Quando gli antenati fanno paura
Secondo il movimento «antidarwinista» Usa, l’universo e gli esseri viventi sarebbero stati creati da una causa o agente intelligente e non già da un processo casuale come la selezione naturale. Gli scienziati l’hanno classificata come «pseudoscienza creazionista». E in Italia? Il parere di una biologa.
Una notizia recentemente apparsa su un quotidiano nazionale, relativa ad uno studio sull’evoluzione pubblicato dalla rivista americana Proceedings of the National Academy of Sciences, richiama alla mente un avvenimento risalente agli inizi del 2004 sul quale, forse, non si è sufficientemente riflettuto. La notizia recente è la seguente: secondo i calcoli effettuati dal biologo americano Soojin Yi (Georgia Institute of Technology) nell’ambito di uno studio sul tasso di variabilità del dna delle singole specie, la marcia evolutiva dell’uomo si sarebbe quasi arrestata, mentre procederebbe a pieno ritmo lo sviluppo degli altri primati. In seconda posizione, dopo l’uomo, si attestano gli scimpanzé, che possono, secondo quanto afferma lo studioso statunitense, essere già accomunati all’homo sapiens ed entrare a pieno titolo nella famiglia degli ominidi. In termini evolutivi ciò significa che la distanza fra questa scimmia e l’uomo è addirittura inferiore a quella fra scimpanzé e gorilla. Ciò detto viene da chiedersi quale effetto avrà prodotto una simile novità sui sostenitori della teoria del «creazionismo del progetto intelligente».
Questo movimento di opinione, nato negli Stati Uniti, in cui sembra si riconoscano anche alcuni scienziati, sostiene una nuova «teoria» che si contrappone alla spiegazione darwiniana sulle origini dell’uomo, secondo cui l’universo e gli esseri viventi sarebbero stati creati da una causa o agente intelligente, e non già da un processo casuale come la selezione naturale. Per quasi tutti gli assertori di questo pensiero, l’«architetto» intelligente sarebbe da identificare nel Dio cristiano. La comunità scientifica non ha accettato la pretesa di definire «teoria» questa concezione delle origini che è stata perciò classificata come «pseudoscienza creazionista». Su tutti i concetti chiave del disegno intelligente (la «complessità irriducibile», la «complessità specificata» e l’esistenza di «universo finemente regolato») la stragrande maggioranza del mondo scientifico ha potuto replicare con argomenti puntuali.
Dagli Usa all’Italia. L’iniziativa Moratti
Ma la validità della teoria evolutiva non è fatto accettato solo dai maggiori scienziati in tutto il mondo; anche la Chiesa cattolica, infatti, non torna indietro rispetto a Darwin se lo stesso papa Giovanni Paolo II (1996) definisce l’evoluzionismo come «la spiegazione più plausibile dei numerosi fossili venuti alla luce ed è coerente con i dati offerti dalla biologia moderna, così da diventarne una chiave interpretativa» e se la stessa Genesi nella versione sacerdotale non è in contrasto con la teoria evoluzionista. In essa, infatti, l’uomo compare come ultimo atto dell’intera creazione. Tutto quanto esposto dovrebbe condurre alla conclusione che per questa nuova «teoria» non sia possibile andare oltre l’interesse puramente speculativo suscitato nei suoi sostenitori. Invece nel nostro paese la ricaduta è stata a dir poco paradossale.
Affascinata dalla pseudoteoria, l’ex ministro dell’Istruzione Letizia Moratti, senza pensare di interrogare il mondo della scuola né quello della scienza, ha cancellato dai programmi scolastici del primo ciclo di istruzione l’insegnamento della teoria di Darwin, forse pensando di accontentare quella (spero) ristretta schiera di benpensanti che vedono messa in pericolo la «spiritualità dell’uomo» ogniqualvolta si accenni ad un’idea di divenire della nostra specie. Contro il provvedimento (D.Lsg 19 febbraio 2004, n. 59) si è fortunatamente levata una parte del mondo civile e politico: sono state raccolte 47 mila firme e presentati numerosi atti di sindacato ispettivo, con il risultato che il 28 aprile 2004 il ministro Moratti ha nominato una Commissione ad hoc, cosiddetta «Darwin», presieduta dal Premio Nobel Rita Levi Montalcini e composta da altri membri di grandissimo prestigio internazionale ed incaricata di redigere un rapporto valutativo sull’insegnamento dell’evoluzionismo nelle scuole. Il rapporto è stato consegnato il 23 febbraio 2005. Da quel momento, al Ministero, è cominciata l’opera di insabbiamento del documento che è stato comunque pubblicato integralmente dal periodico Micromega il 29 ottobre 2005. Più tardi, negli ambienti del Ministero, è stata messa in circolazione una seconda versione del rapporto che evidenzia l’opera di addolcimento di tutti i rilievi più critici mossi nei confronti della decisione di cancellare l’insegnamento del darwinismo. Si legge in un articolo apparso su la Repubblica del 3 novembre 2005 che nel nuovo documento è stata tagliata interamente la parte sul dibattito parlamentare seguito alla censura dell’insegnamento del darwinismo e sono saltate frasi significative che richiamano al «ruolo delle scienze come componente essenziale della cultura umana» e affermano come la «responsabilità di indicare che cosa insegnare delle scienze tocchi agli scienziati; ai pedagogisti, come; e a entrambi, quando». Viene prima modificato e poi sostituito il paragrafo sullo studio dell’evoluzione che ne forniva anche un quadro storico.
Facendo un passo indietro, il 6 settembre 2005 il ministro dell’Istruzione ha preso l’impegno di reintrodurre l’evoluzionismo a partire dalla classe III media, peraltro arretrando rispetto ad una precedente dichiarazione secondo la quale la reintroduzione avrebbe interessato anche le classi elementari. All'exploit finale si è assistito il 17 ottobre 2005, con la pubblicazione del decreto legislativo di riforma della scuola secondaria superiore. Come si legge nell’Allegato F, l’argomento «evoluzione» va ad integrare non già – come logica vorrebbe – il programma di scienze e di biologia bensì quello di geologia (!). Nel programma di scienze non resta alcuna traccia dell’originale specifica trattazione dell'Evoluzione biologica e culturale della specie umana, che è adesso un tema opzionale previsto solo nelle ore di insegnamento della religione. Nessuna considerazione seria quindi delle indicazioni che la Commissione Darwin aveva fornito al ministro circa la necessità di reintrodurre, così com’era, l’insegnamento della teoria evoluzionista nei programmi di scienze.
La posizione cattolica
Secondo il professor Formenti (Dipartimento di Biologia animale dell’Università di Pavia) che ha curato l’elaborazione di una scheda riepilogativa dei fatti (apparsa sul sito web di «Riformascuola»), la spiegazione della decisione sul passaggio del darwinismo dai programmi di scienze a quello di religione potrebbe derivare da una lettura completamente acritica o, peggio, ideologica del Nuovo catechismo della Chiesa cattolica che recita, al punto 282: «La catechesi sulla creazione è di capitale importanza. Concerne i fondamenti stessi della vita umana e cristiana: infatti essa è la risposta della fede cristiana agli interrogativi fondamentali che gli uomini di ogni tempo si sono posti». Concordo con Formenti sulla plausibilità di una lettura ideologica se si considera che al punto successivo del Catechismo, il 283, si legge testualmente: «La questione delle origini del mondo e dell’uomo è oggetto di numerose ricerche scientifiche, che hanno straordinariamente arricchito le nostre conoscenze sulle dimensioni del cosmo, sul divenire delle forme viventi, sull’apparizione dell’uomo». Neppure la dottrina ufficiale della Chiesa cattolica si è sognata dunque di mettere in discussione l’utilità e il grande valore di «arricchimento» alla conoscenza generale delle origini dell’uomo che si ricava da una lettura evoluzionista.
La causa della cancellazione non è neppure quella di un allineamento alle decisioni di oltreoceano se, come ricorda ancora Formenti, i movimenti di opinione statunitensi che si collocano nell’area del fondamentalismo cristiano hanno fatto pressione perché nelle scuole si introducesse l’informazione sulle teorie che non sono fondate scientificamente sull’evoluzione senza chiedere però l’eliminazione del darwinismo. Nel nostro paese si è fatto molto di più, eliminando anche l’insegnamento del metodo scientifico di indagine, strumento insostituibile per la costruzione di un pensiero critico. I miglioramenti introdotti in merito dalle «Indicazioni nazionali» sono da considerare delle vere «chicche». Al posto dell’originario obiettivo dell’«approfondimento autonomo di conoscenze scientifiche e di controllo sull’attendibilità delle fonti di informazioni», ci si riferisce ora ad un adolescente che, con la propria «ingenua» – ma non per questo meno unitaria, organica e significativa – conoscenza della fisica, chimica, geologia, storia ed arte maturata alle elementari è chiamato unicamente a prenderla in considerazione esplorando e discutendo. Di rigore metodologico neanche a parlare e, viene da dire, mal gliene incolga a chi tenti di superare la propria «ingenua» visione del mondo senza quegli strumenti critici che nessun insegnante è più obbligato a dargli. Sono queste le premesse per costruire un futuro in cui tutti i giovani saranno chiamati ad interpretare e gestire con sempre maggiore lucidità e saggezza le scelte che la scienza impone a tutta l’umanità? È questa formazione che dovrebbe garantire una ripresa della capacità innovativa e quindi produttiva e competitiva del nostro paese? Cosa faremo quando dovesse tramontare anche la speranza che la professionalità e la serietà dei docenti faccia da antidoto a decisioni così scellerate? Manderemo i nostri figli a studiare all’estero già dalle scuole medie?
Disagio
I rigurgiti di oscurantismo a cui assistiamo rispolverano l’antica ed erronea equazione secondo la quale progresso scientifico è uguale a negazione di Dio. Il danno è duplice e si realizza sia nell’ostacolare la crescita di una visione corretta della scienza nella società sia nell’allontanamento da una spiritualità profonda, problematica ed alta che non ha alcun bisogno di pseudoscienza. La forma mentis della paura della ragione alimenta le superstizioni attraverso le quali la parte più retrograda della classe politica (e della gerarchia ecclesiastica) pensa di poter continuare ad esercitare il proprio potere sulle persone meno dotate di strumenti critici. Bene dice G. Ruggeri (Il centro è il confine. Interviste su cristianesimo e modernità, Servitium, 2002) parlando del disagio di molti credenti che, non potendo accettare la «rigida forma del dogma», si collocano nell’area della religiosità agnostica non concordando con il fatto che «per essere cristiani si debbano buttare ragione e tecnica ed assumere una sorta di schizofrenia intellettuale, se non addirittura esistenziale».
Aggiungo che la mia critica ha valenza anche per il mondo della scienza, che è chiamato a riflettere più a lungo e meglio sulle radici di tale paura sulla quale è ancora così facile far leva. Il problema, così come la soluzione, è nella capacità di comunicazione che deve stabilirsi in modo più chiaro e continuativo tra gli scienziati, ancora evidentemente avvolti in un’aura di mistero nella quale è facile immaginare che possano fare chissà cosa, e la gente comune che ha diritto a conoscere quali siano i problemi etici che inevitabilmente si pongono con l’introduzione delle innovazioni che caratterizzano il nostro presente e le possibili soluzioni.
Luciana Stendardi
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