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Quando la diversità arricchisce

«Mai come oggi avvertiamo che il mondo è uno, e che il suo presente e il suo futuro non può essere costruito positivamente nel conflitto tra le civiltà». Monsignor Coda è docente alla Pontificia Università Lateranense e presidente dell’Associazione teologica italiana.

La nostra vita è un cammino ritmato da stazioni in cui sostiamo per rimetterne a fuoco il significato, la direzione, l’impegno e – perché no? – la bellezza. È dunque per me una grande gioia e insieme una nuova responsabilità condividere con voi, in questo luogo di preghiera, un momento così significativo di quella stazione che, col Ramadan, ogni anno vive la comunità islamica.

Sono ormai diversi anni che lo posso fare. E ogni anno di più questo momento entra nelle trame profonde della mia vita, trasformando un gesto di cortesia e di amicizia in qualcosa di più vero e impegnativo.

Non si tratta soltanto di condividere l’ospitalità; non si tratta soltanto di manifestare cordiale rispetto e – permettetemi – sincera amicizia. Si tratta di prender sempre più coscienza e di testimoniare che, nell’arricchente diversità dei nostri cammini, noi, in realtà, siamo chiamati oggi a percorrere un unico cammino.

Chiamati da che cosa, da chi? Senz’altro dalla storia che viviamo e dalla solidarietà che ci unisce nell’unico destino di promuovere la nostra umanità, l’umanità di tutti gli uomini e le donne che camminano con noi, nel mondo affidato alla nostra cura.

Mai come oggi lo avvertiamo!

Mai come oggi avvertiamo che il mondo è uno, e che il suo presente e il suo futuro non può essere costruito positivamente nel conflitto tra le civiltà, le appartenenze, le convinzioni, ma attraverso l’incontro e il dialogo tra tutti, nessuno escluso.

Di più. Per chi, responsabilmente, si dice cristiano o musulmano, la chiamata a percorrere un unico cammino, nella provvidenziale diversità delle sue declinazioni e dei suoi accenti, è in definitiva una chiamata da parte di quel Dio che invochiamo con timore e tremore, con gratitudine e amore, senza la benché minima volontà di escludere chi è diversamente credente e impegnato.

Perché il Dio che ha visitato le nostre vite e in cui, adoranti, crediamo, è il Dio amante dell’uomo, di tutti, di ciascuno, a partire dal più piccolo, dal più indifeso, dal più sofferente.

È dunque nel nostro amore per gli uomini e nel nostro amore per Dio, in risposta all’amore di Lui per noi e per tutti, che ci sentiamo chiamati, oggi, a percorrere insieme il nostro cammino.

Questa chiamata e questo impegno ci chiedono molto. Ci chiedono di vivere il dialogo nella sua verità più profonda e realistica: come esercizio esigente di umanità e – per chi aderisce a una fede religiosa – come comandamento liberante di Dio stesso.

Non possiamo più accontentarci di riaffermare, oggi, l’esigenza del dialogo vivendo le nostre relazioni nel segno della reciproca tolleranza e del «gentlemen’s agreement».

Gli avvenimenti incalzanti di cui siamo testimoni e attori c’invitano a un passo in avanti, anzi a un salto di qualità. Dobbiamo entrare ciascuno, ricchi della nostra identità e in virtù di essa, e perciò con tutto noi stessi, in dialogo tra noi e con tutti. Il che non è semplice né esente da rischi. Perché il dialogo vero, il dialogo che costruisce il mondo in cui siamo chiamati a vivere tutti nella libertà, nella giustizia e nella pace, non è quello che si gioca alla periferia delle nostre identità. Ma quello che scaturisce ed esprime e promuove la sorgente viva di essa, la sua preziosa originalità, il suo insostituibile apporto.

Dobbiamo imparare a dialogare. Dobbiamo educarci all’esercizio del dialogo.
Dobbiamo imparare a essere sinceri. Dobbiamo imparare a dar credito alla sincerità dell’altro. Dobbiamo imparare a offrire, con umiltà e gratuità, i doni di cui siamo portatori, chiedendo a Dio occhi puri e penetranti per scorgere, e stupirci, e accogliere, e ringraziare per i doni nascosti nel cuore dell’altro.

Sapremo forse così, guidati dallo Spirito di Dio e con un’intelligenza più acuta e determinata, imparare anche, passo dopo passo, a discernere che cosa in noi, nei modi e nelle forme d’interpretare e vivere le nostre tradizioni, è veramente conforme all’umanità dell’uomo e alla volontà di Dio e che cosa, invece, è proiezione delle nostre chiusure o anche solo delle nostre debolezze e fragilità.

In questa prospettiva, il dialogo si propone a noi come ineludibile scuola di conversione e di formazione spirituale e culturale.

È questa la soglia che dobbiamo attraversare. Se le nostre comunità sono chiamate a essere scuole del dialogo con Dio – nell’ascolto della Sua parola e nella preghiera – oggi più che mai sono chiamate a diventare, per ciò stesso, scuole del dialogo tra gli uomini.

In ciò consiste, penso, il primo servizio che esse possono e debbono offrire alla società vissuta e costruita, laicamente, come la casa comune in cui ognuno può essere se stesso vivendo un rapporto libero e arricchente con l’altro.

Ricordo quanto mi disse un giorno, ormai parecchi anni or sono, un grande saggio di fede islamica che avevo visitato, Hag Esmael: «La sincerità è una spada a doppio taglio, che penetra fino in fondo al cuore e alla mente. È la virtù più grande nella vita spirituale e di tutti i giorni. Dobbiamo incontrarci con fiducia, con abbandono a Dio e senza pregiudizi. Così siamo davvero uno».

Non è utopia. È il sogno che ci fa sognare il Dio in cui crediamo. È il compito che tutti ci accomuna, uomini e donne del nostro tempo. Dio, oggi più che mai, non abita nella riaffermazione dura delle nostre identità. Egli, piuttosto, ama abitare nell’ospitalità che ci diamo gli uni gli altri, per camminare insieme il cammino degli uomini.

Che la Sua benedizione sia la nostra luce e la nostra forza!

Piero Coda

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