Secolarizzazione addio
Intervista a Massimo Introvigne
“La tesi che collega modernizzazione e secolarizzazione sarebbe falsa ovunque tranne che in Europa. Personalmente nutro dei dubbi anche sulla “eccezione europea”, che ha a sua volta delle eccezioni, tra cui l’Italia, dove almeno dagli anni Settanta ad oggi il processo di diminuzione del numero di persone disposte a dichiararsi religiose e frequentatori almeno mensili delle chiese si è arrestato, anzi si assiste ora a un piccolo recupero”. Introvigne ha fondato e dirige il Centro studi sulle nuove religioni ed è membro del gruppo “Religioni” dell’Associazione italiana di sociologia.
Gli effetti economici, sociali e culturali della globalizzazione sembrano influire anche sulla religione. Il processo di secolarizzazione è ancora in atto o stiamo assistendo ad una inversione di tendenza? Si può continuare a parlare di declino delle religioni o è possibile ipotizzare un futuro diverso? Abbiamo posto queste domande a Massimo Introvigne, fondatore e direttore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni) e membro del gruppo “Religioni” dell’Associazione italiana di sociologia. Introvigne è autore di quaranta volumi e di oltre cento articoli in materia di religioni contemporanee, molti dei quali dedicati ai nuovi movimenti religiosi, al fondamentalismo e al terrorismo di matrice religiosa, e ha diretto l’Enciclopedia delle religioni in Italia (Elledici, Leumann, 2001).
Si può ancora affermare che il mondo contemporaneo stia assistendo al declino della religione a causa della secolarizzazione?
Quest’anno ricorre il secondo centenario della nascita di Alexis de Tocqueville, autore nel 1835 di Della democrazia in America, cioè del primo libro dove si contesta la tesi che processi di modernizzazione e di nascita di nuove democrazie generino inevitabilmente secolarizzazione. Tocqueville fece rispettosamente notare che in America le cose andavano precisamente al contrario: più il paese si modernizzava e si democratizzava, più la gente affollava le chiese. All’epoca, Tocqueville fu trattato da dilettante. Si dovette arrivare alla Seconda guerra mondiale perché i sociologi europei gli dessero ragione, e cominciassero a parlare di “eccezione americana”, nel senso che la regola secondo cui più modernità vuol dire più secolarizzazione e meno gente in chiesa avrebbe una sua eccezione negli Stati Uniti. E agli anni 1990 perché la maggioranza degli studiosi – ma qualcuno resiste – si rendesse conto che l’America Latina, l’Asia e l’Africa si comportano come gli Stati Uniti, non come l’Europa, così che oggi l’ortodossia accademica parla di “eccezione europea”: cioè la tesi che collega modernizzazione e secolarizzazione sarebbe falsa ovunque tranne che in Europa. Personalmente nutro dei dubbi anche sulla “eccezione europea”, che ha a sua volta delle eccezioni, tra cui l’Italia, dove almeno dagli anni Settanta ad oggi il processo di diminuzione del numero di persone disposte a dichiararsi religiose e frequentatori almeno mensili delle chiese si è arrestato, anzi si assiste ora a un piccolo recupero.
Ma allora quale le sembra sia l’impatto della globalizzazione sulle religioni?
In realtà tutto sta a decostruire in modo critico la parola “secolarizzazione”; una volta decostruita, si scopre che i sociologi che la affermano (cosiddetti seguaci del “paradigma classico” della sociologia delle religioni) e quelli che la negano (seguaci del “nuovo paradigma”) sono d’accordo su molte cose. In Inghilterra si parla delle tre B che non sono in questo caso Bush, Blair e Berlusconi ma believing (credere), belonging (appartenere o partecipare) e behaving (comportarsi).
Siamo tutti d’accordo sul fatto che non c’è secolarizzazione nel credere, anzi un ex-teorico della secolarizzazione come Peter Berger oggi parla di “de-secolarizzazione” del mondo, nel senso che dopo la crisi delle ideologie non religiose il numero di coloro che si dichiarano atei o agnostici è in spettacolare declino più o meno in tutto il mondo. Sulla partecipazione religiosa non c’è globalizzazione della secolarizzazione: siamo d’accordo sul fatto che le statistiche sono molto diverse in America, nei paesi in via di sviluppo, e in Europa (di cui sono appendici Australia, Nuova Zelanda e Canada), anche se non concordiamo su come spiegare queste differenze. E infine siamo d’accordo sul fatto che si globalizza la tendenza a comportarsi in diverse sfere importanti della vita (sessuale, culturale e politica) prescindendo dalla religione. Questo vale più o meno dovunque. Sociologi marocchini e iraniani ci dicono che studentesse che tornano al velo (che le loro madri non portano) per rivendicazione identitaria (belonging, dunque) e anche (perché dubitarne a priori?) per esprimere una sincera credenza (believing) sono poi spesso le stesse a contestare la morale islamica e ad avere rapporti prematrimoniali senza troppi sensi di colpa.
Si può dire, come ha affermato il sociologo Alan Aldridge, che “il millenarismo degli emarginati e la religiosità postmoderna dei consumatori opulenti rappresentano differenti risposte alle crisi indotte dalle forze della globalizzazione: disuguaglianze sociali estreme e un individualismo foriero di anomia”?
Mi sembrano teorie un poco vecchiotte ed elaborate a tavolino da chi forse non ha poi incontrato tanti millenaristi in carne e ossa. Oggi i Testimoni di Geova (ma neanche loro sono più solo un movimento di “emarginati”) dichiarano di essersi convinti che è sbagliato calcolare date della fine del mondo, mentre sono gli opulenti consumatori religiosi delle lussuose megachurches americane a comprare venticinque milioni di copie di testi millenaristi come Left Behind e a proclamare l’imminenza della fine del mondo.
Recentemente la Chiesa cattolica è stata sotto gli occhi di tutto il mondo. Ad una forte partecipazione ad alcuni eventi sembra corrispondere un calo della pratica religiosa e nella condivisione di alcuni precetti. Pensa che possa dare le giuste risposte alla situazione mondiale frutto della globalizzazione?
Ma anche qui qualche commentatore generalizza come se Francoforte o Parigi (dove la pratica cattolica è al 4%) fossero ancora l’ombelico del mondo, mentre dal punto di vista della religione sono periferie di importanza quantitativamente minore. La stragrande maggioranza dei cattolici praticanti oggi non vive in Europa: probabilmente ci sono più cattolici praticanti nella sola Uganda che in Francia. La partecipazione alla messa non è in calo in Corea, nelle Filippine, in Africa, in molti paesi dell’America Latina e anche in alcune regioni italiane: è in aumento. Negli Stati Uniti tiene, nonostante gli scandali. Il problema riguarda alcune zone dell’Europa (con le solite appendici, Australia, Nuova Zelanda e Canada, che da questo punto di vista sono Europa). E riguarda i comportamenti, che si scollano dalla religione nonostante la tenuta della pratica. Un problema però che non riguarda solo il cattolicesimo ma, come accennavo, anche l’islam e l’ebraismo. Se ne lamenta il papa, ma anche l’ayatollah Khamenei o i due rabbini capo di Israele (dove, tra parentesi, il numero di persone che si dichiarano religiose è pure in aumento).
Quale futuro si sente di ipotizzare per la religione e le religioni?
Salvo miracoli per i credenti sempre possibili, mi sembra che la ferita inferta dall’Illuminismo e dalla modernità al legame fra religione, comportamenti morali e scelte culturali e politiche non sia in procinto di rimarginarsi, anche se sulla politica le controspinte di tipo fondamentalista o anche semplicemente conservatore hanno un peso che non può essere ignorato, non solo nell’islam. Da questo punto di vista si può parlare di “secolarizzazione”, anche se io preferisco dire “desacralizzazione”, proprio perché “secolarizzazione” è una parola usata almeno in tre sensi diversi. Tuttavia la modernità, che ha vinto la battaglia per separare la religione dai comportamenti, ha perso quella per separarla dalle coscienze e dalle credenze: oggi sono semmai l’ateismo e il razionalismo a essere minacciati di estinzione. E anche i processi di “disistituzionalizzazione” della religione (believing without belonging, appunto), spettacolari in certe zone dell’Europa, sono quasi ignoti altrove. Non solo la forza istituzionale dell’islam è oggi molto più evidente nel mondo di quanto non fosse dieci anni fa, ma un partito confessionale indù è stato al governo in India fino all’anno scorso e rimane il partito di maggioranza relativa nel paese, e anche la Chiesa cattolica, stimolata dalla crescita spettacolare del nuovo protestantesimo pentecostale e dell’islam, appare oggi assai più viva e vitale nei paesi che contano più credenti (ancora una volta: non sono quelli europei) rispetto agli anni Sessanta o Settanta.
intervista a cura di Antonio Delrio