Spinte e frenate di un lungo pontificato
È prematuro tentare il bilancio di un pontificato così lungo e complesso come quello di Giovanni Paolo II. Proviamo tuttavia a ricordare accelerazioni e frenate, aperture e chiusure che si sono susseguite nel corso di 27 anni sicuramente intensi. Dal governo della Chiesa all’ecumenismo e al dialogo interreligioso.
Il nuovo papa, Benedetto XVI, dovrà inevitabilmente misurarsi con la ricca e contraddittoria eredità ecclesiale, pastorale e geopolitica lasciata dal papa scomparso il 2 aprile dopo 26 anni, cinque mesi e 17 giorni di regno. Perciò qui – senza voler anticipare il giudizio che darà la storia – illuminiamo con dei flash il pontificato trascorso, ascoltando poi, nelle pagine seguenti, le opinioni in merito di rappresentanti di varie fedi e culture.
La contrastata attuazione del Concilio Vaticano II
Giovanni Paolo II sembrò convinto che Paolo VI fosse stato troppo debole nel mantenere la disciplina, e troppo arrendevole a quanti, nella Chiesa cattolica romana, premevano per un’attuazione audace del Vaticano II, e per una modifica dell’esercizio del potere papale, con una reale concretizzazione della collegialità episcopale rivalutata dal Concilio. Che, nella costituzione dogmatica Lumen gentium, aveva affermato: come quello di Roma, anche tutti i vescovi cattolici sono «vicari» di Cristo; essi, in solido con il papa che è il «cardine» dell’unità cattolica, e sempre in comunione con lui, costituiscono un «collegio» che ha suprema autorità sulla Chiesa.
Per quanto riguarda la disciplina, ad esempio, papa Montini aveva liberalizzato le procedure per «ridurre allo stato laicale» quei preti che volessero sposarsi; Wojtyla, invece, le inasprì. E, sulla collegialità, Montini pensò che il modo concreto per esprimerla fosse il Sinodo dei vescovi, da lui istituito nel ‘65 e, nelle sue varie tipologie, sempre composto, in maggioranza, da vescovi eletti dalle conferenze episcopali.
Tuttavia, azzerando in un punto cruciale l’input conciliare, l’organismo non fu pensato come un vero corpo deliberante del papa con i vescovi ma, piuttosto, come un consiglio privato del pontefice. Malgrado tale limite intrinseco, Paolo VI nel ’71 accettò che il Sinodo discutesse temi tabù, come l’ordinazione sacerdotale di uomini già sposati. La proposta, allora clamorosa, fu bocciata. Mai, invece, sotto Wojtyla, al Sinodo fu sottoposta, in qualsiasi campo, una riforma concreta. Non solo: sotto di lui la segretezza dei lavori sinodali è arrivata ad impedire perfino la pubblicazione delle propositiones (proposte) che ogni Assemblea, al termine dei suoi lavori, affida al pontefice.
Altro esempio. Nel 1973 Paolo VI si domandò se non fosse il caso, in futuro, di rendere elettori del papa anche i membri del Consiglio della segreteria del Sinodo dei vescovi. È questo, un organismo che – rispondente al pontefice – tiene il collegamento tra una Assemblea e l’altra: è composto da quindici persone, dodici elette dai padri sinodali, tre dal pontefice. Con la sua ipotesi Montini immetteva un pizzico di democrazia nel conclave, perché una manciata di «elettori» sarebbe stata scelta non dal papa stesso, ma dal Sinodo. Frenato però dalle bordate dei «tradizionalisti», lo stesso Paolo VI abbandonò la sua idea. Wojtyla, però, avrebbe potuto riprenderla e svilupparla; ma non lo fece.
Negli anni Ottanta l’episcopato statunitense mise in cantiere – interpellando anche migliaia di donne – una lettera pastorale, appunto, sulle donne nella Chiesa. Il testo non toccava il problema della donna-prete, però denunciava il peccato del «sessismo» (l’emarginazione della donna nella Chiesa, a causa del suo sesso).
Wojtyla intervenne per far «annacquare» il testo che, infine, fu abbandonato dai vescovi che non potevano dire quel che volevano. E, senza un reale confronto con l’episcopato, e ignorando istanze delle Chiese locali, con la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis egli, nel ’94, affermò «in modo definitivo» che, per la sua «divina costituzione, la Chiesa non ha la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale». Del resto, malgrado molte – pure importanti – parole sul «genio» femminile, perpetuò intatte le strutture tradizionalmente maschili della Chiesa romana.
Storiche accelerazioni
Si deve anche aggiungere che, su alcuni punti, il papa scavalcò «in avanti» il Collegio cardinalizio pur interpellato: così la maggioranza dei porporati si era opposta a che il pontefice facesse un mea culpa per i peccati storici dei «figli e figlie» della Chiesa (non dell’Istituzione-Chiesa), come l’Inquisizione o l’antigiudaismo. Ma Wojtyla procedette nella sua scelta: lo fece con particolare solennità durante il Giubileo del 2000, in una straordinaria «domenica del perdono».
A sostegno della sua piena sovranità, Wojtyla asserì: «La Chiesa non è una democrazia». Ma la Chiesa è allora una «monarchia assoluta»? E se, invece, è «comunione», come egli ribadì, il modo fraterno e partecipato, al suo interno, di affrontare i problemi e prendere le decisioni, dovrebbe far impallidire le democrazie laiche. E, tuttavia, Wojtyla fece emarginare programmaticamente – proprio attraverso la longa manus dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, dal 1981 prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e oggi salito al soglio pontificio – le teologhe e i teologi critici, e i gruppi ecclesiali che avanzavano proposte a lui sgradite. Convinto, per la sua esperienza polacca, che il «dissenso» indebolisse la Chiesa (che in patria solo rimanendo granitica poteva opporsi al regime comunista), egli pensò che il «monolitismo» valesse sempre e comunque; perciò mai accettò un reale pluralismo all’interno della Chiesa cattolica, stroncò la teologia della liberazione e punì chi (Hans Küng, Charles Curran, Ivone Gebara, Jacques Dupuis, Tissa Balasuriya…) cercò nuove vie in campo ecclesiologico, nel rapporto coscienza-autorità del magistero, nella comprensione delle altre religioni.
Chiaroscuro nell’ecumenismo e nel dialogo con le religioni
L’insofferenza di gran parte della Chiesa romana verso uno stile di papato che, pur citando sempre il Vaticano II, in realtà si reggeva come ai tempi di Pio XII, non smosse Wojtyla. A interpellarlo fu la progressiva consapevolezza – attraverso numerosi incontri con leader delle Chiese non cattoliche – che l’ekumene non avrebbe mai potuto accettare il papato. Perciò nell’enciclica Ut unum sint (‘95) egli ammise che proprio questo era un «ostacolo maggiore» alla riconciliazione di tutti i cristiani con il vescovo di Roma; e arditamente si disse disposto a cambiare le «forme di esercizio» del suo ministero, pur mantenendo integra la «sostanza» del primato papale secondo la dottrina cattolica. Poi, però, nei fatti nulla egli attuò; e anzi accrebbe la centralizzazione del potere nella Curia romana, a scapito delle Conferenze episcopali. Mantenne i simboli della sovranità mondana ereditati nella storia dalla Santa Sede, privilegi compresi. E favorì di fatto una pericolosa (teologicamente) quasi identificazione papa=Chiesa.
Con Karekin I, catholicos (patriarca supremo) degli armeni, nel ’96 sottoscrisse audacemente che le rispettive Chiese – divise dal dogma del Concilio di Calcedonia del 451: in Cristo vi sono due nature, divina e umana, ed una persona; per gli armeni, invece, una natura e una persona – affermavano, pur con terminologie diverse, la stessa fede. Vi era stato dunque un tragico equivoco, durato 1500 anni, e costellato anche di scontri armati! Ma, pur tolto l’ostacolo dogmatico, armeni e cattolici romani sono rimasti divisi, a causa appunto del papato.
Nel ‘99 Wojtyla approvò l’accordo con la Federazione delle Chiese luterane su punti-base della dottrina della giustificazione, il tema nodale della frattura Riforma/Controriforma. Accordo teologico di primaria grandezza, che però non ebbe conseguenze ecclesiologiche: ed infatti il papa, con Ratzinger, rifiutò sempre la «ospitalità eucaristica» con le Chiese protestanti.
Dove invece Wojtyla fece fiorire in modo spettacolare le intuizioni del Vaticano II fu nel dialogo inter-religioso. Egli fu il primo papa ad entrare, come amico, nella grande sinagoga di Roma (‘86), il primo che riconobbe ufficialmente lo Stato d’Israele (’93) e che pregò davanti al «muro del pianto» di Gerusalemme (2000). Sempre opponendosi alla identificazione – sostenuta da molti in Occidente – islam=terrorismo, fu il primo papa che entrò in una moschea (Damasco, 2001). E il primo che convocò i leader delle religioni del mondo a pregare per la pace (Assisi, 1986 e 2002).
Questi gesti – pesanti più di molte parole e capaci di ulteriori potenzialità teologiche – furono accompagnati, sul piano teorico, dalla proclamata preminenza della Chiesa cattolica romana nel piano della salvezza e della centralità assoluta di Gesù Cristo. Perciò, nella dichiarazione Dominus Iesus (2000) Ratzinger, per mandato del papa, affermò che le Chiese nate dalla Riforma «non sono Chiese in senso proprio»; e che i seguaci delle religioni non cristiane «oggettivamente si trovano in una situazione gravemente deficitaria». Tesi, dagli interessati, respinte al mittente. Per quanto riguarda l’ebraismo, va ricordato che durante il Grande Giubileo del 2000, Wojtyla – incurante delle critiche – proclamò beato, con Giovanni XXIII, anche Pio IX, il papa che aveva benedetto il rapimento alla famiglia di un bambino ebreo segretamente battezzato, per farlo educare nella Chiesa cattolica.
Il suo mancato, seppur desideratissimo, viaggio a Mosca, fu impedito dal patriarca Aleksij II, il quale sempre (talora in modo esasperato, ma pure adducendo solide ragioni) accusò i vertici della Chiesa romana di aver incoraggiato il proselitismo cattolico nell’ex Urss, a detrimento della «Chiesa sorella» ortodossa russa.
Il 1989, la pace, il rapporto etica-legge civile
Un cenno, infine, a tre temi che meriterebbero adeguata elaborazione: il 1989, la pace, il rapporto etica/legge. Per le vicende del fatidico ’89 l’apporto maggiore di Giovanni Paolo II non ci sembra essere stato quello di aver minato il «socialismo reale» est-europeo (scoppiato per esplosive contraddizioni interne, e perché al Cremlino regnava Mikhail Sergeevic Gorbaciov) ma, forse, quello di aver favorito una «transizione» che evitò un bagno di sangue. D’altra parte, caduta l’Urss, rimane ancora ben salda la Cina comunista, contro la quale nulla ha potuto il pontefice.
Con passione Wojtyla si è speso per la pace nel mondo, sempre invitando le nazioni a risolvere i loro contrasti con il dialogo, non con le armi. Una posizione che divenne più sfumata in occasione dell’intervento militare Nato in Bosnia – una scelta controversa che ha diviso anche il fronte «pacifista» – ma che è stata fermamente ribadita in molte altre occasioni e con grande forza al momento della prima e della seconda guerra contro l’Iraq. Per il Medio Oriente ha chiesto una «pace giusta» tra israeliani e palestinesi; e si è sempre distanziato da chi vedeva una «guerra di civiltà» tra Occidente e islam. Nel secondo conflitto iracheno si è opposto alla «guerra preventiva» lanciata dalla Casa Bianca, e ha difeso il ruolo dell’Onu. Tuttavia, alcune conferenze episcopali, come quella italiana, sostennero di fatto governi favorevoli alla «guerra preventiva», e questa scelta non provocò interventi correttivi vaticani.
Sul rapporto tra le norme etiche così come interpretate dal magistero cattolico e loro traducibilità nelle leggi civili, Wojtyla si è proclamato massimo interprete della legge naturale, e perciò ha definito «tirannici» i parlamenti che hanno osato approvare leggi sull’interruzione volontaria della gravidanza. Dal punto di vista teologico, poi, Wojtyla ha difeso le sue posizioni – su divorzio, aborto, bioingegneria, «laicità» sottomessa alla dottrina cattolica – ignorando, in merito, il pensiero dissonante delle Chiese non cattoliche.
Viaggiatore instancabile, con il suo messaggio globale, e dopo i suoi ultimi giorni segnati dalla sofferenza, ha quasi «convocato» ai suoi funerali milioni di persone, e i rappresentanti di tutti i paesi del mondo (con l’eccezione, pesantissima, della Cina): tanto la gente umile – moltissimi i giovani – quanto i potenti hanno voluto essere partecipi di un evento senza precedenti. A volte a prescindere se essi si fossero davvero confrontati, vivente il papa, con il suo magistero spirituale e le sue scelte geopolitiche.
David Gabrielli