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Un papato in bilico

«Sul piano più strettamente teologico questo papa è vissuto sul confine tra i due Concili Vaticani, da un lato promuovendo l’insegnamento del Vaticano II e dall’altro riproponendo una serie di insegnamenti e devozioni di tipo pre-conciliare».

È difficile parlare dopo il diluvio di parole che ha accompagnato la morte di Giovanni Paolo II e dopo gli eccessi di retorica religiosa ai quali abbiamo dovuto assistere (per fare soltanto un esempio, si pensi a quel giornale nazionale che ha titolato in prima pagina su nove colonne «Papa nostro che sei nei cieli»). Quando muore una persona, nota o ignota, celebre o sconosciuta, l’atteggiamento più corretto dovrebbe essere il silenzio, che per i credenti è accompagnato dalla preghiera, per definizione personale e silenziosa.

Ma il silenzio potrebbe essere frainteso come mancata partecipazione o disinteresse, sebbene si possa partecipare al cordoglio generale senza voler trasformare in spettacolo né la morte di chi ci ha lasciato né il dolore di quelli colpiti dal lutto. Cercherò dunque di spendere qualche parola su un pontificato così lungo, significativo e celebrato come quello di Giovanni Paolo II, per quanto sia difficile o forse addirittura impossibile esaurire il discorso nelle poche righe a disposizione.

Giovanni Paolo II sarà ricordato tra i grandi pontefici nella lunga galleria di papi che si sono susseguiti dall’antichità cristiana fino ad oggi. La caratteristica fondamentale del suo pontificato sta nell’aver proposto (ed in un certo senso imposto) all’attenzione e alla considerazione del mondo l’istituzione papale ben al di là dei confini della Chiesa cattolica romana. Con la sua forte personalità e il suo carisma, soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione di massa, Giovanni Paolo II ha in un certo senso reso più «cattolica» (cioè più «universale») l’istituzione papale, senza per questo renderla meno romana.

Un’altra delle caratteristiche rilevanti (e dei paradossi) di questo pontificato è che esso da un lato si è svolto dopo il Concilio Vaticano II e sulla scia del suo insegnamento, ma dall’altro ha avuto molti tratti caratteristici del papato come è stato configurato dal Concilio Vaticano I. L’interpretazione del papa come pastore universale, come figura centrale non soltanto nella Chiesa cattolica ma nel mondo, per così dire come «monarca religioso» che domina la scena pubblica, infatti, è un’idea che appartiene al Vaticano I. Il paradosso risiede nel fatto che la grande promessa del Vaticano II è stata di accrescere la collegialità episcopale, mentre Giovanni Paolo II ha operato un forte accentramento intorno alla figura e all’autorità papale.

Vorrei soffermarmi brevemente su alcuni aspetti di questo pontificato a vari livelli. Sul piano politico ho apprezzato particolarmente il discorso ai mafiosi, che è stato una vera predicazione evangelica, tanto sorprendente quanto efficace. Sul piano teologico-culturale mi ha lasciato perplesso la difficoltà di Giovanni Paolo II nel comprendere l’illuminismo e con esso la modernità e la secolarizzazione. Sul piano più strettamente teologico, come ho già accennato, questo papa è vissuto sul confine tra i due Concili Vaticani, da un lato promuovendo l’insegnamento del Vaticano II e dall’altro riproponendo una serie di insegnamenti e devozioni di tipo pre-conciliare.

Sul piano ecumenico, infine, si riscontra ancora una volta una certa contraddittorietà: da un lato si è assistito ad una straordinaria apertura, a grandi dialoghi e scambi di visite anche sul piano dei rapporti con le altre religioni (si pensi agli incontri interreligiosi di Assisi o alle visite alla sinagoga di Roma e alla moschea di Damasco), ma dall’altro si registrano difficoltà sul piano strettamente ecumenico dei rapporti intra-cristiani.

Nei rapporti con l’Ortodossia orientale è sorta una grande crisi perché questo papa ha promosso, direttamente o indirettamente, un proselitismo cattolico in terra russa che risulta sgradito al patriarcato di Mosca. Con le Chiese protestanti, i dialoghi sono continuati e gli incontri si sono intensificati, ma tale circostanza non ha portato quei frutti che si potevano (e si possono ancora) sperare: non c’è stata nessuna apertura né sul piano dell’ospitalità eucaristica né su quello del riconoscimento reciproco dei ministeri (che sarebbe un passo decisivo verso la comunione tra le Chiese), mentre sul piano (che ci sta molto a cuore) dell’ordinazione delle donne c’è stata una chiusura completa e categorica.

D’altra parte non si può dimenticare un’enciclica molto importante come la Ut unum sint sull’ecumenismo (1995) né si può trascurare che sotto questo pontificato è stato siglato il consenso sulla giustificazione per fede tra luterani e cattolici (1999) ed è stata varata la Charta Oecumenica sottoscritta da tutte le Chiese cristiane d’Europa (2001).

Cosa vuol dire tutto ciò? Che questo pontificato ha avuto un «potenziale ecumenico» che finora non ha portato i frutti sperati, ma che è come un seme sotto terra che potrà germogliare. A questo proposito molto dipenderà dal pontefice che succederà.

Paolo Ricca

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