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Trasformazioni senza stravolgimenti

Chiara Saraceno

“La richiesta di istituire i Patti civili di solidarietà non distrugge la famiglia, anzi: è una domanda di stabilità e di istituzionalizzazione dei legami che nulla toglie agli altri legami, semplicemente ne aggiunge un altro”. Saraceno è professore ordinario di Sociologia della famiglia all’Università di Torino.

Come è cambiata la famiglia in questi ultimi anni? Quali le trasformazioni più rilevanti?

I cambiamenti avvenuti nella famiglia dipendono da tanti motivi. Il principale è l’invecchiamento della popolazione. Se guardiamo a chi fa parte della cerchia ristretta della famiglia, vediamo che ci sono più generazioni compresenti. Non vivono sotto lo stesso tetto, ma nel mondo relazionale degli adulti ci sono ancora dei genitori, anche molto anziani o mediamente anziani, e nella vita relazionale dei figli ci sono dei nonni e qualche volta dei bisnonni. Si sono moltiplicati i rapporti intergenerazionali; contemporaneamente si sono ridotti, soprattutto per le generazioni più giovani, i rapporti orizzontali: ci sono meno fratelli e sorelle, meno cugini. Prevale quindi la catena di generazioni discendenti o ascendenti rispetto alla rete orizzontale.

Le statistiche ci dicono poi che sono aumentate le famiglie senza figli, e le persone che vivono da sole. Non significa che sono aumentate le famiglie che non hanno mai neanche un figlio, ma che lungo il ciclo di vita individuale e familiare vi possono essere fasi più o meno lunghe in cui una famiglia, o un individuo, non vive con i figli. Ciò è in larga misura dovuto al combinarsi dei due fenomeni che sono responsabili dell’invecchiamento della popolazione: aumento delle speranze di vita e riduzione della fecondità. Molte coppie senza figli sono infatti anziani che non vivono più con i loro figli. E molte persone sole sono pure anziane (per lo più donne), rimaste vedove. Anche se sono in aumento i «soli» non anziani divenuti tali dopo la fine di un matrimonio per separazione (mentre non sono molto presenti i «soli» giovani, all’inizio della vita adulta).

La riduzione della fecondità fa aumentare la possibilità che nel corso della vita una coppia attraversi una o più fasi in cui è senza figli conviventi. La riduzione della fecondità, d’altra parte, ha modificato fortemente sia l’esperienza della crescita (l’essere figli) che quella di essere genitori. Ha prodotto famiglie più piccole, anche più intensive nelle loro attenzioni sul destino delle giovani generazioni, con un sovraccarico di intenzionalità o di aspettative. In Italia si aggiunge il fenomeno del ritardo dell’uscita dalle famiglie: ci sono meno figli, ma rimangono in casa più a lungo.

E questo quali conseguenze comporta?

In molte famiglie ci sono due generazioni di adulti che vivono sotto lo stesso tetto, con tutte le necessità di negoziazione delle libertà e delle autonomie e contemporaneamente dei rapporti di reciprocità. Queste famiglie stanno in parte ridefinendo le regole del gioco familiare e intergenerazionale. Questi fenomeni sono diffusi e tutte le famiglie in qualche modo li sperimentano. Ce ne sono poi altri meno diffusi, anche se in crescita. Il primo riguarda il fenomeno della partecipazione delle donne, in particolare delle donne madri, al mercato del lavoro. Anche se in Italia non abbiamo ancora raggiunto i tassi che ci si è prefissi a livello di Unione europea, se guardiamo le giovani generazioni la maggioranza assoluta delle mamme con figli in età prescolare è nel mercato del lavoro (oltre il 50%, ma distribuite diversamente a livello territoriale: molte di più nel centro-nord che non nel Mezzogiorno).

Lavoro e famiglia stanno diventando due esperienze, due ambiti di responsabilità, che per le donne stanno assieme, non sono più in alternativa come invece era negli anni Sessanta e nella prima metà degli anni Settanta. Questo indubbiamente produce un sovraccarico per le donne, perché i modelli di comportamento femminile sono cambiati molto di più di quelli maschili. In ogni caso modifica fortemente l’organizzazione della vita quotidiana della famiglia, i suoi tempi, le esperienze di ciascuno, le risorse che ciascuno porta nella interazione di coppia e tra le generazioni. Un secondo fenomeno, già accennato, riguarda la riduzione della fecondità, che ha modificato non solo il ciclo di vita della famiglia, ma la rete parentale e gli stili relazionali.

Tutti questi fenomeni – invecchiamento della parentela, occupazione femminile, prolungamento della permanenza dei figli in famiglia – pur modificando di fatto i modi di fare e vivere la famiglia non ne hanno però modificato la dimensione istituzionale. Altri invece modificano anche questa. Il divorzio ha reso reversibile il matrimonio e aperto la via alla formazione di famiglie ricostituite – in cui uno o entrambi i coniugi provengono da un matrimonio precedente – non più a causa della vedovanza, ma di scelte intenzionali e nella continuità della presenza (ad esempio nel mondo relazionale dei figli) anche delle persone con cui non si vive più. Un mutamento che non riguarda le norme legali, ma quelle culturali e i valori, è il fatto che sessualità e matrimonio si sono «disimplicati». Oggi i giovani fanno sesso prima del matrimonio, anche prima di andare a vivere insieme, quindi il matrimonio non è più ciò che «autorizza il sesso» (specie per le donne), rendendolo legittimo. È un fenomeno intrecciato a quello della disimplicazione tra sessualità e procreazione.

Come è cambiato quindi il modo di pensare al matrimonio?

In Italia il matrimonio continua ad essere molto popolare. A differenza di altri paesi europei, il numero di convivenze more uxorio è ancora ridotto. Anche se sempre più i matrimoni sono preceduti da un periodo di convivenza more uxorio. A loro volta le convivenze stanno diventando feconde, il che vuol dire che si tratta di coppie stabili, che hanno un loro progetto di futuro, compreso quello di avere figli. Parallelamente il matrimonio è diventato più fragile: aumentano le separazioni e i divorzi, aumentano i secondi matrimoni, aumentano quindi le famiglie ricostituite, aumentano le famiglie i cui rapporti legali e istituzionali tra chi le compone non sono lineari (ci sono famiglie in cui i figli sono di uno dei due e non di entrambi, o ci sono figli di uno e figli di entrambi), quindi si complicano anche i rapporti di parentela.

Ma per quale motivo diminuiscono i matrimoni?

Intanto perché la popolazione in età da matrimonio sta diminuendo e poi chi decide di mettersi in coppia non necessariamente lo fa subito sotto forma di matrimonio. Negli altri paesi il modo normale, nel senso di più diffuso e culturalmente accettato, di andare a vivere insieme come coppia è quello di convivere senza essere sposati: nel centro-nord Europa quasi nessuno si sposa più senza aver prima convissuto, anche per un certo numero di anni. Addirittura molti si sposano dopo che sono arrivati i figli. In Italia invece il matrimonio è ancora la forma più diffusa di messa in coppia convivente, però si aspetta tantissimo. Anche se le convivenze non stanno davvero sostituendo i matrimoni, tuttavia, sono in aumento le coppie che assumono la convivenza senza matrimonio come prima modalità del mettersi in coppia.

Quali sono i fattori psicologici, sia interni che esterni, che spingono una coppia a sposarsi o meno?

Nel nostro paese il matrimonio è ancora l’unica forma di unione istituzionalizzata, che ha conseguenze sia legali che patrimoniali. Nella maggior parte dei paesi occidentali esiste una qualche forma di istituto parallelo per coloro che non intendono sposarsi ma desiderano dare una qualche rilevanza sociale agli impegni reciprocamente assunti. Molte convivenze alla fine diventano matrimoni non tanto per una scelta valoriale, ma per una scelta di convenienza e di necessità. Chi convive, nel nostro paese, è poco protetto: la libertà degli individui da questo punto di vista è un po’ coartata. Inoltre, per andare a vivere per conto proprio, una coppia ha necessità di una casa. Stante la inadeguatezza e costosità del mercato degli affitti nel nostro paese, il ricorso all’acquisto è pressoché obbligato. Ma ciò impone alle giovani coppie di ricorrere all’aiuto finanziario dei genitori, che possono richiedere in cambio una istituzionalizzazione del rapporto di coppia per provvedere al cui tetto si impegnano economicamente. Quindi c’è sicuramente una forte pressione sociale che spinge a sposarsi. Inoltre, se il modello culturale prevalente è il matrimonio, chi non si sposa si sente ancora oggi un po’ deviante. Il che non toglie che molte persone condividano con la Chiesa cattolica l’idea che solo chi si sposa dimostra responsabilità e impegno, anche se non tutti seguono il precetto religioso che vorrebbe la castità fuori (e talvolta anche dentro) al matrimonio e che non vede di buon occhio la contraccezione.

Riguardo alle polemiche delle ultime settimane sui Patti civili di solidarietà: ritiene che essi possano costituire una minaccia per la famiglia tradizionale?

No, anzi. I Pacs riguardano i conviventi eterosessuali e omosessuali. Per gli eterosessuali è un’opzione in più. Nella situazione italiana due persone possono convivere per cinquant’anni, ma dallo Stato sono comunque considerati estranei. L’Italia è rimasta sola, insieme alla Grecia, a non avere un modello intermedio tra il tutto del matrimonio e il nulla della estraneità giuridica. I Pacs consentono ad una coppia eterosessuale che non vuole sposarsi di rinunciare ad una parte delle obbligazioni definite dal matrimonio, ma di riconoscerne delle altre. Per gli omosessuali sarebbe l’unica possibilità, essendo loro vietato il matrimonio. È una situazione molto singolare: gli omosessuali, soprattutto maschi, a lungo sono stati accusati di essere promiscui; ma negli ultimi anni sono aumentati i rapporti stabili e la condivisione dell’importanza di una salda relazione di coppia. È un bene! Laddove una società moltiplica la stabilità dei rapporti tra le persone, questa società è più stabile, più coesa, più integrata. Quindi gli omosessuali dovrebbero essere incentivati e non scoraggiati a riconoscere e far riconoscere in pubblico gli impegni di solidarietà e reciprocità che scaturiscono dal loro rapporto d’amore. La richiesta di istituire i Pacs non distrugge la famiglia, anzi: è una domanda di stabilità e di istituzionalizzazione dei legami che nulla toglie agli altri legami, semplicemente ne aggiunge un altro.

(intervista a cura di Alessia De Rossi)

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