Un dibattito senza senso
Paolo De Benedetti
Il dibattito tra sostenitori del creazionismo e dell’evoluzionismo oltreoceano ha qualche eco anche da noi in Italia. Abbiamo chiesto al professor Paolo De Benedetti, cattolico esperto di giudaismo e di Antico Testamento, una riflessione su questi temi alla luce della Bibbia.
I sostenitori del creazionismo ritengono che le teorie evoluzioniste siano in contraddizione con il racconto della Bibbia. Secondo lei il conflitto è l’unico rapporto possibile tra fede e scienza?
No, anzi. Secondo me questa polemica è assolutamente superata dagli studi biblici. È una polemica arcaica che da un lato rivela un fondamentalismo biblico in coloro che sostengono il creazionismo com’è raccontato in Genesi 1 e 2 e dall’altra non ha fondamento perché il problema non sussiste per chi (come fanno tutti i biblisti oggi) tiene conto del significato che ha il racconto nella tradizione letteraria antica e della differenza che c’è tra mito, saga, leggenda, racconto, storia. Tutti questi «generi» sono presenti nella Bibbia e il testo non si capisce – o si capisce in modo sbagliato – se non lo si inquadra prima nel genere appropriato.
Quale significato si può dare ai racconti biblici della creazione?
I due racconti biblici della creazione sono nati in epoche diverse. Il racconto biblico di Genesi 1:1-2:4 è più recente e ha lo scopo di stabilire un rapporto tra l’origine del mondo e la settimana, e soprattutto di mostrare come il sabato nella tradizione ebraica sia in realtà quasi il significato e il culmine della Creazione. Il secondo racconto invece, quello di Genesi 2, è più antico. I biblisti usano parlare di una «creazione bagnata», che è quella del primo capitolo, in cui tutto esce dalle acque, e di una «creazione asciutta», quella del secondo capitolo, in cui Dio deve far piovere perché la terra è asciutta, l’uomo viene creato con la polvere e così via. I due racconti riflettono due tradizioni, la prima formatasi in Babilonia, che era allora – ma è anche adesso – un luogo di grandi fiumi, e la seconda formatasi nella terra d’Israele, che era ed è un luogo alla mercé della pioggia. Già la compresenza di due racconti sta a significare che ci sono due modi con cui gli antichi immaginavano l’origine del mondo. La cosa fondamentale non è la scansione, ma l’attribuzione a Dio dell’origine del mondo. Tra l’altro anche l’idea di creazione dal nulla, che fa parte ormai di tutte le teologie, nel periodo biblico più antico non era presente, poiché non esisteva l’idea del nulla. C’era piuttosto, sullo sfondo di concezioni babilonesi, il concetto di una vittoria della divinità sul caos. Infatti, le prime parole della Genesi, solitamente tradotte nella forma «In principio Dio creò il cielo e la terra», dovrebbero essere tradotte più precisamente: «Quando Dio cominciò a creare il cielo e la terra, la terra era un vuoto caos…». Questa frase lascia intendere che Dio intervenisse in un caos già esistente. Questa è una concezione che nessuno oggi condivide, però il racconto biblico è così antico da riflettere un modo di pensare comune anche alle altre religioni del Vicino Oriente, solo che nelle altre religioni c’era un Dio creatore insieme ad altri dei, mentre nella Bibbia c’è il solo Dio creatore.
Secondo lei è possibile assumere la teoria dell’evoluzione all’interno della visione cristiana?
Ma certamente, è possibilissimo. Solo che bisogna aver ben chiaro che, come ha detto una volta un teologo, la Bibbia non ci insegna come è stato fatto il cielo, ma ci insegna come si va in cielo. Ritengo assolutamente sciocco dibattere il problema del creazionismo oggi: questo aveva un senso quando la critica letteraria, la critica stilistica e la lettura dei testi non erano così evolute come nel secolo XX. Del resto, se leggiamo con attenzione il racconto del primo capitolo, vediamo che le varie realtà non vengono create in un colpo solo, ma c’è un progresso e c’è soprattutto la consapevolezza che i mammiferi vengono dopo gli uccelli e gli uccelli dopo i pesci. Non dico che questo dimostri l’evoluzione, ma dimostra che già gli antichi avevano una certa concezione «evolutiva». Un’evoluzione d’altra parte è auspicabile, non l’evoluzione corporea, ma l’evoluzione dello spirito umano verso i nuovi cieli e la nuova terra, verso l’orizzonte messianico per gli ebrei, l’evoluzione in cui ognuno di noi ha la propria responsabilità.
Il movimento creazionista solitamente è identificato con una parte dell’evangelismo statunitense, all’interno del quale è nato. Secondo lei il creazionismo è un fenomeno circoscritto al contesto locale oppure è esportabile, ad esempio in Europa?
Non sono molto informato, però posso dire che il creazionismo fino al secolo XIX era un’opinione comune di tutte le confessioni religiose cristiane e anche dell’ebraismo. Il cosiddetto metodo storico-critico, che oggi prevale nelle facoltà teologiche sia cattoliche sia protestanti, ha fatto sì che questa interpretazione sia rimasta patrimonio dei movimenti religiosi letteralisti. Le grandi Chiese, per esempio gli anglicani, i luterani, i calvinisti, i cattolici, sono totalmente concordi sul modo di interpretare la Bibbia e non sentono questo problema. Va detto poi che molto spesso i fondamentalisti che continuano a sostenere il creazionismo si basano non sul testo originale ma su delle traduzioni. Non credo che il creazionismo di per sé possa essere oggetto di esportazione, ma lo considero un elemento intrinseco a certi movimenti religiosi che, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, sono stati esportati dall’America in Europa.
(intervista a cura di Eva Valvo)
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