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Quando dialogare è «rock»

Per il quarto anno consecutivo si è svolta la Giornata del dialogo cristianoislamico, con incontri e manifestazioni in numerose città d’Italia. Combattere i pregiudizi e le chiusure identitarie resta un’impresa molto difficile e complessa: la strada è in salita, ma i segnali che giungono da questa iniziativa sono incoraggianti.

Chissà se, «celentanamente», fare dialogo è «lento» e stare per lo scontro di civiltà è «rock» (come mi pare vorrebbe la vulgata mediatica). La risposta arrivata dalle manifestazioni svoltesi un po’ in tutta Italia nei dintorni dello scorso 28 ottobre, quarta giornata ecumenica dedicata al dialogo cristianoislamico, sembra fatta apposta per sconvolgere le tradizionali categorie del «molleggiato» nazionale. Risulta infatti molto «rock» il fatto che un’iniziativa del genere, nata quasi per caso pochi giorni dopo l’11 settembre, ideata con l’obiettivo di non smarrire i già faticosi fili di relazioni che intercorrevano fra credenti delle Chiese cristiane e della umma, possa in meno di un lustro riuscire ad imporsi come un appuntamento ormai irrinunciabile. Scontando i pregiudizi reciproci, le solite accuse di buonismo e di irenismo, e le chiusure identitarie, registrate in netto aumento, nonché i mal di pancia di quanti storcono il naso di fronte allo stile aperto della cosa, sottintendendo che nel cammino del dialogo sia ancora possibile operare a compartimenti stagni.

Rompendo le dinamiche tribali di chi si attarda a replicare che «il mio dialogo è migliore del tuo», come nelle peggiori pubblicità comparative. Pagando l’impossibilità di «bucare! il mondo dell’informazione (salvo benemerite eccezioni, che confermano la regola). È qui regolarmente contraddetta, infatti, la massima del giornalismo di ogni epoca, quella dell’uomo che morde il cane: in una fase sempre più percepita come un’anteprima di uno scontro finale tra Occidente cristiano e islam, dovrebbe pure far notizia il fatto che, spontaneamente, una piccola tradizione del genere abbia già messo radici. Che, nell’occasione, molte moschee e centri islamici vengano aperti a chiunque per la cerimonia dell'iftar, la rottura del digiuno. Che il popolo di Dio scenda in piazza, anche senza la prospettiva di finire sulla televisione locale. Che si facciano dibattiti e incontri tra cristiani e musulmani. Che centinaia di persone continuino a sottoscrivere l’appello… il tutto, continuando a conservare semplicemente i princìpi che ci hanno mosso dall’inizio – restiamo senza soldi e mezzi, senza leader e senza particolari benedizioni dall’alto – e a sfruttare la paziente disponibilità del sito www.ildialogo.org. Fra l’altro, questo 28 ottobre recava con sé un elemento simbolico di enorme portata, la coincidenza con i quarant’anni dalla promulgazione della Nostra aetate, il documento conciliare che – oltre alla ripresa di rapporti con Israele dopo le stagioni amarissime dell’insegnamento del disprezzo – esortava alla «stima» con cui i cristiani dovrebbero guardare i musulmani.

Il percorso, beninteso, resta quanto mai in salita, e non ci possiamo cullare nei primi successi. Resta forte, peraltro, la sensazione viva che ci sia nell’aria un diffuso bisogno di dialogo, quotidiano e a caro prezzo, che le istituzioni preposte a favorirlo non riescono ad intercettare. Di un dialogo cristianoislamico (e, più in generale, interreligioso) che andrebbe finalmente considerato come segnale, per quanto contraddittorio, di speranza per il futuro. Perché sarebbe sbagliato e ingeneroso se il pesante clima politico odierno e l’intransigenza generalizzata quanto pervasiva ci facessero dimenticare che tra cristianesimo e islam non si danno solo diffidenze o conflitti potenziali, ma pure (già oggi) esperienze d’apertura e fiducia reciproca: le «buone pratiche» in tal senso, fortunatamente, non mancano.

Ripetiamolo, allora: solo vivendo assieme, conoscendosi, guardandosi negli occhi, si potranno superare i preconcetti, le caricature, gli stereotipi vicendevoli, uscendo dai salamelecchi e sperimentando la parresìa dell’affrontarsi con franchezza. E infine, come recitava lo slogan della Giornata, «vincere la paura e costruire la pace». Perché ha ragione il gesuita Thomas Michel a sostenere, dall’alto di una lunga esperienza in partibus infidelium: «Il dialogo fornisce ai credenti un’opportunità per esaminare assieme quell’universale tendenza umana all’esclusivismo, allo sciovinismo, all’odio e alla violenza che possono infettare il comportamento e l’identità religiosa. Nel dialogo diviene altresì chiaro quanto i credenti di tutte le fedi siano più vicini l’uno all’altro, di quanto non lo siano con coloro che promuovono l’ideologia di mercato dominante, fatta di competizione nella ricchezza, di consumismo e di materialismo».

Viene da domandarsi, allora: riusciranno i prossimi eventi ecclesiali di alto livello – dal convegno della Chiesa cattolica italiana di Verona 2006 alla preparazione ecumenica verso Sibiu 2007, per fare due esempi – a fare quel salto di qualità coraggioso che porterebbe a leggere il dialogo non più come una sfumatura marginale nel paesaggio dell’essere chiesa, ma piuttosto un «caso serio» e decisivo, arricchente e sovversivo, segno dei tempi e ancoraggio reale al vangelo, contro ogni predicazione di sventura? Difficile rispondere… a tutte e tutti, donne e uomini che Dio ama, in ogni caso è sin d’ora doveroso dare appuntamento alla nostra prossima tappa: 20 ottobre 2006, ultimo venerdì di Ramadan dell’anno 1427 e quinta Giornata ecumenica del dialogo.

Brunetto Salvarani

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