Quanto è «cristiano» l’accanimento terapeutico?
La voce di chi soffre deve avere la priorità. È importante quindi che le leggi rispettino la sofferenza e il dolore delle persone malate – specie quando costrette a trattamenti considerati solo un inutile accanimento terapeutico – e lascino nelle loro mani la decisione ultima sulla loro vita e morte.
Qualche anno fa il noto giornalista e scrittore Sergio Zavoli pubblicò un libro che ancora oggi merita attenzione: Il dolore inutile. La pena in più del malato (Garzanti, 2002), dedicandolo al padre, con un’ampia introduzione che ha questo titolo significativo: «Per fatto personale». Racconta della sofferenza del padre, mutilato di guerra e con un aneurisma dell’aorta non operabile. Le sue crisi di dolore potevano placarsi soltanto con la somministrazione del Cardiostenol, medicina considerata anche dal medico di famiglia «pericolosa», perché a base di morfina. Era la sola medicina che potesse alleviare il dolore… ma il medico non si limitò a dire alla madre «si guardi bene dagli abusi»; le suggerì anche di «fingere di praticare l’iniezione di morfina e vedere se un po’ d’acqua distillata non desse qualche beneficio» (ancora oggi l’Italia, nelle statistiche relative all’uso di morfina, viene dopo alcuni paesi del Terzo Mondo).
Quando leggo talune dichiarazioni riportate di recente dai quotidiani sul caso Welby – in particolare quelle del ministro della Famiglia e di quello della Sanità (di cui peraltro ho buona stima): «Non staccate la spina a Welby, è eutanasia; e Marino sbaglia» (Rosy Bindi); «Andrò da Welby, ma no all’eutanasia» (Livia Turco) – mi domando se anche qui, anziché confrontarsi seriamente con la realtà e con la sofferenza della persona, non ci si fermi all’acqua distillata. Mentre si prolunga l’agonia di una persona, continua il gioco (perverso) di scaricare su altri la propria responsabilità umana e politica: quante commissioni sono state interpellate per dare il loro parere su un caso evidente di accanimento terapeutico che tutti dicono di voler combattere? La dimensione di sofferenza e di dolore incisi su quel volto (e in tanti altri) è stata sin qui sacrificata sull’altare degli equilibri politici su cui pesa come un macigno il «non possumus» della morale cattolica ufficiale che si propone (e impone) come elemento di sintesi della vera umanità, anche se larga parte del mondo cattolico italiano è lontana da queste posizioni intransigenti. È veramente necessario entrare in casa Welby per capire che la sua vita dipende da una macchina e che il suo stato è quello tipico di chi subisce accanimento terapeutico? È un po’ triste sentire la ex ministro della Sanità Bindi replicare al presidente della Commissione Sanità del Senato Ignazio Marino, che è un medico, che lui «sbaglia» quando ritiene che si possa staccare la spina e accogliere la richiesta del sofferente. L’attenzione non è più rivolta a chi vive la sofferenza ma alla difesa della morale cattolica ufficiale, che nella sua impersonalità e pretesa universalità afferma che staccare la spina ad un amico, come atto d’amore (come ha confessato don Verzè), è sempre ed inequivocabilmente un atto di «falsa pietà» o di «perversione» della pietà (Evangelium vitae). Qui ci si deve chiedere dove sia di casa la dignità umana della persona giudicante.
La sofferenza è privata ma la sanità è pubblica, ricorda Paul Ricoeur. Di qui l’esigenza di un impegno concreto perché le norme e le leggi della sanità pubblica rispettino la sofferenza ed il dolore delle singole persone e lascino nelle loro mani la decisione ultima sulla loro vita e morte, oltre ogni imposizione esterna. La voce di chi soffre è decisamente più importante e deve avere la priorità su tutte le commissioni di esperti di questo mondo. L’insistenza con cui oggi si tende a negare il diritto a morire di persone inguaribili che lo chiedono è largamente il frutto del «progresso» della tecnologia medica applicata alla vita umana, e gli assoluti di ordine morale che si invocano (e che la morale cattolica per tutti riassume) corrispondono agli assoluti del potere, che si vuole illimitato, della scienza medica. Questa tendenza, che io considero perversa, non ha più orecchio per «sentire» (che è più che udire) la voce di chi chiede un aiuto; avviene così il contrario di ciò che i vangeli stessi ritengono buona pratica umana: «Qual è l’uomo fra di voi, il quale, se il figlio gli chiede un pane, gli dia una pietra? Oppure se gli chiede un pesce, gli dia un serpente?» (Mt.7,10). I numerosi casi Welby continuano a ricevere pietre e serpenti. Dal Ministero della Sanità e della Famiglia, dalle istituzioni pubbliche, dalle comunità religiose che si dicono cristiane i cittadini si aspettano pane e pesce, non pietre e serpenti.
Ermanno Genre
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