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Se il mondo si scorda di Gaza

Asher Salah

Sulla situazione nella Striscia di Gaza abbiamo sentito il parere dell’israeliano Asher Salah, docente di filosofia e storia presso l’Accademia Bezalel di Gerusalemme e curatore del libro «La storia dell’altro».

Qual è in queste settimane la situazione della popolazione civile a Gaza? E che tipo di informazione avete in Israele su questo argomento?

Sul piano dell’informazione, non credo che nessuno in Israele ignori in quali condizioni gravissime viva la popolazione civile oggi a Gaza, in totale isolamento, una situazione economica catastrofica, senza sbocchi verso l’esterno, con una sopravvivenza ormai garantita da aiuti internazionali notevolmente ridotti da quando Hamas ha preso il potere. Ma una reale solidarietà con la sofferenza dei palestinesi è impedita dal fatto che sui giornali, e quindi a livello politico, Gaza fa notizia soprattutto in quanto minaccia per Israele e come zona di guerra: quando ci sono eliminazioni mirate e operazioni militari israeliane all’interno della Striscia di Gaza, e soprattutto quando da Gaza vengono lanciati quotidianamente su Sderot e sulle città israeliane vicine i missili Qassam. A livello percettivo, è quella la prima immagine che credo un israeliano medio abbia di Gaza: il posto da cui vengono lanciati i missili.

Viene quindi fatta una generalizzazione, come se tutta la popolazione di Gaza appoggiasse la linea più dura verso Israele?

Non credo: credo invece che la classe giornalistica e gli opinion makers israeliani facciano una giusta distinzione tra gente comune e classe politica. La vittoria di Hamas all’interno di Gaza è stata ottenuta al prezzo di una guerra civile e attraverso un colpo di stato e una guerra fratricida in cui sono state uccise centinaia di persone, di Fatah e di altre forze politiche; anche questo è ben noto all’opinione pubblica israeliana, e comunque anche a Gaza ci sono tantissime persone che non ne possono più. Che poi venga utilizzata anche questa informazione per dire che la popolazione di Gaza è tenuta in ostaggio da Hamas, è un altro discorso, con delle finalità politiche, per convincere gli israeliani che non c’è possibilità di avere qualunque tipo di rapporto con Gaza, fintantoché ci sarà una leadership di questo tipo.

Gaza è stata definita «entità nemica» da parte del governo israeliano. All’interno della società israeliana è condivisa questa linea dura? E quelli che, come lei, cercano un approccio diverso al conflitto come svolgono il loro lavoro in tempi così difficili?

Dobbiamo innanzitutto tenere conto che c’è una situazione di guerra da entrambe le parti, anche se con un’evidente sproporzione di forze, però è chiaro che adesso ci sono azioni e rappresaglie da ambo le parti, e questo purtroppo impedisce – fisicamente, concretamente – qualunque tipo di azione congiunta dal basso, da quella che si chiama la società civile. Mentre ancora qualche anno fa era possibile, anche se con difficoltà e con rischi, avere contatti personali fra israeliani e palestinesi moderati e interessati al dialogo, oggi questo a Gaza è impossibile proprio perché c’è una frontiera ormai impermeabile. Non è più una frontiera, è un fronte di guerra. Ormai Gaza è diventata un territorio completamente altro, contrariamente invece a quanto succede nei territori occupati in Cisgiordania.

Questa distanza tra Israele e Gaza si misura anche a livello di copertura informativa. Quali notizie riuscite ad avere da lì?

Il muro è fisico, culturale, politico, e alla fine anche informativo. È molto difficile verificare le informazioni che provengono da Gaza, non ci sono più giornalisti che girano liberamente dopo il rapimento del reporter della Bbc Alan Johnston. Anche i cooperanti sono sempre meno, dopo il colpo di stato di Hamas la maggior parte è andata via, e i pochi che sono rimasti praticamente non escono mai dai loro uffici. Non c’è più presenza di osservatori stranieri, quindi non c’è più modo di verificare l’obiettività dell’informazione. Questo fa gli interessi di Hamas, ma anche di Israele. In fondo io credo che oggi la leadership israeliana gongoli in questa situazione: una Palestina divisa da lotte fratricide, isolata, esasperata; non credo che nessuno pianga nel governo israeliano per questa situazione.

Qual è l’aspettativa in Israele sui colloqui tra Olmert e Abu Mazen? C’è ottimismo? E quante speranze sono riposte nella conferenza di pace che dovrebbe tenersi negli Stati uniti alla fine di novembre?

Credo che per il momento ci sia un grande e generalizzato scetticismo, tanto da parte israeliana quanto da parte palestinese. Il pessimismo deriva dal fatto che oggi la questione palestinese a mio avviso non è la priorità dell’agenda politica né del governo israeliano né delle potenze occidentali. Il problema principale, quello che fa notizia, con cui siamo costantemente martellati, è il problema del conflitto che pare sempre più vicino con l’Iran e con la Siria, in cui ovviamente Israele avrebbe un ruolo e una posizione importante, con enormi rischi e pericoli. È questo quello che più preoccupa la classe politica e l’opinione pubblica, per cui i negoziati con i palestinesi sono passati in secondo piano. Non so fino a che punto sia manipolata dai media o da un’atmosfera generale, ma l’impressione di noi, semplici cittadini, è che il conflitto sia imminente, tra qualche mese. E questo fa molta più paura al singolo cittadino che non il conflitto con Gaza, con missili che non rappresentano una grave minaccia strategica.

Tutto questo determina, purtroppo, ancora una volta, una sottovalutazione del problema palestinese. La classe politica ha altri interessi che non quelli di risolvere la questione palestinese, per cui questo nuovo negoziato mi sembra un modo di temporeggiare, di fare piccole concessioni, di mantenere il conflitto a fuoco lento ma non di arrivare a una soluzione definitiva, che risolva i problemi dei cittadini, della disoccupazione, della situazione economica, dell’apertura delle frontiere e della libertà di movimento, dei profughi… Ci sono tante questioni importanti da risolvere, che però secondo me oggi non sono nell’agenda né all’interno di Israele e neanche all’esterno. Ancora una volta i palestinesi sono vittime di un ingranaggio internazionale: sono stati sempre utilizzati, dal nazionalismo panarabo prima, dall’islamismo oggi, ma la questione palestinese non ha veramente interessato nessuno finora. Interessa gli israeliani fintantoché mette in pericolo i loro interessi nazionali: anche se, a questo proposito, mi stupisce che si parli sempre meno di Gilead Shalit, preso in ostaggio a Gaza quasi un anno e mezzo fa; i movimenti di pressione per la sua liberazione si scontrano con un’indifferenza enorme a livello governativo. Tutto questo vuol dire che non c’è nessun contatto tra il governo israeliano e Hamas, è indicativo del muro che si è formato. Se Abu Mazen è secondario rispetto agli interessi politici israeliani, Gaza è completamente assente.

(intervista a cura di Elisabetta Rovis)

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