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«Restituire la dignità alla donna»

Omar Ahmed Abdulkadir

Per cercare di contrastare il dramma delle mutilazioni genitali – che ogni anno fa milioni di vittime in decine di paesi del mondo, Italia compresa – bisogna analizzare attentamente le motivazioni socioculturali da cui nasce il fenomeno. Il parere di un medico ginecologo dell’ospedale Careggi di Firenze.

La situazione delle donne in molte parti del mondo resta molto preoccupante, soprattutto nei paesi dove la donna costituisce l’anello più debole della società e subisce di conseguenza forme diverse di discriminazione e di violenza. Spesso vittima di usi e costumi stabiliti da una cultura maschilista particolare che considera la donna un essere inferiore all’uomo. Il suo destino è in mano a quest’ultimo, che controlla ogni aspetto della sua vita. Il corpo della donna appartiene all’uomo che, attraverso pratiche tribali come la mutilazione genitale femminile, esercita il suo potere di «padre padrone». Delle cause di questo fenomeno ci ha parlato Omar Ahmed Abdulkadir, medico ginecologico somalo, che da anni si occupa del problema della mutilazione genitale femminile e della sensibilizzazione della popolazione immigrata contro una pratica che discrimina e umilia la donna.

Quali sono le motivazioni culturali e sociali della pratica della mutilazione genitale femminile?

È una tradizione che dura da tremila anni ed è diffusa soprattutto in Africa. In Somalia, ad esempio, la mutilazione genitale è una pratica percepita come la tutela della verginità della ragazza e come prevenzione contro gli abusi sessuali. Secondo questa tradizione, una donna infibulata riceve una dote più alta rispetto a una donna che ha avuto rapporti sessuali prematrimoniali o a una già divorziata. Si tratta di una tradizione maschilista ed è sempre stata una direttiva silente dell’uomo.

Una donna che rifiuta questa prassi a che cosa va incontro?

La ragazza rischia l’isolamento sociale. A scuola una bambina non mutilata subisce pressione da parte delle sue compagne che dicono: «Non sei una vera donna se non sei infibulata. Sei una puttana».

Conosco la storia di una donna che, in seno all’Unicef, combatte da anni contro la mutilazione femminile: ha una figlia che ha insistentemente chiesto di essere infibulata e allora lei ha organizzato una specie di cerimonia finta per accontentarla. Un giorno a scuola, mentre la bambina era in bagno, le sue compagne hanno scoperto che non era infibulata e l’hanno derisa per molto tempo.

Cosa si sta facendo per rimuovere questa usanza umiliante per la donna e per il suo corpo?

Oggi in Somalia, come in altre parti dell’Africa, c’è una mobilitazione da parte sia degli ulema (dotti musulmani, ndr), che da parte di associazioni di donne che stanno combattendo affinché questa mutilazione finisca, o almeno si riesca a limitare i danni optando per quella che viene definita «infibulazione soft», ovvero fare uscire simbolicamente qualche goccia di sangue. C’è chi sta adottando questi metodi ma siamo ben lontani da una definitiva, totale eliminazione della mutilazione genitale femminile.

Quali sono le conseguenze sullo stato di salute delle bambine che subiscono questo tipo di operazione?

Vi sono complicanze immediate per motivi igienico-sanitari. Molte di queste cosiddette operazioni vengono fatte in un contesto rurale lontano dagli ospedali e spesso si verificano casi di emorragia e c’è chi si ammala di tetano o di Aids. Ci sono molti casi di decesso per emorragie o per infezione.

Vi sono anche conseguenze tardive e croniche: la dismenorrea (dolori mestruali che tengono a letto donne e bambine per diversi giorni), poi i dolori pelvici, la difficoltà del deflusso del sangue mestruale; il formarsi di ostruzioni che ristagnano sia in vagina che a livello dell’utero. E poi vi è il rischio che queste infezioni croniche portino la donna alla sterilità. Gli effetti derivanti dalla mutilazione genitale alla fine sono tutti invalidanti per le donne.

Questa usanza nuoce anche alla vita sessuale della donna. Come viene affrontato questo problema?

Le donne subiscono un forte trauma dal punto di vista psicologico e sessuologico, nel senso che esse hanno dei rapporti sessuali molto dolorosi perché si deve rompere una cicatrice. Abbiamo istituito presso l’ospedale Careggi di Firenze un centro per la deinfibulazione per cercare di ripristinare per quanto possibile la funzionalità sessuale; le donne infibulate, altrimenti, non potrebbero fare né una visita ginecologica, né un pap-test, né un’ecografia interna ecc. La deinfibulazione consiste quindi in una riapertura della ferita e una ricostruzione dei tessuti, ma questo non è facile. Una donna non accetta facilmente la deinfibulazione, a meno che non ci sia il consenso del proprio marito; figurarsi una giovane che deve arrivare vergine al matrimonio.

Non tutti i medici sono contrari come lei alla mutilazione genitale, ma c’è addirittura chi la pratica con profitto…

Non in Europa, a quanto ne so. Quando si verificano casi di bambine che sono state infibulate o hanno subito qualche forma di mutilazione, vuol dire che queste bambine sono state portate nei loro paesi d’origine, oppure in Kenya o a Dubai dove addirittura prosperano cliniche private che fanno questo intervento.

Nonostante la grande mobilitazione delle organizzazioni internazionali per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica contro questo fenomeno, la situazione non sembra migliorare…

Paradossalmente è proprio così. Prima si parlava di due milioni di bambine mutilate ogni anno, ora invece gli ultimi dati dell’Unicef dicono che sono tre milioni. È un fenomeno dinamico: in alcune parti del mondo è in diminuzione, in altre è in aumento. Oggi vi è senz’altro un’accurata attenzione al fenomeno e stanno venendo fuori casi nuovi. Addirittura non si sapeva che in Iraq, ad esempio, ci sono donne infibulate. In Russia, tra la comunità musulmana, sono state trovate donne bianche che hanno subito questo tipo di operazione.

C’è chi avalla oggi l’ipotesi che l’islam consenta l’infibulazione. Secondo lei questa pratica quanto è legata alla religione?

L’islam non c’entra assolutamente niente. Importanti autorità religiose, come l’Università islamica Al Azhar, condannano ogni forma di mutilazione e affermano che nessuna sura del Corano l’aveva mai prescritto. In Africa ci sono musulmani, cristiani, ebrei, etiopici e animisti che praticano la mutilazione genitale. Questa prassi non è legata a nessuna forma di pratica religiosa, ma deriva da una cultura tribale tradizionale.

Quali sono le forme di prevenzione culturale e pedagogiche per debellare questo fenomeno?

Per quanto riguarda l’Europa, quello che possiamo fare è insistere sull’educazione, l’informazione e la formazione dei medici che devono conoscere meglio queste problematiche per accogliere e aiutare in modo adeguato queste donne. In Africa il problema è più arduo perché di fronte a problemi come la fame, l’analfabetismo, la tubercolosi, l’Aids, quando vai a parlare di infibulazione nessuno ti dà retta. Per cui io credo che la mutilazione genitale femminile scomparirà nel momento in cui i paesi africani diventeranno economicamente autosufficienti. Solo in questo modo l’Africa potrà venirne fuori. Per sconfiggere questo fenomeno e restituire alle donne la loro dignità, le priorità sono: condizione economica adeguata e istruzione per tutti, soprattutto per le donne.

(intervista a cura di Mostafa El Ayoubi)

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