interno. Quello che lamento un po’ in questa commissione è l’assenza di un esponente religioso vero e proprio, un teologo. Questa per me è una lacuna».

Sulla formazione degli imam è d’accordo anche Souad Sbai, presidente dell’Associazione delle donne marocchine in Italia, una delle quattro donne presenti nella consulta. Sbai, anche lei, come Ayaz, sostenitrice di un islam culturale, ritiene che «l’imam deve essere di scuola italiana e deve conoscere la lingua e la cultura italiana». Un altro problema che Sbaii intende presentare alla consulta è quello dei diritti delle donne all’interno della comunità islamica. «Non ci devono essere costrizioni per le donne di portare il velo, se loro non vogliono. Conosco tante donne musulmane in Italia che subiscono violenze fisiche e psicologiche per questo motivo. Bisogna promuovere una campagna di sensibilizzazione per le donne musulmane in modo che possano far valere i loro diritti».

Yahya Pallavicini, vice presidente della Coreis, ci ha detto di ritenersi onorato per il fatto di essere stato scelto per la consulta, che «nel bene e nel male, devo ammettere, può essere uno strumento per aiutare la maturazione della comunità islamica e la costruzione di rapporti trasparenti tra essa e le istituzioni dello Stato». Una delle priorità per Pallavicini è quella dell’educazione: «Occorre favorire una migliore conoscenza dell’islam nelle scuole. È importante strutturare dei percorsi formativi per un adeguato approccio anche metodologico alla religione islamica. Inoltre, egli ritiene che sia importante lavorare per l’integrazione qualificata e rispettosa degli immigrati musulmani, attraverso l’educazione alla cittadinanza democratica, e far sì che la religione islamica possa essere praticata con dignità e trasparenza». Anche per il giovane imam della Coreis, la questione della formazione delle guide religiose è fondamentale «per la crescita e la visibilità, in un contesto occidentale, moderno, di un islam italiano».

Dall’esterno la Consulta è stata giudicata positivamente da molti osservatori dell’evoluzione del fenomeno islam in Italia e in Europa. Secondo il sociologo Fouad Allam, «l’idea è buona. Nella pratica, tuttavia, non sono definite le competenze di questa Consulta, la cui formazione è molto eterogenea, con percorsi intellettuali molto diversi; e manca una figura di spicco. Manca un teologo, ad esempio, che sia capace di formulare delle risposte quando vengono affrontati problemi relativi all’interpretazione coranica». Fatta questa nota critica, Allam ha sottolineato il fatto che si tratta di un passo importante per l’Italia, che così si mette in un’ottica europea che cerca di riformulare l’islam in funzione del contesto nazionale. E sulla nomina di un esponente dell’Ucoii nella Consulta, egli ha affermato che è una mossa intelligente. «L’Ucoii – ha detto – ha un controllo importante delle moschee in Italia. È meglio averlo dentro che fuori, altrimenti una sua esclusione avrebbe radicalizzato ulteriormente le posizioni».Bisogna comunque dare atto a Pisanu che, attraverso una significativa apertura politica e istituzionale nei confronti dei musulmani in Italia, ha avuto il coraggio di insistere nel percorrere un sentiero tortuoso ma praticabile, e ciò per il bene del paese.

Inoltre, questa Consulta islamica, anche se non riuscirà probabilmente a produrre qualcosa di concreto per quanto riguarda l’obiettivo per il quale è stata creata, potrebbe risultare un metodo pedagogico di estrema importanza per la comunità islamica: quello di imparare a non avere una visione unilaterale, esclusivista, monolitica di quello che è o che deve essere l’islam.

La mossa del ministro è senz’altro salutare per la comunità, perché segna, a parere di molti osservatori, l’inizio di una nuova era nelle relazioni interne alla comunità. Contrariamente a quanto è successo in passato, da oggi in poi nessuna realtà associativa islamica, sia essa culturale o religiosa, potrà pretendere, come è successo in passato, di essere l’unica rappresentante della comunità islamica in Italia.

Le realtà che compongono le variegate comunità islamiche, da quelle religiose di diverso orientamento dottrinale e politico a quelle culturali e laiche, sono portatrici di istanze e bisogni diversi tra di loro. Sono, tuttavia, realtà complementari che insieme potrebbero contribuire a liberare l’islam italiano dal peso dei pregiudizi e dei diffusi e radicati sospetti di una sua sistematica correlazione con il fanatismo, la violenza e il terrorismo.

Mostafa El Ayoubi

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