Spiccioli di cooperazione
L’Italia destina solo lo 0,17 per cento del Pil alla cooperazione allo sviluppo. Ben al di sotto del pur irrisorio 0,70% che costituisce l’obiettivo minimo indicato dall’Ocse già nel ‘69. Per non parlare delle promesse di Berlusconi, che durante il vertice Fao di Roma del 2001 aveva indicato l’obiettivo dell’1%.
Nel cuore di Washington, nell’atrio del principale edificio di una delle più importanti istituzioni economiche internazionali, la Banca mondiale, campeggia la scritta: “il nostro sogno è un mondo senza povertà”.
Il sogno “proibito”, condiviso anche da molti altri organismi internazionali, si è andato arricchendo nel corso degli anni di nuovi contenuti; la cosiddetta Dichiarazione del Millennio, un documento approvato nel settembre del 2000 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, include, fra gli obiettivi da perseguire da parte della comunità internazionale entro il 2015, il dimezzamento del numero dei poveri e degli affamati del pianeta, la diffusione universale di una educazione di base, l’eliminazione della disparità fra i sessi, una drastica riduzione della mortalità infantile, dell’incidenza dell’Aids e delle altre malattie infettive, nonché il dimezzamento del numero di persone prive di accesso all’acqua potabile.
Nord e Sud del mondo: aumentano le disparità
Ma il sogno condiviso, al di là degli sforzi già compiuti e delle ambiziose dichiarazioni di intenti, è ad oggi ben lungi dall’essersi realizzato, ed anzi la distanza che separa il Nord dal Sud del mondo, misurata con parametri economici, si è, nel corso degli anni, ulteriormente accresciuta. In un contesto già segnato dalla sperequazione tecnologica, lo sviluppo impetuoso della finanza internazionale e la mondializzazione dei mercati, puntando unicamente alla massimizzazione dei profitti, hanno contribuito ad acuire i mali irrisolti di larga parte dell’umanità, relegandoli a variabili non significative dei processi economici. La lotta contro la miseria cronica, la sofferenza alimentare ed il dilagare di situazioni sanitarie allarmanti si è avvalsa soprattutto di un modello redistributivo delle risorse, fondato su quote del Prodotto interno lordo che i paesi più ricchi della comunità internazionale sono stati chiamati a versare per finanziare gli strumenti della cooperazione allo sviluppo e i fondi per lo sradicamento delle malattie e della fame.
Sin dal 1969 i paesi dell’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) decisero di destinare alla cooperazione allo sviluppo non meno dello 0,7 per cento dei rispettivi Pil, quota che peraltro è stata da allora largamente disattesa dai più, Italia compresa.
L’ammontare complessivo degli aiuti allo sviluppo include in genere tutto quanto uno Stato versi, nelle sedi della cooperazione multilaterale e bilaterale, per sovvenzionare le attività delle organizzazioni internazionali (dalla Fao all’Organizzazione mondiale della sanità), dei fondi speciali (dall’Unicef all’Unifem, il Fondo di sviluppo per le donne), delle organizzazioni non governative, ovvero i programmi di promozione economica, sociale o culturale che esso stesso abbia promosso direttamente con il paese beneficiario nell’ambito dei propri obiettivi di politica estera.
Se la Conferenza internazionale di Monterrey sul finanziamento dello sviluppo, svoltasi nel 2002, ha indicato fra i mezzi necessari al raggiungimento degli obiettivi del Millennio anche il commercio internazionale, gli investimenti privati e le risorse finanziarie locali, è del tutto evidente come i fondi destinati dai paesi ad economia avanzata alle aree più sofferenti del pianeta restino imprescindibili.
Si può infatti discutere sulle modalità di intervento e di spesa che le organizzazioni internazionali adottano, troppo spesso inclini a preferire progetti di corto respiro, dai costi di gestione onerosi ed in cui gli stipendi dei funzionari rappresentano una voce per nulla trascurabile; si può persino mettere in discussione l’operato di molte organizzazioni non governative, anch’esse gravate da costi amministrativi che rischiano di sottrarre all’aiuto in senso stretto significative porzioni di denaro pubblico, o ancora quello di molti organismi specializzati in emergenza, che hanno visto lievitare i rispettivi bilanci in ragione del dilagare dell’instabilità internazionale; si può formulare dunque anche una critica impietosa dei meccanismi strumentali che le scelte sui finanziamenti sottendono, o della tendenza alla professionalizzazione in un settore nato con finalità solidaristiche, ma di certo non può negarsi che le emergenze umanitarie che il mondo continua a vivere necessitino in ogni caso di risposte non dettate da interessi di parte, di quel ricchissimo bagaglio di conoscenze che molti degli organismi operanti nella cooperazione hanno maturato nel corso degli anni, nonché di uno sforzo di intelligenza e di impegno che solo una politica di grande respiro può contribuire, almeno parzialmente, a soddisfare. Ma la politica, ancella dell’economia ed intrappolata dai meccanismi del consenso, troppo spesso stenta a scegliere la via della coerenza.
Cooperazione italiana: pochi soldi e poco personale
Un esempio poco edificante in tal senso è rappresentato proprio dal modello offerto dal nostro paese. A fronte di una normativa di riferimento risalente al 1987, ormai del tutto inadeguata, nonché priva di quegli orientamenti strategici su cui fondare coerenti politiche di aiuto, la cooperazione italiana allo sviluppo costituisce senza dubbio l’anello debole della politica estera del paese. La cronica carenza di personale presso le strutture del ministero degli Affari esteri preposte alla sua gestione, ma soprattutto l’esiguità dei fondi a disposizione ne sono la riprova più immediata.
In valore assoluto, stando ai dati forniti, fra gli altri, dal Comitato di aiuto allo sviluppo (Dac) dell’Ocse, il contributo italiano ai paesi in via di sviluppo nel 2003 è stato pari a 2,4 miliardi di dollari, somma che pone l’Italia al settimo posto fra i maggiori donatori al mondo. A ben guardare, però, tale quota è pari appena allo 0,17 per cento del Pil nazionale, tra le più basse fra i grandi donatori, e ben lontana da quello 0,70 per cento che costituisce l’obiettivo minimo indicato dall’Ocse, ed ancor più da quell’1 per cento che l’attuale presidente del Consiglio Berlusconi aveva proposto, nel corso del vertice Fao nel novembre 2001, come traguardo realisticamente perseguibile. Tutto ciò a dispetto degli accordi sottoscritti nel marzo del 2002 nell’ambito del Consiglio europeo di Barcellona, quando l’Italia si impegnò a raggiungere, entro il 2006, un rapporto fra gli stanziamenti destinati allo sviluppo ed il Pil nazionale dello 0,33 per cento.
Il valore indicato nelle cifre ufficiali è peraltro frutto di un vero e proprio artificio contabile, giacché include somme destinate alla cancellazione e alla ristrutturazione dei debiti che l’Italia, grazie alla legge 209 del 2000, ha condonato ad alcuni dei paesi maggiormente indebitati e a più basso reddito; senza l’apporto di questa cifra, che ovviamente non comporta fondi aggiuntivi, lo stanziamento reale di soldi pubblici destinati allo sviluppo si sarebbe attestato intorno allo 0,13 per cento del Pil.
E che l’Italia abbia da tempo inaugurato una politica di disimpegno dagli obblighi internazionali già sottoscritti lo dimostra anche la decisione, assunta nel corso del 2004, di tagliare del tutto il contributo annuale di 100 milioni di euro che aveva promesso di versare per il finanziamento del Fondo globale per la lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria, strumento quest’ultimo operativo dal 2002 e la cui istituzione aveva rappresentato forse l’unico risultato di un certo rilievo raggiunto dal G8 di Genova nel 2001. Da ultimo, poi, la Finanziaria 2005 ha disposto una decurtazione per ulteriori 215 milioni di euro alle già magrissime disponibilità della cooperazione italiana.
In uno scenario così allarmante, con le Ong italiane che vantano sin d’ora crediti per oltre 30 milioni di euro nei confronti del Ministero degli Esteri per progetti già approvati, persino lo stanziamento dei contributi per l’emergenza seguita allo Tsunami non può che destare sconcerto: dei 70 milioni di euro offerti dal governo a favore delle popolazioni asiatiche, 35 milioni sono stati sottratti dal fondo già destinato alla cooperazione allo sviluppo. ”È come far pagare l’emergenza maremoto ai bambini del Ghana”, ha commentato amaramente Sergio Marelli, presidente dell’Associazione delle Ong italiane.
La congiuntura economica internazionale sfavorevole, reiteratamente addotta dal Governo italiano quale scusante per le continue inadempienze sul versante degli aiuti allo sviluppo, non può ad onor del vero essere invocata, a fronte non solo del significativo aumento di risorse destinate alla cooperazione internazionale da parte di paesi che vivono analoghe condizioni economiche – come la Francia (+8,7%), la Germania (+5,3%), la Norvegia (+4,6%) e la Gran Bretagna (+14%) – ma anche del contemporaneo aumento delle spese militari da parte del nostro paese, cresciute esponenzialmente in concomitanza con i nuovi impegni internazionali e che, per la sola missione in Iraq, assommano a più di 630 milioni di euro.
È del tutto evidente come la tendenza al ridimensionamento dei fondi destinati allo sviluppo discenda da una precisa scelta politica, figlia di un approccio che vede nella cooperazione internazionale non un momento strutturale per la costruzione di un mondo più responsabile, ma l’espressione di quel “capitalismo compassionevole” cui ricorrere saltuariamente, in occasione di quelle formidabili calamità naturali che sole sembrano scuotere nel profondo le coscienze dell’umanità più benestante, quasi non bastassero di per sé la fame e la miseria dei più. Una scelta politica che è oltretutto dimentica del fatto che il prestigio di una nazione discende dalla sua capacità di tener fede agli impegni internazionali già sottoscritti, più che dalla sua disponibilità a costruire discutibili prospettive di pace attraverso il frequente ricorso allo strumento militare.
Sorprende poi come una involuzione tanto repentina della politica estera di un paese che solo qualche anno fa era stato fra i promotori della istituzione della Corte penale internazionale, possa essere rivendicata da alcuni come un vero e proprio successo, nell’imbarazzato silenzio di molti altri.
Anche Giuseppe Deodato, direttore generale per la cooperazione allo sviluppo del Ministero degli Esteri, in occasione delle “Giornate della cooperazione” svoltesi nel dicembre 2004, nell’ammettere il pesante deficit di investimenti per il settore, ha rimarcato come “l’Italia non possa commettere l’errore di non considerare la cooperazione allo sviluppo una chiave di volta per il nostro futuro”. C’è da chiedersi se l’errore non sia già stato commesso.
Gianluca Polverari