Sul dialogo siamo ancora all’inizio
Fulvio Ferrario
«Il dialogo tra cristiani può lavorare su una base teologica, sostanzialmente sulla Scrittura ma anche sulla tradizione, mentre il dialogo interreligioso non sa tuttora su quali basi deve lavorare sul piano teorico. In realtà una teoria del dialogo interreligioso non è disponibile in questo momento».
Lo scenario in cui si colloca oggi il dialogo interreligioso presenta segnali complessi e non univoci: dai rigurgiti negazionisti del governo iraniano alla prima visita del rabbino capo alla moschea di Roma, dalla condanna di un uomo in Afghanistan per apostasia all’accorpamento dei Pontifici consigli per il dialogo interreligioso e per la cultura. Ma quali sono gli effetti sulla teologia e l’autocomprensione cristiana? Lo abbiamo chiesto a Fulvio Ferrario, docente di teologia sistematica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma.
Crede che il dialogo tra religioni si trovi ad un punto di svolta?
Credo che occorra distinguere la situazione – anche contraddittoria e problematica – dei paesi occidentali e delle Chiese cristiane da una parte, da quella dei paesi islamici dall’altra. Ho la sensazione (che va verificata) che il problema del dialogo interreligioso sia stato posto essenzialmente dai cristiani e non sono sicuro che le altre religioni lo avvertano negli stessi termini. Certamente credo che anche gli altri avvertano il problema della convivenza, della tolleranza e della necessità di impegnarsi in questo ambito. Questo però non è ancora propriamente «dialogo interreligioso». Non sono sicuro che, ad esempio all’interno della riflessione islamica, il tema del dialogo in termini teologici sia stato posto e sviluppato in modo analogo a quanto accade tra i cristiani.
L’incontro con l’altro comporta in genere una trasformazione. Quale ritiene che possa o debba essere l’impatto del dialogo interreligioso sull’autocomprensione cristiana?
Questa è una domanda difficile. Credo che si tratti di tenere insieme due elementi. Da una parte il dialogo interreligioso, per quanto ci riguarda come cristiani, non chiede di mettere tra parentesi l’identità di Gesù Cristo, ma anzi ne presuppone l’affermazione: noi dialoghiamo appunto perché siamo cristiani, cioè perché riteniamo che Cristo sia la rivelazione ultima e definitiva di Dio. Dall’altra parte, però, questo tipo di approccio non deve tradursi in aggressività politica né ideologica. Dobbiamo imparare che Gesù Cristo è tollerante e ha parlato con tutti senza fare esami di fede: quindi il massimo di concentrazione su Gesù deve coincidere con il massimo di apertura. Questa è la sfida che sta di fronte a noi cristiani che, come tutti, veniamo da un passato intollerante sia dal punto di vista pratico, politico e militare, sia dal punto di vista teorico, teologico e ideale.
Crede che l’impegno dei cristiani per il dialogo sia conciliabile con la chiamata di Cristo ad evangelizzare?
Sì, senz’altro. Evangelizzazione e missione – anche se le stiamo ridefinendo e ripensando – sono termini cristiani irrinunciabili: Cristo ci ha mandati a fare discepoli e battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (Matteo 28). Credo però che l’evangelo non sia aggressivo: si presenta come un’offerta e non come un’imposizione, come una buona notizia e non come un’ideologia. La missione o l’evangelizzazione non sono propaganda ideologica, poiché mirano a proporre la persona di Gesù che è accogliente e non violenta. Il nostro problema è che veniamo da un passato in cui la fede è stata spesso presentata in termini ideologici.
Il documento «L’ecumenismo e il dialogo interreligioso» votato dal Sinodo delle chiese valdesi e metodiste del 1998 ha alcune pagine interessanti sul dialogo con l’ebraismo e sul rapporto con le altre religioni in generale, ma solo poche righe sull’islam. Ritiene che la situazione sia cambiata da allora?
Quel documento, come quasi tutti i testi cristiani sull’argomento, presenta il tema sotto la categoria del «dialogo interreligioso», ma di fatto si tratta di una «teologia cristiana delle religioni». Quasi sempre, quando si parla di dialogo interreligioso, in realtà si discute di un problema ovviamente collegato, ma diverso e cioè: che cosa devono pensare i cristiani delle altre religioni in rapporto a Gesù come verità di Dio. Rispetto a questo il documento si pone delle domande di tipo teorico e generale, non ha bisogno di confrontarsi in dettaglio con l’islam piuttosto che con altre religioni. È un discorso teologico preliminare.
La situazione rispetto ad allora naturalmente è cambiata, ma non in termini decisivi, cioè si è fatta più urgente e si è radicalizzata, ma ricordo perfettamente che già allora ci si rendeva conto che il dialogo con l’islam stava diventando un’urgenza spirituale, politica, sociale, civile assolutamente primaria. Credo che, paradossalmente, sia più facile, almeno in linea teorica, iniziare il dialogo, piuttosto che risolvere preventivamente tutti i problemi teologici. Possiamo benissimo confrontarci e dialogare senza ancora avere a monte una teologia perfettamente elaborata, che del resto in questo momento non esiste: esistono solo dei tentativi molto acerbi.
In particolare per quanto riguarda l’islam il problema che si pone con urgenza è quello di costruire una convivenza civile in casa nostra, dove i musulmani sono nella stragrande maggioranza immigrati. Si tratta di un problema politico volto a far sì che un’identità culturalmente diversa possa trovare i propri spazi senza essere repressa o arbitrariamente mutilata all’interno di un’altra cultura. Poi c’è il dialogo con l’islam a livello politico internazionale. Direi che l’aspetto politico è in questo momento il più urgente.
Quali sono secondo lei le analogie e le differenze – se ci sono – tra il dialogo ecumenico e il dialogo interreligioso?
Io penso che si tratti di due problemi completamente diversi. Credo che se noi li affrontiamo unitamente, come spesso accade (anche implicitamente, come nel documento sinodale del 1998), le difficoltà aumentano. Il dialogo tra cristiani può lavorare su una base teologica, sostanzialmente sulla Scrittura ma anche sulla tradizione, mentre il dialogo interreligioso non sa tuttora su quali basi deve lavorare sul piano teorico. In realtà una teoria del dialogo interreligioso non è disponibile in questo momento e le esistenti teologie cristiane delle religioni sono ancora tentativi pionieristici. Siamo proprio all’inizio. Credo che riconoscere l’eterogeneità tra ecumenismo e dialogo interreligioso vada a vantaggio di entrambi.
(intervista a cura di Eva Valvo)
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