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«Un gioco d’azzardo senza senso»

In «Pasque di sangue» Ariel Toaff non dimostra nulla e non esibisce alcun documento che provi l’omicidio rituale. Il testo presenta solo vuoti ammiccamenti e un gioco di detto e non detto. Solo allusioni, sospetti, insinuazioni.

Le accese discussioni suscitate da Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali di Ariel Toaff, storico dell’Università israeliana di Bar-Ilan, sono svanite nel nulla dopo che l’autore stesso ha deciso di ritirarlo dal commercio. Del libro non si parla più, ma restano aperte diverse questioni sulle quali vale la pena soffermarsi ancora.

Il libro era stato presentato con una discutibile campagna mediatica e per più di una settimana si era scatenata una vera e propria guerra fra storici sulla plausibilità o meno della sua proposta, sul corretto uso delle fonti da parte di Ariel Toaff e sulla sostenibilità complessiva del suo contenuto.

Dico subito che il libro non andava ritirato anche perché le conseguenze che ha prodotto il gesto di Toaff sono state peggiori della polemica suscitata. Si è gridato allo scandalo, sono stati evocati i nomi di Spinoza e di Hannah Arendt (per il libro sul processo ad Eichmann). Tuttavia Toaff non è né l’uno né l’altra.

Il libro è deludente. Di omicidi rituali si parla solo nella sua seconda metà e attraverso tesi arcinote e bocciate da anni di studi seri sull’argomento.

La tesi di fondo si basa sull’ipotesi secondo cui nelle confessioni delle vittime di processi inquisitoriali sarebbero presenti «frammenti relativamente immuni da deformazioni della cultura che la persecuzione si proponeva di cancellare». Insomma Toaff non dimostra nulla e non esibisce alcun documento che provi l’omicidio rituale. Il testo presenta solo vuoti ammiccamenti e un gioco di detto e non detto. Solo allusioni, sospetti e insinuazioni. Troppo poco, francamente, per parlare di prove inconfutabili.

Ma di là dalle ricostruzioni delle tesi sostenute da Toaff e dai contenuti delle posizioni assunte dagli studiosi intervenuti nel dibattito (e, sia detto per inciso, la stragrande maggioranza di essi ha giudicato insostenibili le tesi del libro, fatta eccezione per Sergio Luzzatto che ha incredibilmente giocato su un sensazionalismo fuori luogo) resta una domanda: perché uno studioso che in precedenza aveva scritto saggi di ben altra caratura ha giocato d’azzardo, avventurandosi su un crinale rischioso e lontano persino da ogni «oggettività» storica? Perché perdersi in labirinti di insensatezza? Perché volgere lo sguardo su pagine della storia che, ancorché false, hanno spalancato abissi di violenza e persecuzioni?

Insomma perché sostenere che in qualche caso le accuse di omicidio rituale erano fondate, quando da secoli questo teorema, questo paradigma indiziario non è stato più preso in considerazione?

L’accusa del sangue è da sempre uno dei miti fondatori dell’antiebraismo e fa parte di quel vasto armamentario ideologico intessuto dalla fitta trama di leggende popolari e racconti medievali che, insieme ad altro, è stato un pretesto per scatenare persecuzioni e massacri contro gli ebrei.

È noto che non è mai esistita nella tradizione ebraica alcuna prescrizione né alcuna consuetudine che consenta di utilizzare sangue umano ritualmente. Anzi questo uso è sempre stato considerato con orrore. Come è possibile che si torni al mito dei sacrifici umani e sostenere che fondamentalisti askenaziti si siano dedicati a questa disperata e feroce pratica?

Probabilmente bisogna tornare a una delle pagine più tormente della storia ebraica: mi riferisco al ben noto odio di sé ebraico. Ma, forse, neppure questa pista conduce ad alcun luogo. L’odio di sé si è sviluppato in un contesto di assimilazione, nella sua feroce dialettica ben analizzata da Hannah Arendt. Ma un uomo come Ariel Toaff cosa può odiare di sé?

Come non rendersi conto che un libro simile che – ripeto – non ha prodotto alcuna prova inconfutabile (e come poteva?), avrebbe alimentato un antisemitismo mai cancellato? Una volta appianate le questioni metodologiche e di contenuto si è immediatamente fatta strada la tesi di una intrusione indebita del potere dei rabbini e della lobby ebraica, che attentava alla libertà di pensiero e di stampa. Insomma, dissolto il libro dalla critica degli storici più che degli ebrei sono tornate a circolare le classiche formule del più becero antisemitismo. E qui vengo alle conseguenze del ritiro del libro dal mercato. Ciò fa riemergere pregiudizi e retropensieri morbosi che alimentano nuove leggende metropolitane. Una patologia culturale, una stratificazione di vuote chiacchiere che però alimentano vecchi e nuovi pregiudizi poco interessati a sapere se le cose siano davvero andate così.

Insomma non spacciamo per questioni di metodo retoriche giornalistiche a buon mercato fatte di cinismo e volgarità per nulla interessate alla qualità di un libro e di una ricerca. A cosa attribuire questa mancanza di discernimento critico? Certo l’irresistibile rumore mediatico ha giocato un ruolo centrale e questo ci mette al riparo dal giudicare la vicenda come un’offesa alla libertà di pensiero.

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