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Tra storia, drammi e religioni

Viaggio di «Confronti» da Damasco ad Aleppo. Abbiamo ascoltato il punto di vista di ministri del governo sul conflitto israelo-libanese e sulla questione del Golan. E poi personalità musulmane e cristiane (siro e greco ortodosse, melkite ed armene) che ci hanno illustrato il possibile ruolo delle religioni per favorire la pace.

«Se le religioni non aiutano a costruire la pace, a che servono?». Potremmo forse porre questo interrogativo – sollevato, in risposta ad una nostra domanda, da Mahmoud Akkam, autorevole teologo musulmano di Aleppo – come leitmotiv del seminario di studio che, a fine agosto, abbiamo compiuto in Siria, con un gruppo di amici di Confronti. Dopo che il 12 luglio era scoppiato il conflitto israelo-libanese, durato 33 giorni, ci siamo chiesti più volte se mantenere il viaggio programmato da mesi. Infine, abbiamo deciso di sì, convinti che proprio la drammaticità della situazione lo rendesse «necessario», anche perché, finora, nei nostri numerosi «pellegrinaggi» in Medio Oriente, non avevamo incluso Damasco tra le capitali dei paesi «dove la pace è più difficile». Ovviamente consapevoli che, per farsi un’idea la meno inadeguata possibile della complessità del puzzle mediorientale, i punti di vista ascoltati in Siria – di parte, lo sappiamo – vanno messi a confronto con quelli, variegati, che ci arrivano dal Libano, dalla Giordania, dall’Iran, dall’Iraq, dai Territori palestinesi, da Israele.

«La radice del conflitto è Israele»

Nei nostri viaggi di studio nei vari paesi, includiamo alcuni dei principali monumenti storici: così, come dimenticare, per la Siria, la moschea degli Omayyadi a Damasco, il Krak dei cavalieri, le superbe rovine romane ed ellenistiche di Palmira e di Apamea, i misteri dell’antichissima Ebla, la cittadella di Aleppo? Si spazia in cinquemila anni di storia, e si rimane attoniti toccando da vicino una delle fonti della civiltà che, qui in Europa, chiamiamo «occidentale» senza renderci conto, spesso, delle sue radici che stanno nella parte est del Mediterraneo.

Ma la caratteristica di questo, come di ogni nostro viaggio, dovevano essere gli incontri, tenacemente ricercati, con comunità, autorità, e personalità significative del paese visitato. Andavamo in Siria conoscendone, a grandi linee, la storia, soprattutto recente, quella segnata dall’incontrastato ed incombente potere di Hafez Assad, alla cui morte, nel 2000, come in una dinastia, presidente della Siria è diventato il figlio Bashar.

Pur essendo il nostro un viaggio senza alcun carattere ufficiale, abbiamo avuto incontri – voluti non come occasione di dissenso o di assenso, ma di conoscenza – con ministri del governo, con personalità musulmane, con patriarchi ed esponenti cristiani. Tutti incontri che, avvenendo a ridosso della gravissima crisi libanese, e mentre il governo italiano stava molto impegnandosi a far attuare la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu per garantire la tregua tra Israele e gli Hezbollah del Libano, sono stati visti con particolare riguardo da chi ci riceveva. A Damasco, accolti con grande solennità e cortesia, siamo stati ricevuti da due ministri: dell’informazione, Mohsen Bilal, e per i siriani all’estero, signora Bouthaina Shaaban. «In Libano, come in Palestina – ci dice il primo – Israele fa la politica dei massacri. Una politica tremenda, oltretutto contro se stesso, la politica di un cordone ombelicale con gli Stati Uniti d’America. Ma come pensa al suo futuro Israele, piccolo paese incuneato tra paesi arabi? (...) Quello che Israele ha fatto in questi giorni in Libano è terrorismo di Stato». Per il futuro? «È dal 1991, dalla Conferenza di pace di Madrid sul Medio Oriente, che la Siria chiede ad Israele, per fare la pace, la restituzione del Golan. Sono passati ormai quindici anni, ma la nostra proposta è rimasta inevasa», riprende Bilal.

Per capire il riferimento, va ricordato che Israele conquistò il Golan siriano – le colline che sovrastano il lago di Genezaret, il Kinneret – nella «Guerra dei sei giorni» del giugno 1967. La Siria tentò invano, con la «guerra del Kippur» dell’ottobre 1973, di riprendersi il territorio. Nel ‘74 Israele restituì una parte del Golan alla Siria; nell’81 proclamò l’annessione della parte (maggioritaria) mantenuta sotto il suo controllo, una decisione non riconosciuta dall’Onu. L’importanza del Golan è strategica ed economica, perché da esso, sovrastato dal massiccio dell’Hermon, sgorgano preziosissime sorgenti d’acqua, come il Giordano.

Bilal, ancora, ricorda che nel vertice di Beirut del marzo 2002, la Lega araba, che coordina ventidue paesi, propose a Israele l’immediato e pieno riconoscimento, e la pace definitiva, a patto che esso rientrasse nei confini antecedenti la «Guerra dei sei giorni», ed abbandonasse dunque totalmente i Territori palestinesi da esso ancora occupati (Striscia di Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme-Est) e il Golan. «Chiedevamo la nostra terra in cambio della pace; ma Israele ignorò la proposta», rileva il ministro. Sull’attuale situazione in Libano, Bilal – ricordati i legami storici del suo paese con quello vicino – ci dice che la Siria ora ospita, «senza discriminazioni religiose», 250mila profughi che hanno dovuto abbandonare le loro case a causa dei bombardamenti israeliani.

Bouthaina Shaaban sottolinea: «Israele dice che voleva eliminare gli Hezbollah. Perché allora ha distrutto Beirut, bombardando palazzi pieni di civili, e uccidendo molti bambini?».

Parlandoci poi del suo lavoro specifico, il ministro ci spiega che si occupa dei quindici milioni di gente di origine siriana che vive all’estero («ce ne sono moltissimi, ad esempio, in Argentina e Brasile»). Una cifra che ci appare davvero alta, tanto più se si tiene conto che oggi la Siria conta circa 18 milioni di abitanti.

Per quanto riguarda gli ebrei, il ministro dice che essi, in Siria, si sono sempre trovati bene; oggi, aggiunge, sono pochissimi, perché la maggior parte ha deciso, «spontaneamente», di trasferirsi in Israele. «Da noi non ci sono contrasti tra le varie religioni: da mille anni viviamo in pace».

«L’islam proclama la pace»

Salah Eddin Kuftaro è il direttore generale della «Sheikh Ahmad Kuftaro Islamic Foundation», legata al nome del padre, lo Sheikh Ahmad. Questi, nato a Damasco nel 1915, eminente giurista islamico, nel 1964 fu eletto Grand Mufti della Siria, carica che mantenne fino alla morte, nel 2004. Dal mondo occidentale fu «scoperto» quando, il 6 maggio 2001, nella moschea degli Omayyadi di Damasco ricevette Giovanni Paolo II, primo papa a compiere l’inedito e (teologicamente) ardito gesto di entrare in una moschea.

Ahmad Kuftaro aveva trasfuso le sue idee nella Fondazione da lui creata già settant’anni fa, sempre con lo scopo di richiamare l’umanità, alla luce del Corano, ad agire rettamente, sottomessi a Dio, favorendo l’armonia tra i seguaci delle varie religioni. Attualmente – insieme con la collegata moschea di Abu Nour – la Fondazione include tre collegi islamici, istituti per studiare la sharia (legge islamica), convitti per maschi e femmine, un centro per lo studio della lingua araba, opere di assistenza sociale, soprattutto per gli orfani. Ogni anno dodicimila studenti di 55 paesi del mondo frequentano corsi della Fondazione.

«Il profeta Muhammad, nel sacro Corano, ci ricorda che tutti veniamo da Adamo e da Eva, e che siamo dunque tutti fratelli. Ebrei, cristiani, musulmani sono tutti legati ad Abramo, siamo come una famiglia», ci dice Salah Eddin Kuftaro. Ed aggiunge: «Se pur ci sono ebrei violenti, cristiani violenti e musulmani violenti, non possiamo affatto dire che tutti i seguaci di queste religioni siano violenti. Non tutti gli ebrei vogliono la guerra; non tutti i cristiani sono come il presidente George W. Bush, non tutti i musulmani sono come coloro che creano disordini! Ma spetta soprattutto ai leader spirituali di queste religioni una particolare responsabilità per costruire la pace».

I «buoni rapporti» attuali tra islam e cristianesimo nel paese hanno avuto, in luglio, una conferma significativa: consigliere del Grand Mufti della Siria, Ahmad Badr El Dine El Hasoun, è stato scelto per la prima volta un non musulmano, e cioè il cattolico melkita Bassel Kasnasrallah.

Da Damasco, puntando verso Aleppo, visitiamo diverse località. Impressiona vedere spesso lungo le strade, ma anche sui taxi, striscioni verdi-gialli e manifesti in cui appaiono insieme, sorridenti, gli Assad, padre e figlio, insieme allo sceicco Hassan Nasrallah, il capo degli Hezbollah libanesi. E colpisce un messaggio «occasionale» ma politicamente impegnativo: in un depliant che illustra le rovine di Palmira sono segnati i paesi confinanti con l’attuale Siria: Turchia, Iraq, Giordania, Libano, Palestina (che delimita l’intero territorio dell’ex Mandato britannico. Israele non c’è).

Un’altra cosa ci ha colpito, viaggiando: non si notano in giro particolari tensioni; al contrario, almeno nelle città visitate, la sera si vedono le strade piene di gente che chiacchiera tranquillamente, o che mangia in allegra compagnia. Solo lungo il confine con il Libano abbiamo notato molti soldati. Sapevamo tuttavia che… l’apparenza può ingannare; e non ignoravamo in quale situazione geopolitica si trovi la Siria! E, tanto per fare un esempio, non abbiamo dimenticato che, per stroncare il movimento dei Fratelli musulmani accusati di attentare al potere dell’onnipotente partito Baath e di diffondere il fondamentalismo, nel febbraio dell’82 Hafez Assad fece bombardare Hamah, provocando migliaia di vittime e distruggendo gran parte della città. Perciò, tornati a casa, quando il 12 settembre abbiamo visto in tv le immagini dell’attentato contro l’ambasciata statunitense a Damasco (una strage evitata per il pronto intervento delle forze siriane di sicurezza) ci siamo chiesti: cui prodest? Quale mano, e quale mente, dietro il progetto dell’attentato? Al Qaeda? Osama Bin Laden? L’Iran? Innominabili servizi segreti? Oppositori interni degli Assad? Il gruppuscolo siriano degli ultra-islamisti di Jund al-Sham, i «soldati del levante»? Intanto, lo stroncamento dell’attentato ha spinto Washington a «ringraziare» Bashar Assad, e ad invitare il regime (considerato finora a capo di uno «Stato canaglia») a «diventare un nostro alleato nella guerra al terrorismo».

«Ma senza dialogo non c’è famiglia»

Ma torniamo alla cronaca. Ad Aleppo ci riceve lo sceicco Mahmoud Abolhoda Alhosainy, di scuola sufi. «Dobbiamo vivere come fratelli. Siamo una sola famiglia. Ma se non c’è dialogo, non c’è famiglia». E, in riferimento all’11 settembre 2001 (attentato alle Torri Gemelle di New York compiuto da musulmani, soprattutto sauditi), rispondendo ad una domanda egli afferma: «Chi attenta alla vita umana non è un vero musulmano». Al termine dell’incontro, come piccolo dono offriamo al maestro sufi una bibbia scritta in arabo. Egli prende con molta riverenza il libro nelle sue mani, e lo bacia.

Sempre ad Aleppo ci riceve, a casa sua, Mahmoud Akkam, autorevole dottore in scienze islamiche. «Per servire davvero Iddio, dobbiamo amare tutti i popoli. Io sono arabo, musulmano, siriano. Ma che differenza c’è tra me e qualsiasi altra persona che lavora per la giustizia?... Non siamo nati per fare la guerra, ma per vivere nella pace. È vero, si sta diffondendo una malattia, provocata dal virus del fondamentalismo, un virus che ci vuole dividere. Come sconfiggerlo? Conoscendoci meglio, rimanendo forti e uniti e avendo cinque obiettivi: la cultura, la libertà, la pace, la giustizia, l’etica: ideali difficili, ma dobbiamo crederci e lavorare per essi». E ancora: «Se le religioni frappongono barricate, cerchiamo almeno di essere umani. Del resto, se le religioni non aiutano a costruire la pace, a che servono?».

Ai nostri vari interlocutori musulmani più volte è stata posta anche la domanda: ma perché è ammesso che un cristiano si faccia musulmano, e non però viceversa? Le risposte – in sostanza in difesa della «impossibilità» per un musulmano di farsi cristiano – ci sono sembrate evadenti l’affermazione del diritto, per ogni persona, alla libertà religiosa (e, dunque, anche a cambiare religione, islam compreso).

Il mosaico della presenza cristiana

La Siria è un puzzle religioso. La grande maggioranza della popolazione è musulmana sunnita; i 300mila alawiti – e gli Assad sono tali – sono in qualche modo legati agli sciiti. I cristiani, solo il 9% dell’insieme, sono però nel paese la presenza più antica, e più variegata (vedi scheda): cercare di conoscerli è un passaggio obbligato per capire anche l’attuale complessità del paese. Mor Ignatius Zakka I Iwas, patriarca siro-ortodosso di Antiochia e di tutto l’Est, lo incontriamo nella sua residenza estiva di Seidnaya, ad una ottantina di chilometri da Damasco. «Abbiamo – ci dice – buoni rapporti con Roma. Con Giovanni Paolo II, nell’84, ho sottoscritto una importante dichiarazione» (vedi scheda). A chi, tra noi, gli domanda del dialogo con l’islam, risponde: «Non abbiamo un dialogo teorico, ma quello della vita; ogni momento viviamo in mezzo ai musulmani, e lavoriamo insieme. Sappiamo bene che nessun cristiano diventa musulmano, e nessun musulmano cristiano. C’è mutuo rispetto. Abbiamo piena libertà religiosa». E, a proposito degli ebrei: «Dobbiamo distinguere tra gli ebrei e lo stato di Israele».

Il pullman corre verso un’altra tappa: Maaloula, un paese arroccato tra i monti che – con alcuni altri villaggi vicini – ha una singolarità: qui si parla ancora l’aramaico, la lingua corrente in Palestina ai tempi di Cristo. La commozione ci prende quando, nell’antichissima chiesa di san Sergio, una ragazza del luogo recita per noi, in aramaico appunto, il Padre nostro insegnato da Gesù.

Poi, attraversando scoscese vallate praticamente desertiche, arriviamo ai piedi di Deir Mar Musa, un monastero appollaiato tra le rocce, come nido d’aquila. Per raggiungerlo occorre fare un tratto a piedi, in salita sotto un sole implacabile, e quindi 340 scalini. Ma, arrivati lassù, il panorama che si contempla, il monastero stesso, e soprattutto la cordialità di chi lo abita, compensa la fatica compiuta.

La comunità – legata alla Chiesa siriaca cattolica – è guidata dal gesuita italiano padre Paolo Dall’Oglio; è composta da uomini e donne convinti e convinte dell’assoluta gratuità della vita spirituale, che non dipende da nessun programma rigido; della necessità di inculturarsi nella mistica orientale e musulmana; dell’importanza del lavoro manuale e della semplicità evangelica. Mar Musa (San Mosè) vorrebbe essere inserita nel «cammino di Abramo», una serie di tappe che, attraverso gli attuali Iraq, Turchia, Siria, Israele e Palestina ripercorre l’itinerario del patriarca Abramo.

A Mar Musa – spesso visitato da famiglie musulmane – ci si confronta sul serio anche con quei musulmani che teorizzano la violenza, «cercando di farci carico delle radici del loro grido, pur ribadendo francamente che, secondo noi, la violenza non risolve nulla. Il dialogo cristiano-musulmano si impone nella nostra epoca con particolare urgenza, e non deve escludere nessuno… Dio – conclude Paolo – avviene nella tragicità della nostra esistenza».

Il patriarca greco-ortodosso di Antiochia e di tutto l’Oriente, Ignatios IV Hazim, a Damasco ci riceve, introdotti da Samer Laham, del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente: «In Siria – rileva Ignatios – i cristiani non sono stranieri; non siamo venuti con le crociate! Siamo qui dagli inizi della Chiesa; dunque, qui siamo a casa, anche se oggi siamo minoranza. L’islam è venuto solo nel VII secolo… Con esso il nostro dialogo è tessuto nell’intreccio della vita quotidiana. Naturalmente, non siamo in paradiso, come ovunque qui vi sono cose buone e meno buone».

E ancora: «I dirigenti degli Stati Uniti d’America sono come un bebé nel cristianesimo, sembra quasi che vogliano giocarci a palla… L’America non ha preso sul serio l’islam, che invece merita di essere ben compreso. Prima di giudicare bisogna conoscere».

Sempre nella capitale ha sede anche il patriarca greco-melkita Gregorios III Laham: «Nella Chiesa cattolica romana siamo i presenti che ricordano gli assenti, gli ortodossi. Naturalmente noi vogliamo assolutamente stare cum Petro, con Pietro (il papa), ma non sub (sotto) Petro. Come, tra Roma e l’Ortodossia, raccordare due diverse visioni ecclesiologiche?... Noi cattolici melkiti abbiamo sofferto molto per mantenere l’unità con il papa».

Crisi Palestina-Israele: «L’occupazione israeliana dei Territori palestinesi, e gli insediamenti israeliani in essi, sono la radice del conflitto che grava sul Medio Oriente. O Israele diventa, in qualche modo, parte del mondo arabo, oppure rischia di scomparire». E sul Libano: «I paesi arabi dovrebbero fare la pace con Israele senza lasciare tutto in mano agli Hezbollah».

Gli incontri con gli armeni concludono la nostra (parziale) rassegna della presenza cristiana in Siria. Presenza antichissima, ma ampliata – ci dicono Bchara Moussa Oghli, segretario dell’Assemblea dei responsabili delle comunità cristiane di Aleppo; Haroutuon Selemian, capo della comunità evangelica armena di Aleppo; mons. Boutros Marayati, arcivescovo degli armeni cattolici di Aleppo – dopo che raggiunsero quest’ultima città, generosamente accolti dai siriani, migliaia di armeni sfuggiti dal genocidio con cui i turchi, a partire dall’aprile 1915, cercarono di cancellare quel popolo dalla penisola anatolica, soprattutto dalla Cilicia (attuale Turchia sud-orientale). In Siria gli armeni sono suddivisi in tre gruppi ecclesiali: catholicosato di Cilicia; cattolico; evangelico. «Tra noi armeni di varie Chiese – ci dice mons. Marayati – vi è molto ecumenismo, e molta fraternità. Il problema di tutti noi è quello di mantenere la doppia identità: la armenità e la sirianità. Qui dobbiamo costruire il nostro futuro come armeni siriani; e, cittadini di questo paese, abbiamo i diritti e i doveri di tutti».

Dall’aereo che ci riporta a Roma vediamo brillare le moschee e le chiese della vasta Aleppo. La Siria, in uno scrigno.

David Gabrielli

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