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«Pasque di sangue» e ferite riaperte

Lo storico Ariel Toaff in un suo libro sostiene che nel Medio Evo, in certi limitati casi, come a Trento nel 1475, piccoli gruppi di fanatici ebrei effettuarono davvero l’«infanticidio rituale» di bambini cristiani. I rabbini italiani, insieme a molti storici, contestano come «aberranti» le tesi del libro, che viene ritirato.

Clamorosa (e contestatissima) la tesi di Ariel Toaff, ebreo di origine italiana ma attualmente residente in Israele, ove insegna Storia del Medioevo e del Rinascimento all’università di Bar-Ilan, presso Tel Aviv: nel suo libro Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali (Il Mulino, Bologna 2007, 366 pagine, 25 euro) egli sostiene che, in alcuni limitati casi, l’accusa che i cristiani facevano agli ebrei – quella di praticare l’infanticidio rituale di bambini cristiani – non era frutto di pregiudizio antisemita. Certo, sottolinea l’autore, nella stragrande maggioranza dei casi l’accusa infamante era assolutamente infondata, e frutto della mentalità comune dei cristiani di attribuire il marchio orrendo all’intero ebraismo; ma, precisa, se nell’insieme gli ebrei erano lontanissimi, religiosamente e culturalmente, dalla stessa idea del sacrificio rituale, e dall’uso del sangue umano (proibito dalla Bibbia e dalla tradizione ebraica), in ristretti gruppi fanatici di ebrei askhenaziti (tedeschi), stanziati a ridosso dello spartiacque tra il mondo germanico e quello italiano, questa idea era presente e, talora, fu effettivamente tradotta in pratica.

La «Pasqua di sangue» del 1475 a Trento

Toaff si riferisce, in particolare, alla vicenda di Trento. In questa città, il 23 marzo 1475, vigilia di Pesach, la Pasqua ebraica, in una roggia che delimitava l’abitazione-sinagoga di un israelita di origine tedesca, il prestatore di denaro Samuele da Norimberga, viene rinvenuto il corpo martoriato di un bimbo cristiano: Simonino, due anni, figlio di un conciapelli. Samuele, e poi una quindicina di maggiorenti della comunità ebraica della città sono sottoposti a processo per ordine del vescovo di Trento, Johannes Hinderbach. L’accusa è grave: avere ucciso il fanciullo con e per un omicidio rituale, cioè in odio verso la passione di Cristo, e per usare il sangue del bambino nell’impasto del pane azzimo della celebrazione pasquale. Sottoposti a terribili torture, gli accusati infine «confessano» e vengono dunque giustiziati: i più bruciati vivi, altri (quelli che chiedono il battesimo) decapitati.

Roma era scettica sul «martirio di Simone». Del resto, da due secoli diversi papi, a cominciare da Innocenzo IV nel 1247, avevano definito menzogna l’accusa di «omicidio rituale» lanciata da molti cristiani contro gli ebrei; in questa linea, Sisto IV inviò a Trento un commissario apostolico, il domenicano Battista de’ Giudici, vescovo di Ventimiglia che, però, venne impedito dall’Hinderbach, decisissimo a colpire gli ebrei, di svolgere adeguatamente la sua inchiesta. Malgrado le resistenze vaticane, il culto a «san Simonino» continuò a diffondersi; e venne infine confermato un secolo dopo, nel 1588, da papa Sisto V.

Partendo dagli atti del processo (che sono stati conservati, insieme a vario altro materiale delle autorità politiche del Tirolo e degli imperatori di Germania), Toaff sostiene che molti particolari rivelati dagli ebrei incarcerati per l’assassinio del piccolo Simone non possono essere considerati semplici conseguenze delle torture, e cioè conferme di quello che i giudici si volevano sentire dire, e che i torturati ammettevano, per quanto assurde fossero le accuse, nella speranza di porre fine il prima possibile ai loro tormenti; infatti, nota lo storico, essi citano dettagli comportamentali, e formule liturgiche, che i giudici non potevano in alcun modo sapere. Anzi, aggiunge, altri testi che documentano il modo di vivere, nel Quattrocento, di alcune comunità ebraiche in Germania meridionale e in Veneto, confermano che gruppi di ebrei usavano davvero sangue umano nei loro riti pasquali, oltre che come medicina ritenuta utilissima per guarire svariate malattie.

I rabbini italiani: «aberranti» le tesi di Toaff

Il primo dei grandi giornali italiani a occuparsi del libro (stampato a fine gennaio) era il Corriere della sera. Che, il 6 febbraio, riportava una recensione nella quale Sergio Luzzatto, professore di Storia moderna all’università di Torino, definiva quello di Toaff «un gesto di inaudito coraggio intellettuale», perché consentiva di «riaprire l’intero dossier [sulle accuse di omicidio rituale], sulla base di una domanda altrettanto precisa che delicata: quando si evoca tutto questo – le crocifissioni di infanti alla vigilia di Pesach, l’uso di sangue cristiano quale ingrediente del pane azzimo consumato nella festa – si parla di miti, cioè di antiche credenze e ideologie, oppure si parla di riti, cioè di eventi reali e addirittura prescritti dai rabbini?».

Immediata la reazione di undici rabbini italiani (tra essi Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, successore di Elio Toaff padre di Ariel, e Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano) e del presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna. Questi, contestando alla radice le tesi di Pasque di sangue, sottolineavano che non è mai esistita nella tradizione ebraica «alcuna prescrizione né alcuna consuetudine che consenta di utilizzare sangue umano ritualmente», un uso, anzi, considerato «con orrore». E aggiungevano: «È assolutamente improprio usare delle dichiarazioni estorte sotto tortura secoli fa per costruire tesi storiche tanto originali quanto aberranti. L’unico sangue versato in queste storie è quello di tanti innocenti ebrei massacrati per accuse ingiuste e infamanti». Secca e immediata la replica di Ariel Toaff: «Una dichiarazione obbrobriosa. Se, prima di giudicare, [i rabbini] avessero letto il libro se la sarebbero tranquillamente potuta risparmiare. E mi dispiace che abbiano trascinato anche mio padre».

Su La Stampa del 7 febbraio Elena Löwenthal rilevava che la protesta dei rabbini italiani contro le tesi di Ariel Toaff «è accomunata da un dolore indignato, ma soprattutto da una sostanziale incredulità. Questo scavo nel passato è infatti stato condotto essenzialmente su deposizioni estorte con la tortura. E, come dice l’ebraismo, un uomo non va colto nell’ora di quel dolore che sfigura invece di sublimare, che ti fa dire, pensare e fare cose che non hanno nulla a che vedere con la realtà».

Le reazioni nella Trento nel 2007

Le tesi di Toaff non potevano non avere particolare eco a Trento. Infatti, nella città sede del famoso Concilio della Controriforma, nel Novecento vari studi – non solo di parte ebraica, da sempre richiedente di riparare l’infame «processo» del 1475-76, ma anche di parte cattolica e di storici che, con analisi severa, avevano documentato l’infondatezza radicale della «leggenda nera» – avevano destituito di ogni fondamento il «martirio» di Simonino. In tale contesto, l’arcivescovo Alessandro Maria Gottardi il 28 ottobre 1965 emanò una Notificazione con la quale cancellava il culto al beato Simonino, e dunque riparava la mortale calunnia che tante sciagure aveva provocato agli ebrei. La data del coraggioso gesto del prelato non era scelta a caso: quel giorno il Concilio Vaticano II approvava la dichiarazione Nostra aetate che, tra l’altro, afferma: «La Chiesa deplora gli odii, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque».

Rispondendo all’accusa («Ci cambiano la religione!») di alcuni cattolici per la decisione di Gottardi che ribaltava quella presa cinque secoli prima dal suo predecessore Johannes Hinberbach, il 12 aprile 2006 monsignor Iginio Rogger, uno storico trentino che molto ha operato per ristabilire la verità sulla drammatica vicenda del 1475, così notava: «Noi sappiamo ora certamente che gli ebrei di Trento non hanno ucciso il bambino Simone. Se continuassimo a proporre quella tesi e a sostenere il culto del bambino non martirizzato, non saremmo più in buona fede».

Parole ben preveggenti: infatti, richiamandosi al libro di Toaff, nel febbraio 2007 un gruppetto di cattolici tradizionalisti lefebvriani, provenienti dal Veneto, sono saliti a Trento decisi a far ripristinare il culto del «martire» (per mano ebraica) Simonino.

A L’Adige, il più diffuso quotidiano della provincia autonoma, Toaff l’8 febbraio dichiarava: «Il caso del Simonino va riaperto, perché c’è ragione di ritenere verosimile l’infanticidio rituale. Dopo otto anni di ricerche, ritengo di aver dimostrato che quella di Trento è una delle rare vicende che non si possono liquidare semplicemente come frutto delle diffuse calunnie antisemite». Per capire quanto accadde nel 1475, notava lo studioso, «innanzitutto, bisogna contestualizzare. L’ebraismo germanico veniva da un periodo massacrante, aveva subìto persecuzioni spietate in seguito alle Crociate: uccisioni di donne e bambini, conversioni forzate, violenze crudeli. Si pensi che le madri arrivavano a sopprimere i figli, che i maestri assassinavano i discepoli, pur di evitare che fossero trascinati al fonte battesimale dai cristiani. Dopo questi fatti, alcune frange minoritarie svilupparono un forte desiderio di vendetta, speculare a quanto avevano subìto. In particolare, si trattava di comunità riconducibili all’epicentro ashkenazita dell’area di Norimberga, come quella presente a Trento».

Sul «processo» del 1475: «L’analisi di quegli atti e di altri documenti mi spinge a considerare inverosimile che i giudici avessero potuto mettere in bocca agli imputati, che si esprimevano in una sorta di ebraico tedesco, racconti così densi di riferimenti precisi alla tradizione, ai riti, alla memoria di queste comunità di area germanica. Non è possibile che i funzionari pubblici conoscessero tutto ciò, quindi quelle testimonianze non potevano essere frutto di un’estorsione né una proiezione del pensiero dei giudici… Dunque le confessioni si possono ritenere credibili. Non dimentichiamo che stiamo parlando di una minoranza di fondamentalisti che non erano rappresentativi dell’intera galassia religiosa…». Insomma, notava Toaff, «una lunga serie di elementi conforta chiaramente la tesi che l’infanticidio sia effettivamente accaduto».

E, sulle critiche dei rabbini italiani: «Hanno protestato prima ancora di leggere il libro. Immagino che anche a Trento ci siano state reazioni. Io sono pronto al confronto, ma prima desidero che l’interlocutore si informi sulle mie ricerche. Chi mi risponde ricordando, tra l’altro, che la tradizione ebraica proibiva l’uso di sangue umano nei rituali non aggiunge nulla di serio all’analisi scientifica: qui stiamo parlando di schegge fanatiche che infrangevano quel divieto. D’altra parte, diversi colleghi che si sono avvicinati al mio lavoro concordano con la mia ricostruzione circa la presenza di quelle comunità ebraiche violentemente anticristiane che al loro interno contavano presenze assai virulente e aggressive».

Lo stesso 8 febbraio Toaff poteva leggere su Avvenire una prima risposta, da Trento, di monsignor Rogger: «Per noi, e per la scienza storica, il caso Simonino era chiarito. Chi vuole rimetterlo in discussione, deve poter documentare un’indagine storica dello stesso livello, altrettanto rigorosa, prima di impugnare ciò che generazioni di studiosi hanno appurato… Resto peraltro disponibile a prestare attenzione alle conclusioni che uno studioso, ebreo o non ebreo, presenterà sulla base di un’indagine storica corretta, che tenga conto della bibliografia già esistente».
Da parte sua, lo storico Adriano Prosperi (università di Pisa), su la Repubblica del 10 febbraio, così recensiva il libro di Toaff: «Immaginiamo che ci sia stata della sofferenza in uno storico ebreo davanti a una scoperta del genere [la “prova” dell’omicidio rituale] e un conflitto interiore davanti al dovere professionale di non dire il falso e di non tacere niente del vero. Ma qui la sofferenza è cancellata dall’emozione di chi propone la madre di tutte le revisioni. La quarta di copertina del libro strizza l’occhio al lettore: questo libro “affronta coraggiosamente uno dei temi più controversi nella storia degli ebrei d’Europa”. Non si capisce bene dove sia il coraggio visto che la tesi qui sostenuta legittima le accuse dei vincitori e le persecuzioni dei vinti». Prosperi contesta poi, puntualmente, alcuni punti-chiave del libro, e denuncia il silenzio su alcune ricerche storiche fondamentali che, utilizzate, avrebbero impedito a Toaff di sostenere le sue proprie tesi. Insomma, conclude Prosperi, «il modo di procedere del libro è come un gioco a carte truccate: le storie che le vittime raccontarono per saziare i carnefici sono prese per buone, ricucite con altre storie e amalgamate con abbondante salsa antropologica di storia dei rituali ebraici. Ma accostare pratiche rituali ebraiche più o meno connesse col sangue e ammissioni di infanticidi fatte da persone sotto tortura vuol dire costruire un castello senza fondamenta».

Le reazioni in Israele, il ritiro del libro

Grande, anche in Israele, il clamore suscitato dal caso Toaff. Molti gli articoli, critici, sulla stampa. L’università di Bar-Ilan ha espresso il più grande rammarico e, anche, la preoccupazione che le tesi del libro siano utilizzate in modo strumentale per condannare, ancora un volta, tutti gli ebrei, e perpetuare pregiudizi devastanti. Infine, la Knesset (parlamento israeliano) ha incaricato il suo Education, Culture and Sport Committee di esaminare la questione. La commissione, presieduta dal rabbino Michael Melkior (laburista), con tre voti a favore e uno contrario ha approvato questa risoluzione: «Il libro di Ariel Toaff e gli echi che ha suscitato hanno causato danni agli ebrei, alla professione di storico in Israele e alla verità scientifica per l’offesa alla verità che c’è nel libro e nei suoi echi… Il libro non meritava di essere scritto e pubblicato e la Knesset, e la commissione Istruzione della Knesset, condannano nel modo più fermo la pubblicazione».

È in tale contesto che, rientrato dall’Italia (dove si trovava per conferenze), Ariel Toaff il 13 febbraio incontrava il presidente dell’università Bar Ilan, Moshe Kaveh. Dopo il colloquio, lo storico si è scusato con «tutti coloro che sono stati offesi dagli articoli e dai fatti distorti attribuiti a me e al mio libro. Ho chiesto alla Casa editrice Il Mulino la sospensione immediata di ogni ulteriore distribuzione del libro in modo da poter rielaborare quei passaggi che sono stati alla base di distorsioni e false interpretazioni nei media… Non consentirò mai a chi odia gli ebrei di usarmi, o di usare la mia ricerca, quale strumento per alimentare la fiamma, ancora una volta, dell’odio che ha portato all’assassinio di milioni di ebrei».

In effetti, il Mulino annunciava il ritiro del libro: una decisione clamorosa che ha pochi precedenti, e che ha suscitato consensi ma, anche, aspre critiche. Commentando l’annuncio di Toaff, Paolo Prodi, docente di Storia moderna e membro del comitato direttivo dell’associazione Il Mulino, ha invitato a rispettare la volontà espressa dall’autore, «nella speranza che la discussione possa rientrare nell’alveo della critica e del confronto scientifico… Il lavoro di Toaff è stato aspramente attaccato ancor prima dell’uscita del volume, per il timore che potesse dare fiato a posizioni revisioniste o negazioniste in fatto di antisemitismo. Capisco le preoccupazioni, ma credo che la ricerca debba avere la possibilità di svolgersi in piena autonomia, senza subire il peso di pressioni esterne».

Da parte sua Elio Toaff così a la Repubblica (15 febbraio) commentava il ritiro del libro: «Un gesto opportuno, necessario. Vuol dire che mio figlio Ariel ha capito». Cosa si sentirebbe di dire in questo momento a suo figlio? «Gli direi che ha fatto bene a prendere questa decisione, mostrandogli anche tutto il mio dolore, il mio dispiacere e la mia delusione. Mai mi sarei aspettato da lui, da sempre attento studioso, un lavoro così discutibile e pericoloso. Sottolineo pericoloso perché con leggende simili il mostro dell’antisemitismo può tornare a spadroneggiare nel mondo, specialmente ora che gli ultimi testimoni dell’Olocausto per ragioni anagrafiche stanno scomparendo».

E Riccardo Di Segni: «Penso che Ariel Toaff abbia fatto bene a fermare la distribuzione del libro e a chiedere scusa. Penso anche che quanto ha dichiarato sia un primo passo, importante per ridimensionare quello che è successo. È un libro comunque che avrà lo stesso un effetto, perché continuerà a circolare e resterà sempre un punto di riferimento, perciò il danno resta».

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