Restare. Ma in un altro modo
«Dopo il disastro compiuto, è evidente che resta un dovere, sempre che ciò sia gradito dagli iracheni, di non abbandonare l’Iraq a se stesso e di contribuire a riparare almeno parzialmente il male compiuto. Ma occorre una netta discontinuità». Giornalista e scrittore, l’autore è stato parlamentare della Sinistra indipendente.
Il governo Berlusconi ha sempre detto di essere stato contrario alla guerra, e di aver cercato di convincere il presidente Usa Bush a non farla, ma, dato che essa ha rovesciato Saddam Hussein, si è convinto che essa doveva essere fatta. Di conseguenza, Berlusconi ha sempre rivendicato la guerra come mezzo per cambiare o rovesciare dei regimi politici di altri stati, in formale e dichiarata violazione dell’art. 11 della Costituzione secondo il quale «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Il governo ha sostenuto che l’Italia è andata in Iraq a guerra già finita, e che perciò non avrebbe partecipato all’aggressione all’Iraq. Ma la risoluzione del 14 dicembre 1974 dell’Assemblea generale dell’Onu stabiliva che l’aggressione «consiste nell’uso delle forze armate da parte di uno stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro stato, o in qualsiasi altro modo incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite», e che costituiscono atti di aggressione «l’invasione o l’attacco del territorio di uno Stato da parte delle forze armate di un altro stato, o qualsiasi occupazione militare, anche temporanea, derivante da una tale invasione o da un tale attacco» (art. 3a della Risoluzione). Le forze armate italiane, inquadrate nelle forze di occupazione, sono dunque pienamente partecipi dell’invasione e dell’aggressione da cui essa deriva. Berlusconi ha sostenuto che le forze di occupazione italiana in Iraq fossero in missione di pace, tanto è vero che si prodigano in varie azioni umanitarie come quelle di fornire medicinali o altri aiuti atti a permettere la sopravvivenza della popolazione civile, e per questa ragione esse non potrebbero essere ritirate unilateralmente per poter continuare a espletare queste buone opere. Tuttavia «l’aiuto» alla popolazione occupata non ha nulla a che fare con scelte facoltative dettate da spirito umanitario o pacifico, ma è strettamente dovuto in forza degli obblighi imposti alle potenze occupanti dalla IV Convenzione di Ginevra e da successive norme internazionali cogenti: «Con tutti i mezzi di cui dispone, la potenza occupante ha il dovere di assicurare l’approvvigionamento della popolazione in viveri e in prodotti medicinali» (art. 55 della IV Convenzione). «In aggiunta agli obblighi indicati nell’art. 55 della IV Convenzione riguardo all’approvvigionamento di viveri e medicinali, la potenza occupante assicurerà anche, nella misura consentita dai suoi mezzi e senza alcuna distinzione di carattere sfavorevole, la fornitura di vestiario, di materiale lettereccio, di alloggi di circostanza, delle altre provviste essenziali per la sopravvivenza della popolazione civile del territorio occupato, e degli arredi necessari al culto» (art. 69 del Primo protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra del 1977; riguardo al culto, il protocollo non aggiunge: «purché non musulmano»). «La potenza occupante ha il dovere di assicurare viveri e medicinali ai sensi della IV Convenzione di Ginevra e deve rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’Iraq» (Risoluzione n. 1472 del 28 marzo 2003 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite). Sarebbe del tutto ridicolo sostenere che la potenza che occupa un altro paese in forza di un’aggressione e di un’invasione non possa ritirare le sue truppe per poter continuare a ottemperare agli obblighi che sono loro imposti, in quanto truppe di occupazione, dal diritto umanitario di guerra! Dopo il disastro compiuto, è evidente che resta un dovere, sempre che ciò sia gradito dagli iracheni, di non abbandonare l’Iraq a se stesso e di contribuire a riparare almeno parzialmente il male compiuto. Ma ciò non potrà in alcun modo essere fatto su una linea di continuità che dall’aggressione-invasione-occupazione giunga fino alla presenza solidaristica e ricostruttiva. Occorre una netta discontinuità, la quale non può consistere altro che nel ritiro dall’Iraq di tutte le forze militari di occupazione nonché dei loro arruolati e contrattisti. Il fatto che nello scontro armato ancora in atto in Iraq si siano inseriti, da una parte e dall’altra, militari e militanti, torturatori e terroristi che sono piuttosto da ricondurre ai crimini di guerra e alla criminalità comune, non può essere in alcun modo una legittimazione a rimanere «per tenere l’ordine», o, come si dice, «per non lasciare l’Iraq ai tagliagole» o agli aguzzini, anche se vestiti da poliziotti. Una volta stabilita la discontinuità, con il ritiro totale delle truppe, si dovrà aprire il dialogo politico per la futura cooperazione internazionale, per concorrere al risorgere del paese martoriato, anche mediante un rapporto con l’opposizione irachena, cioè con tutte quelle forze che si sono manifestate come contrarie all’occupazione, e che propugnano un’alternativa politica alla situazione presente.
Raniero La Valle
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