Religiosità all’italiana
Molto cattolici ma poco praticanti; pregano molto ma leggono poco la Bibbia. Confusi su alcuni elementi fondamentali della tradizione cristiana ma molto autonomi nelle scelte etiche. Questo il quadro, non privo di sorprese, che emerge dalla seconda inchiesta dell’Eurisko sulla religiosità degli italiani.
Per il secondo anno consecutivo la Chiesa valdese ha commissionato all’istituto di ricerca Eurisko un’indagine sulla religiosità degli italiani. Lo scopo principale della ricerca è stato misurare la «temperatura religiosa» degli italiani. E non sono mancate le sorprese. Il dato di partenza è che una solida maggioranza (83%) si definisce «cattolica». Dai risultati della ricerca – presentati il 25 maggio scorso, in una conferenza stampa che ha visto collegate in videoconferenza la sede Eurisko di Roma e quella di Milano – emerge con chiarezza che gli italiani, pur continuando a rispettare e a tenere in altissima considerazione la Chiesa cattolica come istituzione, non hanno alcuna intenzione di rinunciare alla propria libertà e autonomia di giudizio su tutti i grandi temi sociali ed etici di attualità. Come ha rilevato Gianni Genre, moderatore della Tavola valdese, commentando i dati dell’Eurisko, «sempre più italiani, cattolici e non, danno molta più importanza alla responsabilità individuale nei rapporti con gli altri – diversi o simili, poco importa – e ragionano autonomamente, ma con grande sensibilità cristiana – nel senso espresso dal discorso sul “relativismo cristiano” di Carlo Maria Martini – nel confrontarsi con la sofferenza, con la morte e con la vita sul nascere. Sappiamo infatti che milioni di cattolici di base e decine di migliaia di preti di frontiera, specie nei paesi in via di sviluppo, la pensano come noi protestanti, valdesi e metodisti, su alcuni argomenti molto dibattuti in campo etico: ad esempio, ritengono assurdo il divieto di usare profilattici, mentre sul pianeta ogni ora decine di persone diventano sieropositive. E considerano irragionevole che a Roma ci si occupi più di preservare gli embrioni crioconservati che non di salvare milioni di persone che muoiono di fame e di Aids».
L’indagine: conferme e sorprese
Il campione su cui è stata condotta la ricerca è di mille individui di età compresa fra i 25 e i 64 anni (rappresentativo di circa 31 milioni di italiani), distribuiti in modo proporzionale in base alla provenienza geografica, al sesso, all’età, all’istruzione e alla professione. Le interviste telefoniche sono state effettuate nella prima settimana di maggio.
Solo il 25% degli italiani va a messa almeno una volta alla settimana (e solo il 4% ci va più volte alla settimana). Il 9% solo una volta al mese, l’8% due o tre volte al mese e il 30% entra in chiesa solo in occasione di cerimonie (matrimoni, funerali, battesimi…). Il 5% non va mai a messa e il 7% non vuole specificare la frequenza. Si potrebbe pensare che l’esclusione degli ultrasessantacinquenni dall’inchiesta abbia prodotto un risultato della frequenza alla messa inferiore a quello che si sarebbe ottenuto considerando il totale della popolazione, ma in realtà il dato resta pressoché identico anche considerando le fasce di età mancanti. Detto questo, però, va rilevata la differenza tra le fasce di età considerate: il dato scende al 19% se si considerano solo le persone tra i 25 e i 34 anni, mentre sale al 36%, come era prevedibile, se si considera solo la fascia compresa tra i 55 e i 64 anni. Differenze notevoli si riscontrano anche se dividiamo il dato per sesso. Sono molte di più le donne a frequentare la messa almeno una volta a settimana: 33%, contro un 14% di uomini. La differenza emerge ancora di più se consideriamo coloro che vanno a messa tutti i giorni: il 7% delle donne contro l’1% degli uomini.
Tra gli obiettivi della ricerca, c’era anche quello di comprendere il grado di conoscenza dei cattolici rispetto alla propria religione. Su cento italiani, solo il 69% (quindi molti di meno rispetto al totale dei cristiani) possiede in casa una Bibbia. Il 4% la legge ogni giorno, il 2% solo la domenica, il 32% occasionalmente e il 31% mai. Se si prendono in esame solo i praticanti regolari dichiarati (quel 25% analizzato prima), la percentuale di coloro che la posseggono sale all’86% e quella di coloro che la leggono con una frequenza quotidiana passa al 9% (5% solo la domenica, 44% occasionalmente e 28% mai).
L’inchiesta passa poi a verificare il grado di conoscenza della Bibbia. Il 92% del campione è in grado di citare almeno un comandamento. Tra i più «gettonati» (non si sa se perché sono quelli maggiormente rispettati oppure magari proprio perché sono i più violati) troviamo «non rubare» (66%), «non uccidere» (41%), «non desiderare la donna d’altri» (40%) e «onora il padre e la madre» (31%). Naturalmente erano possibili più risposte, proprio perché appunto gli intervistati dovevano sforzarsi di ricordare il maggior numero possibile di comandamenti. Proseguendo l’elenco in ordine di popolarità, troviamo «io sono il signore Dio tuo» (con il 26% del campione che lo ricorda), «non nominare il nome di Dio invano» (24%), «non commettere atti impuri» (20%), «non desiderare la roba d’altri» (18%), «non dire falsa testimonianza» (17%) e «ricordati di santificare le feste» (16%). Alla domanda «da chi furono dettati?», solo il 47% risponde Dio, mentre il 30% risponde Mosè e il 2% Gesù.
Quando al campione viene chiesto «le capita di pregare?», l’84% risponde di sì. Il 42% prega tutti i giorni o anche più volte al giorno, mentre un altro 19% prega una o più volte alla settimana. Il 9% prega da una a tre volte al mese e il 14% qualche volta durante l’anno. Ma a chi si rivolgono gli italiani quando pregano? Il 67% a Dio, il 30% alla Madonna, il 19% a Gesù, l’8% ai santi e il 5% ai defunti (a questa domanda era possibile dare più di una risposta). Anche qui, come sulla frequenza alla messa, esiste una differenza notevole se analizziamo il dato in base al sesso e all’età. A pregare almeno una volta alla settimana sono l’80% delle donne e il 55% degli uomini, il 71% di chi ha un’età compresa fra i 55 e i 64 anni e il 53% di chi ha tra i 25 e i 34 anni.
Quanto contano i precetti
Gli italiani che seguono molto o abbastanza i precetti della Chiesa cattolica sono il 38% (27% tra gli uomini, 46% tra le donne; mentre in questo caso non ci sono grandi differenze tra giovani e anziani). Il dato sale al 62% se si prende in considerazione solo quel 25% di coloro che si definiscono praticanti regolari.
Per quanto riguarda i precetti e le indicazioni che giungono dalle gerarchie cattoliche, in generale pare si possa dire che la maggior parte del campione preferisce «pensare con la propria testa». Molti italiani sono convinti che la Chiesa «non possa far altro» che dire ciò che dice, ma poi ognuno deve essere libero di comportarsi come meglio crede. Non sono pochi coloro che, specie su questioni attinenti alla libertà sessuale, teorizzano il fatto che la Chiesa cattolica debba continuare ad avere le posizioni conservatrici che ha, fermo restando poi il loro diritto di non condividerle e quindi di «disobbedire». E infatti il 67% del campione si dice favorevole alle coppie di fatto e se andiamo a vedere quel famoso 25% di praticanti regolari la percentuale scende, ma non poi di tanto: 58% di favorevoli. Stesso discorso per quanto riguarda l’omosessualità. Il 52% del campione si dice favorevole (nella domanda si allude al fatto che nella società italiana stanno cadendo molti tabù, tra cui l’omosessualità, e si chiede un parere su questo processo di cambiamento), il 16% indifferente e il 30% contrario. Certo, se poi analizziamo solo il dato dei praticanti regolari i contrari salgono al 43%.
Le ultime due questioni scottanti affrontate dall’inchiesta sono l’eutanasia e la procreazione medicalmente assistita. Coloro che si dicono contrari all’eutanasia «in ogni caso» sono solo il 21% del campione totale (41% tra i praticanti regolari). I contrari alla fecondazione eterologa sono il 34% del campione (24% risponde «per niente d’accordo», il 10% «poco d’accordo»). Dato che sale al 44% tra le donne e scende al 28% tra gli uomini. Non particolarmente rilevanti le differenze sulla base dell’età: 34% di chi ha tra i 55 e i 64 anni, 28% tra chi ha fra i 25 e i 34 anni.
Adriano Gizzi