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Pietro Valdo Panascia: una piccola chiesa, una grande testimonianza

«Palermo e la mafia. Memoria e azione delle chiese protestanti». Il 12 aprile scorso, presso il Centro diaconale valdese «La Noce» di Palermo si è tenuta una giornata in memoria del pastore Pietro Valdo Panascia, scomparso il 20 ottobre 2007.

di Eleonora Sperandeo

«Palermo e la mafia. Memoria e azione delle chiese protestanti»: questo il tema della giornata che ha visto l’intervento di molti relatori, tra cui lo storico Umberto Santino, padre Nino Fasullo, padre Francesco Michele Stabile e padre Mariano Fiasconaro amici del pastore, anch’essi convinti che l’istruzione possa dare dignità e speranza a chi vive in situazioni di disagio e degrado. La giornata, organizzata dal Centro evangelico di cultura «Giacomo Bonelli», dal Confronti, il cui direttore Gian Mario Gillio ha fatto da moderatore durante la tavola rotonda, e dal Centro siciliano di documentazione «Peppino Impastato», è stata dedicata in parte al suo impegno contro la mafia, «gridato» nel manifesto di denuncia responsabilizzante dal titolo «Iniziativa per il rispetto della vita» affisso per le strade di Palermo dopo la strage di Ciaculli del 1963. A tal proposito Umberto Santino, nel suo intervento, ha voluto ricordare come la Chiesa cattolica del tempo fosse rimasta muta dinanzi a tanto sangue e ancor peggio come, dietro sollecitazione di papa Paolo VI, il cardinale Ruffini avesse negato l’esistenza del fenomeno mafioso, definendolo «delinquenza comune» che riguardava i «giovinastri disoccupati» socialcomunisti ma non il «salotto buono» dell’isola. La grande Chiesa di Palermo taceva e la voce del pastore Panascia fu una sferzata a tale indifferenza. Rita Borsellino e Pina Grassi hanno voluto rendere omaggio, con il loro intervento, a colui che ha anticipato la stagione dell’antimafia, senza gesti roboanti, ma proclamando uno dei 10 comandamenti: «Non uccidere».

Numerosi gli interventi, tra cui quelli di Alessandra Trotta, direttrice del «Centro diaconale» Inge Schaedler, Franca Long, Salvatore Corso e Sergio Infuso. Alla tavola rotonda, tenutasi nel pomeriggio, sono intervenuti Nuccio Vara, giornalista Rai che ha trattato il ruolo dei mass media nella lotta alla mafia; Augusto Cavadi, che ha parlato della «pedagogia mafiosa», Salvatore Rapisarda, pastore battista, Enrico Colajanni, presidente di Libero Futuro; Pia Blandano, dirigente scolastico che ha parlato del lavoro nelle scuole per educare i giovani alla legalità.

Alla valenza del lavoro nel sociale per prevenire la criminalità è stato dedicato ampio spazio dagli interventi delle persone che hanno collaborato con il pastore Panascia alla realizzazione delle opere quali: il Centro diaconale «La Noce» che, sino ad oggi, opera nel campo dell’istruzione, della cura dei ragazzi in difficoltà, dell’accoglienza degli immigrati ed il villaggio «Speranza» del Comune di Vita (Trapani), costruito in seguito al terremoto del Belice; un’esperienza che ridiede dignità alle popolazioni del luogo che poterono alloggiare presso «vere case» e non in baraccopoli, costituendo delle cooperative per la produzione di tappeti, attività cui si dedicarono le donne del paese e una cooperativa agricola con l’acquisto di vari macchinari per la lavorazione dei terreni. Per il pastore Panascia la fede era l’essenziale: ma per fede non intendeva un mero rapporto intimistico ed individualistico con Dio, bensì una fedeltà nella storia alla «parola» che invita a servire gli altri, a cominciare dai più indigenti come ha ribadito Augusto Cavadi durante il suo intervento, sostenendo che per queste iniziative, e per tante altre, Pietro Valdo Panascia ha inciso positivamente e durevolmente nel tessuto cittadino, innalzando il livello del dibattito culturale, incrementando il dialogo fra le confessioni religiose, difendendo quella laicità con lui condivisa dai sacerdoti cattolici intervenuti al convegno. In particolare padre Mariano Fiasconaro ha ricordato la costante presenza del pastore alle iniziative della «sua parrocchia», sempre in prima fila e pronto a offrire il proprio contributo e quello della «sua piccola chiesa».

Molti altri gli interventi in una giornata non di commemorazione ma di memoria, costellata di testimonianze di vita vissuta, di esperienze reali, di mani protese verso «gli ultimi» di Cortile Cascino, quartiere alle spalle della Cattedrale di Palermo, di cui gli uomini del potere si ricordavano solo al momento delle elezioni, distribuendo generi alimentari per ottenere quei voti necessari per accedere al sopra citato «salotto buono» della città. Il pastore Panascia e le persone che hanno collaborato con lui nel rendere la Parola di Dio fatto concreto, non hanno mai cercato onori o riconoscimenti: la sua è stata un’opera silenziosa che traeva forza dal sorriso di quei tanti bambini tolti dalla strada e proiettati ad un futuro più dignitoso. La dott.ssa Antonella Monastra, in questo sostenuta da Nadia Spallitta, è intervenuta al dibattito affermando che la municipalità cittadina, in segno di riconoscimento e di riconoscenza, dovrebbe dedicargli una strada o una piazza o una scuola: un segno di cui abbiamo bisogno noi per ricordarlo, non certo lui che, come scrive Augusto Cavadi, «quale che sia la soglia varcata, è ormai estraneo alle faccende per cui ci agitiamo così tanto sul nostro pianetino».

Palermo, 20 aprile 2008

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