Perché viva in Italia il socialismo europeo
In Italia si fa spesso riferimento alla «contrapposizione laici/cattolici», ma, come spiega in questo intervento il deputato socialista Spini, «dovrebbero essere da un lato i cattolici a ribellarsi all’idea di essere automaticamente considerati non laici, mentre dall’altro lato, per certi esponenti politici non credenti, riconoscere come unici credenti i cattolici non mi sembra affatto pluralista».
Milito nel Partito del socialismo europeo perché i partiti che vi aderiscono sono partiti laici in cui militano, su di un piano di parità, credenti e non credenti. In Italia invece si preferisce parlare di partiti composti da laici e da cattolici. Nella prima categoria sono evidentemente classificati atei, evangelici, ebrei, musulmani, buddhisti e quant’altro; nella seconda, appunto, i cattolici. Mi sembra una visione deviante del rapporto tra fede e politica. Dovrebbero essere infatti da un lato i cattolici a ribellarsi all’idea di essere automaticamente considerati non laici, mentre dall’altro lato, per certi esponenti politici non credenti, riconoscere come unici credenti i cattolici non mi sembra affatto pluralista.
In queste elezioni, per la prima volta, è in forse la sussistenza di un partito del socialismo europeo in Italia. Non solo, ma anche la sussistenza di un Partito socialista italiano che, nato nel 1892 a Genova, sia pure con alti e bassi, con pagine più gloriose e altre meno, ha costituito uno dei pilastri insostituibili della democrazia italiana e della stessa Costituzione repubblicana.
Per più di trent’anni, personalmente posso rivendicare con orgoglio una coerenza politica. Ho sempre militato sotto un simbolo socialista. Dal 1962 al 1994 nel Psi, poi al suo scioglimento nei Laburisti, dal 1998 nei Ds, quando hanno collocato nel simbolo la rosa del socialismo europeo, fino al 2006, quando riuscimmo addirittura a far approvare al Congresso che si scrivesse per esteso «Partito del socialismo europeo» nel simbolo di questa forza politica. Lo scioglimento dei Ds nel Partito democratico mi ha privato di questo riferimento. Purtroppo la stessa Sinistra democratica ha abbandonato la costruzione di una nuova forza del socialismo europeo, che avrebbe dovuto essere la sua missione prevalente.
Quindi con altri compagni provenienti dai Ds ho accettato la sfida della Costituente socialista, lanciata con un manifesto che abbiamo firmato insieme con Enrico Boselli e Gavino Angius.
Sapevamo che il cammino della Costituente socialista non sarebbe stato facile. Né il Pd né la stessa Sinistra arcobaleno hanno interesse ad avere davanti come pietra di inciampo un partito che fa parte a pieno titolo del socialismo europeo che, invece, a vario titolo e a vario modo, si vuole superare o ridefinire o dichiarare in crisi in attesa che la sua malattia sia guarita da pretesi «dottori» italiani.
Ma certo, il trattamento che ai socialisti è stato riservato in queste elezioni da parte del Partito democratico, e cioè il diniego di un apparentamento che invece si è permesso ad una forza dichiaratamente non di sinistra, ad un partito personalistico come quello dell’Italia dei Valori di Di Pietro, è chiaramente inaccettabile. Il tutto condito con attacchi ad alta voce o frasi sussurrate a mezza voce (vedi «Striscia la notizia») chiaramente insultanti e in netto contrasto con la campagna elettorale «soft» che si dice di voler condurre. Si è stati soft con Berlusconi, ma si è stati duri con il Partito socialista. Quanto alla Sinistra arcobaleno, ha effettuato subito un fuoco di sbarramento scoraggiando ogni contatto e perfino ogni ipotesi di desistenza al Senato.
Di fronte a tutto ciò la scelta del Partito socialista di correre da solo è stata dignitosa. Le stesse vicende dei radicali dimostrano quanto sarebbe stato indecoroso e scivoloso accettare la proposta di consegnare qualche nome al Pd perché li inserisse nelle proprie liste.
So bene che il comportamento tenuto dal Partito socialista durante la crisi del Governo Prodi e la stessa sottovalutazione dell’aggressione che il Pd avrebbe avuto nei nostri confronti hanno provocato e provocano legittime critiche nei confronti del gruppo dirigente del partito. Ma quello che è in gioco non è un gruppo dirigente: è la stessa vita del partito ad essere messa in causa. Ma non è solo il problema di un partito. È una situazione politica generale ad essere estremamente preoccupante. Dall’evidente attacco alla laicità dello Stato alle intenzioni da varie parti manifestate di distruggere conquiste sociali come lo Statuto dei diritti dei lavoratori, è tutto un contesto che richiede la presenza di una forza del socialismo riformista, laica e democratica, che non abbandona la propria identità, ma è capace di rinnovarla così come hanno fatto altri partiti del socialismo europeo a cominciare dal Psoe di Zapatero.
Per questo sento il dovere di mettere a disposizione non solo di un partito, ma di un’idea, quella di Matteotti, quel patrimonio di esperienza, di proposte programmatiche, di relazioni e di consensi che la mia lunga vita parlamentare mi ha permesso di costruire. Personalmente, con la piena solidarietà del Partito socialista mi impegnerò, se sarò rieletto, su tre punti in particolare:
1) Dare piena applicazione all’art.8 della Costituzione. Il nuovo Governo deve presentare immediatamente in Parlamento le otto Intese firmate dalla Presidenza del Consiglio il 4 aprile del 2007. Due Intese modificano quelle vigenti con la Chiesa evangelica valdese e metodista e con la Chiesa avventista. Sei sono nuove e sono state stipulate con la Chiesa apostolica (che è una delle confessioni pentecostali), i mormoni, i testimoni di Geova, gli ortodossi della Sacra arcidiocesi d’Italia ed Esarcato per l’Europa meridionale, l’Unione buddista italiana e l’Unione induista italiana.
2) Da circa un decennio il Parlamento cerca di arrivare ad una legge sulla libertà religiosa che attui in questa materia la Costituzione repubblicana, superando la legge del 1929-1930 sui «culti ammessi» (vedi la proposta di legge Spini n.134/2006, che a sua volta riprendeva la «Maselli»). Da troppe parti si è guardato alla discussione di questa proposta di legge come a un’occasione per riproporre le paure che suscitano i flussi migratori e i contatti con fedi religiose diverse da quelle conosciute abitualmente, piuttosto che per affrontare con spirito costruttivo il problema dell’integrazione degli immigrati nel contesto del nostro ordinamento costituzionale e del nostro ordinamento giuridico.
3) Istituire una «Giornata dedicata alla libertà di coscienza, di religione e di pensiero» (vedi proposta di legge Spini n. 3387/2008) coinvolgendo così credenti e non credenti, collocandola magari il giorno 17 febbraio, data del primo atto di libertà religiosa nel nostro paese, la concessione dei diritti civili ai valdesi (17 febbraio 1848). Ciò costituirà un momento di riflessione sull’affermazione della libertà religiosa in un mondo sempre più globalizzato, nonché di impegno per l’attuazione piena della Costituzione nel nostro paese.
Valdo Spini
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