Solo la conoscenza porta alla pace
L’istruzione e la comprensione delle religioni e delle culture sono essenziali per combattere i pregiudizi e l’integralismo della diversità – sostiene l’ambasciatore britannico in Italia – e il governo Blair considera importante il contributo al dialogo di tutte le comunità etniche, culturali e religiose.
Il 28 ottobre 2005, ultimo venerdì di Ramadan, si è celebrata la quarta Giornata del dialogo cristiano islamico. Tra le numerose iniziative che si sono tenute in tutta Italia (vedi Confronti 12/2005), il convegno organizzato dalla nostra rivista in collaborazione con la Provincia di Roma sul tema del dialogo interreligioso come risorsa per la convivenza. Pubblichiamo di seguito ampi stralci dell’intervento dell’ambasciatore del Regno Unito in Italia, Sir Ivor Roberts.
Sono qui oggi per parlarvi dell’approccio del Regno Unito al dialogo interreligioso. Focalizzerò inoltre la mia attenzione sulla risposta del Regno Unito agli attentati di Londra dello scorso luglio, e in particolare sulla reazione del popolo britannico e sulle recenti leggi antiterrorismo che sono in discussione al parlamento.
Voglio iniziare osservando che il governo britannico ha la chiara visione di un Regno Unito eterogeneo ma integrato, che considera prezioso il contributo di ognuna delle sue comunità etniche, culturali e religiose. Siamo decisi a vedere una società veramente dinamica, nella quale le persone di diverso credo religioso possano vivere e lavorare insieme pur mantenendo le proprie identità caratteristiche, in un’atmosfera di rispetto e comprensione reciproci
L’ignoranza crea la paura
Il dialogo religioso e la comprensione sono essenziali per la pace. L’ignoranza crea la paura e la paura crea conflitto. Un dialogo di questo tipo non deve negare né sminuire le diversità, bensì guardare gli elementi comuni nella fede. Le religioni possono aiutare a rendere le nostre comunità delle «comunità di valori». L’inevitabilità della globalizzazione esige una globalizzazione parallela dei nostri migliori valori etici, non una distillazione o un’inutile uniformità dei ricchi valori che costituiscono le nostre comunità di fede. Ma le premesse basilari delle nostre fedi, la solidarietà, la giustizia, la pace e la dignità della persona umana sono ciò di cui abbiamo bisogno nell’era della globalizzazione.
È per questa ragione che credo fermamente che l’istruzione e la comprensione delle religioni e delle culture sono essenziali per combattere i pregiudizi e l’integralismo della diversità. Nel Regno Unito siamo immensamente orgogliosi della nostra società multiculturale e multireligiosa, i progressi cui abbiamo assistito sono notevoli. È un tributo al Regno Unito e al suo popolo meravigliosamente eterogeneo il fatto che ci sia tolleranza, comprensione e apprezzamento delle diverse culture e delle diverse fedi all’interno della nostra società. Nonostante i progressi, tuttavia, restano naturalmente dei pregiudizi. Alcuni, purtroppo, coscienti. Ma ritengo che gran parte di questi pregiudizi nel Regno Unito e altrove siano di natura inconscia, da parte di persone che rimarrebbero esterrefatte nel sentirsi considerate intolleranti.
Il Governo britannico ha affrontato questo problema agendo da elemento catalizzatore del dialogo interreligioso. Lo ha fatto serbando uno stretto rapporto con il Three Faiths Forum e con il Muslim College. Una preziosa opera viene svolta anche dall’Inter Faith Network per il Regno Unito (finanziata dal Ministero dell’Interno) e dalla Local Government Association, che ha dato direttive alle amministrazioni locali sul coinvolgimento delle comunità di fede nei processi decisionali locali. L’Inter Faith Network ha inoltre dato preziose direttive a quanti vogliono istituire gruppi interreligiosi a livello locale e sulle attività interreligiose per i giovani, pubblicando anche un Codice di condotta per promuovere e consolidare le relazioni fra religioni diverse.
Nonostante gli attentati, il dialogo continua
L’attività di queste organizzazioni e del nostro Governo per promuovere il dialogo interreligioso non è mutata dopo gli attentati di Londra del luglio scorso, ma è di fatto aumentata. Gli attentati di Londra del 7 e 21 luglio erano diretti contro tutti noi. Persone di 19 paesi e di molte fedi diverse – musulmani, cristiani, indù, sikh ed ebrei – sono state uccise o ferite. Ho partecipato ai funerali della giovane italiana, Benedetta Ciaccia, così tragicamente uccisa il 7 luglio, promessa sposa di un musulmano: una toccante testimonianza postuma di dialogo interreligioso. I leader di diversi gruppi religiosi hanno tutti proclamato a gran voce che gente di ogni fede ed ogni origine deve restare unita per combattere il terrorismo.
La risposta del popolo britannico al 7 luglio è stata unificata, dignitosa e straordinaria. Naturalmente c’è ansia e preoccupazione. Ma, come ha affermato il nostro primo ministro, «il paese sa che scopo del terrorismo è l’intimidazione, e non ha alcuna intenzione di cedere a tali intimidazioni». Il Regno Unito nel complesso sa di essere una nazione tollerante e ben disposta, è piuttosto orgogliosa di questo. Naturalmente, ci sono anche stati degli atti inaccettabili di odio razziale o religioso, ma si è trattato di fatti isolati. Abbiamo risposto a questo terrorismo in un modo che ha riscosso l’ammirazione di molte genti e nazioni del mondo.
Tuttavia, il nostro governo è divenuto vivamente cosciente del fatto che, oltre a questi sentimenti, c’è anche la determinazione a non permettere che una piccola minoranza di fanatici si approfitti della nostra tolleranza e benevolenza nazionale; e c’è anche la rabbia per il fatto che ciò sia successo. La comunità musulmana è con noi, tra i nostri partner chiave in questo sforzo volto a combattere gli estremismi. Gran parte dell’insistenza ad intraprendere azioni forti per sradicare l’estremismo proviene in maniera più vigorosa proprio dai musulmani, profondamente preoccupati del fatto che le attività di una frangia fanatica compromettano la buona reputazione del grosso della comunità.
Abbiamo riconosciuto l’importanza del lavoro per combattere l’estremismo dove questo esiste. È essenziale che si collabori strettamente con le principali comunità religiose e che se ne comprendano le preoccupazioni. In seguito agli attentati, il Ministero degli Interni ha avviato un progetto chiamato «Prevenire il terrorismo insieme». Sette gruppi di lavoro, ciascuno con focus su aree specifiche, come le moschee o le donne e i giovani, hanno il compito di sviluppare proposte di collaborazione per combattere l’estremismo violento. I gruppi hanno condannato la violenza del 7 e del 21 luglio, ritenendo che la soluzione all’estremismo potrà scaturire da iniziative di lungo termine, che mirano allo sviluppo di un senso di inclusione tra i giovani musulmani. Tra le tante proposte, i gruppi hanno annunciato progetti per la creazione di un Consiglio consultivo nazionale per gli imam e le moschee, che aiuterà le moschee a prevenire e a combattere l’estremismo e a stabilire degli standard per la presenza nel Regno Unito.
Chi ha compiuto gli attentati di luglio a Londra, chi è stato coinvolto in reti terroristiche in altre parti del mondo, chi ha compiuto gli attentati a New York nel 2001 non era gente povera e diseredata. Era per la maggior parte ben istruita e in buone condizioni economiche. Nel caso dei terroristi nel Regno Unito, essi erano anche etnicamente e nazionalmente eterogenei. Essi sono spesso definiti «radicali», anche se ironicamente sono sradicati, senza alcun legame con la società nella quale vivono, motivati dal fanatismo, non dalla fede.
Il governo britannico sta guidando questa battaglia, indicando che il modo migliore di combattere questa minaccia consiste nel creare e rafforzare la democrazia della nostra società, isolando l’estremismo nelle sue varie manifestazioni, consolidando il quadro giuridico in cui contrastiamo il terrorismo e sviluppando mezzi più efficaci per proteggere la nostra democrazia. Sul fronte internazionale e diplomatico, ritengo si debbano rafforzare i nostri rapporti con i paesi musulmani contrari all’estremismo, come i paesi del nord Africa. È per questa ragione che il Regno Unito ha accolto con viva soddisfazione la decisione dell’Unione europea di aprire formalmente i colloqui sull’adesione con la Turchia.
Ivor Roberts
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