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Solo la conoscenza sconfigge la diffidenza

Michael Lerner

Impegnato nella costruzione di una rete che riunisca persone che vogliono avere una voce alternativa alle destre religiose (non solo quella cattolica, ma anche la protestante, l’ebraica e la musulmana), il rabbino statunitense Lerner indica la strada di un dialogo basato sulla conoscenza dell’altro e delle sue tradizioni.

Sui temi del dialogo interreligioso, ma anche su altre questioni quali la crisi israelo-palestinese, la costruzione della pace e il nuovo pontificato di Ratzinger, abbiamo intervistato il rabbino Michael Lerner, fondatore e direttore della rivista bimestrale Tikkun, che si occupa in modo critico di politica, cultura e società, e della Tikkun Community di Berkeley (California), un gruppo interconfessionale, aperto anche ai laici, impegnato sui temi della pace, della nonviolenza e della salvaguardia dell’ambiente.

Di solito le religioni sono descritte come sentieri di pace, ma vediamo (almeno in qualche posto) il contrario. Come possiamo aiutare le religioni a trovare il loro ruolo di costruttori di pace?

In ogni religione ci sono molti testi e molte tradizioni; alcuni di questi testi rappresentano gli esseri umani nei loro momenti più ricchi di speranza, in cui guardano il mondo e sentono la possibilità della bontà. Alcuni di questi testi rappresentano gli esseri umani quando hanno più paura, quando vedono il mondo partendo dal presupposto di essere soli, sentendo che tutti quelli intorno a loro hanno intenzione di ferirli. Quindi il nostro compito è di rafforzare l’elemento di speranza all’interno di tutte le tradizioni religiose, e il modo migliore per farlo è quello di rispettare tutto l’amore, l’affetto, la gentilezza, la generosità di spirito che sono possibili dentro di noi, perché è quando facciamo questo che rafforziamo questi stessi tratti all’interno di altri esseri umani.

Ogni essere umano porta in sé questo conflitto, tra l’elemento di speranza e quello di disperazione. Tutte le tradizioni religiose lo hanno, e quindi più gli altri ci rispondono con speranza, amore e generosità, più quella parte di noi riesce a emergere. Più invece ci rispondono con paura, sospetto o comportamento ostile, più emerge quell’altra parte di noi. Qualcuno potrebbe dire in risposta a questo: “Bene, e cosa avremmo dovuto fare dopo l’11 settembre? Avremmo dovuto rispondere in maniera generosa e gentile?” Ma la verità è che la storia non è iniziata l’11 settembre; l’11 settembre è il culmine di un lungo percorso di insensibilità occidentale nei confronti di ogni tradizione religiosa.

Qual è il contributo specifico che secondo lei l’ebraismo potrebbe dare?

Oggi l’ebraismo viene identificato con gli elementi più spaventosi della nostra storia. Capisco perché. Dopotutto, abbiamo patito la morte di milioni e milioni di persone nella prima metà del XX secolo. Di conseguenza il popolo ebraico è rimasto traumatizzato, ma il trauma che abbiamo patito nel XX secolo viene ora riprodotto sul popolo palestinese, grazie a Dio non nella stessa misura, e senza gli stessi orrendi comportamenti omicidi; tuttavia viene riprodotto in modo insensibile e doloroso. E noi, il popolo ebraico, dobbiamo superare questo trauma.

D’altro canto sarebbe senz’altro utile se il popolo palestinese e altri popoli arabi agissero nei nostri confronti come se noi non fossimo fondamentalmente cattivi e non fossimo l’incarnazione delle cose peggiori del mondo. Quindi, di nuovo, è una dialettica; in ogni tradizione religiosa vi è una lotta in corso. E proprio ora all’interno dell’ebraismo si sta combattendo una lotta, perché alcuni di noi stanno cercando di costruire o rinnovare l’ebraismo mettendo in rilievo gli elementi di amore, costitutivi della Torahl, che dicono specificamente che è un comandamento, una mitzvah (una norma della tradizione ebraica) di amare non soltanto il proprio vicino ma l’altro, lo straniero.

Quindi qual è il futuro del dialogo interreligioso?

Il dialogo interreligioso può essere un’interazione puramente di facciata tra gruppi di persone alle dipendenze della comunità, pagate per essere carini con gli altri. Nel frattempo però la grande maggioranza delle persone all’interno di ciascuna comunità continua a odiarsi a vicenda. È questo che è accaduto negli ultimi 50 o 60 anni, per lo meno per quanto riguarda le relazioni tra ebrei e cristiani, e molte altre, e sicuramente tra religioni occidentali, tra ebraismo e cristianesimo da un lato, e islam dall’altro.

Quindi il dialogo interreligioso può essere davvero di facciata, o può essere molto più reale; può essere reale se ciascuno insegna all’altro le proprie tradizioni, se davvero apprendiamo le tradizioni dell’altro, non in modo astratto ma con rispetto, per imparare davvero in cosa l’altro crede, per tentare di capire la prospettiva dell’altro e le sue opinioni. E poi se a livello di base, non solo a livello di un papa che si reca in una sinagoga, incontriamo la gente e impariamo dalle persone in che modo esse vivono. Quindi se ci fosse dialogo interreligioso a questo livello esisterebbe una reale possibilità di un’interazione più proficua tra le comunità religiose.

Ha citato il papa; come vede le relazioni tra cattolici ed ebrei dopo l’elezione di Ratzinger?

Bene, mettiamola in questo modo: il futuro benessere del popolo ebraico dipende dalla pace, dal benessere economico e dal rispetto per l’ambiente su questo pianeta. È questa la nostra principale questione di sopravvivenza. Abbiamo bisogno di un pianeta in cui le persone vadano d’accordo le une con le altre, si sostengano a vicenda, si prendano cura le une delle altre. Quindi nella misura in cui Ratzinger contribuirà a tutto ciò, le cose andranno bene. Prego ogni giorno che questo papa incarni i più elevati livelli di energia e di amore sul pianeta.

Torniamo all’islam. Può dirci qualcosa sulle vostre relazioni o interazioni sull’islam?

Sì, ho incontrato molti leader islamici negli Stati Uniti e in Palestina, e ritengo che ci sia una grande dose di umanità e di saggezza tra le numerose persone che ho incontrato. Ovviamente, non incontro quelli che vogliono uccidermi… ma diciamo che ho più cose in comune con alcuni leader islamici e cristiani di quante non ne abbia con alcuni ebrei. Credo sia così per tutti, perché esiste veramente all’interno di tutte le tradizioni religiose una voce d’amore e una voce di odio. Ho incontrato alcuni leader islamici splendidi, mi sono recato in alcune moschee e sono stato persino invitato a parlare in una moschea negli Stati Uniti; ho trovato molta umanità, comunione di idee e persino comprensione delle politiche distorte dell’attuale governo israeliano.

Ha citato le visite alle moschee e il discorso nella moschea: non so se questa sia l’esperienza principale, ma può raccontarci una significativa esperienza ebraico-musulmana di cui lei è stato parte, una storia che l’ha veramente toccata?

Sì, una cosa che mi ha toccato molto è stato partecipare con i musulmani a Gerusalemme a una passeggiata silenziosa intorno alle mura della città vecchia, in cui musulmani ed ebrei hanno marciato insieme per la pace. Ho partecipato a questa manifestazione alcuni anni fa. Si è trattato di un’esperienza molto bella e commovente.

Vorrebbe aggiungere qualcosa su Ratzinger?

Aggiungerò soltanto una nota leggermente critica. Di recente il papa ha rimosso dal suo incarico padre Thomas Reese, direttore di America, la principale rivista cattolica degli Stati Uniti. Lo ha fatto perché Reese ha consentito che sulla rivista diverse voci del mondo cattolico discutessero temi teologici, alcuni dei quali mettevano in discussione precedenti posizioni vaticane e cercavano di dimostrare che all’interno della teologia cattolica vi è spazio per il dialogo. Lui lo ha sostituito. È stato un momento molto brutto che può essere indice di un governo autoritario piuttosto che di un discorso più aperto.

Le sue opinioni sembrano essere l’opposto di quelle predominanti nel mondo ebraico, nel quale è famosa la storia di due opposte interpretazioni teologiche: la scuola di Shammai e la scuola di Hillel. Entrambe discutevano, discutevano e discutevano su ogni singolo punto su cui erano in disaccordo, e alla fine si sono rivolte all’autorità ultima, e dato che non abbiamo un papa, si sono rivolte direttamente a Dio, e hanno convenuto di pregare Dio affinché intervenisse. Alla fine dal cielo giunse una voce che disse: “Hillel e Shammai sono ambedue le voci del Dio vivente”. Vorrei che questo si potesse udire dal Vaticano.

Ancora una cosa. Negli Stati Uniti stiamo creando un “Network of Spiritual Progressives” (rete di progressisti spirituali), per riunire persone che vogliono avere una voce alternativa alla destra religiosa – intendo la destra religiosa nel mondo cattolico e nel mondo protestante, la destra religiosa nel mondo ebraico e in quello musulmano. Stiamo creando una rete di religiosi progressisti e a luglio abbiamo tenuto una conferenza presso l’Università della California a Berkeley a cui hanno preso parte persone provenienti da tutto il mondo per dar vita a una voce che sia interreligiosa (non solo ebrei, cristiani e musulmani, ma anche buddhisti e indù) per cercare di dar vita a una forza spirituale che possa parlare in alternativa alla destra religiosa. Chi vuole saperne di più può visitare il nostro sito www.tikkun.org.

(intervista a cura di Terry Finseth
traduzione di Elisabetta Rovis)

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