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Parole e fatti dell’ecumenismo

Intervista a Jean-Arnold de Clermont

«Spero che, nel nuovo ruolo di papa, Ratzinger allarghi l’orizzonte ecumenico. In passato ci siamo trovati, come protestanti, in una strana situazione: da una parte eravamo allontanati o scioccati dai testi della Congregazione per la dottrina della fede e dall’altra dialogavamo con il card. Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani». Il pastore de Clermont è presidente della Kek e della Fpf.

In seguito all’elezione di Joseph Ratzinger al pontificato, abbiamo chiesto una valutazione al pastore riformato Jean-Arnold de Clermont, presidente della Conferenza delle chiese europee (Kek) e della Federazione protestante francese (Fpf).

Ratzinger ha affermato, nella «Dominus Iesus» (2000), che le Chiese nate dalla Riforma non sono «Chiese in senso proprio». Come reagiscono i protestanti alla sua elezione?

La prima reazione, ricordando la Dominus Iesus, è di inquietudine. Ricordiamo anche le posizioni di Ratzinger sulle questioni etiche e le pressioni sulle Chiese locali. Sappiamo però che non è più il capo della Congregazione per la dottrina della fede, ma il responsabile dell’unità della Chiesa e della sua apertura al resto dell’ecumene. Lo abbiamo ascoltato con attenzione parlare di ecumenismo nella sua prima omelia. I primi discorsi sono stati positivi: adesso aspettiamo i fatti.

Quando Ratzinger era a capo della Congregazione per la dottrina della fede, è stato rafforzato il pontificato, finendo per schiacciare le voci critiche interne. Che impatto ha questo fatto sull’ecumenismo?

Spero che, nel nuovo ruolo di papa, Ratzinger allarghi l’orizzonte ecumenico. In passato ci siamo trovati, come protestanti, in una strana situazione: da una parte eravamo allontanati o scioccati dai testi della Congregazione e dall’altra dialogavamo con il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Perciò sappiamo che è possibile maggiore apertura e collegialità nella Chiesa cattolica: è possibile inventare nuovi modi di lavorare insieme a livello locale. Speriamo che ciò avvenga.

Alcuni commentatori esaltano l’apertura di Giovanni Paolo II e insieme criticano le posizioni di Benedetto XVI. C’è una contraddizione in ciò? Che rapporto c’è secondo lei tra Ratzinger e Wojtyla?

È difficile a dirsi. Non penso che uno fosse il buono e l’altro il cattivo, ma che fossero due facce della stessa chiesa. A volte la Chiesa cattolica deve definire in modo netto le posizioni ufficiali, per evitare nel suo seno un movimento di «dissoluzione», ma al tempo stesso chi sta a Roma deve essere aperto e conciliante. Vogliamo indicazioni precise sul cammino che Roma intende prendere sul piano ecumenico. Non vogliamo essere coinvolti in questioni interne al cattolicesimo né stare nella situazione di chi oggi è benvenuto e domani è scacciato.

Ratzinger era contrario all’ingresso della Turchia nell’Unione europea, perché un paese a maggioranza islamica ha una cultura diversa da quella europea. Che visione ha la Kek a riguardo?

Una delle difficoltà che ho avuto con Ratzinger (spero non con Benedetto XVI) nasceva dalla sua posizione contro il relativismo. Se vuol dire che per i cristiani l’unica via alla salvezza è in Gesù Cristo, sono d’accordo. Ma se significa che Dio non ha altre vie per mettersi in relazione con l’umanità, ho una visione più aperta: Dio svolge il suo ruolo non solo per i cristiani, ma per il mondo. Tutte le persone di fede hanno qualcosa da dirmi quando parlano di Dio. Questo non è relativismo, ma apertura al dialogo tra fedi. L’ingresso della Turchia nell’Ue non riguarda la Kek (non ci occupiamo di questioni economiche) ma la Turchia deve rispettare i diritti umani, garantendo la minoranza cristiana e riconoscendo il genocidio subito dagli armeni. Questo non riguarda la religione, si tratta di un cambiamento culturale; ma non è vero che un paese musulmano non possa rispettare i diritti umani.

Benedetto XVI è un papa europeo che, come lei stesso ha notato, si oppone al relativismo. Quali sono le sfide poste ai cristiani europei dalla secolarizzazione e dallo spostamento del baricentro cristiano fuori dall’Europa?

Personalmente ritengo che sia un caso che la secolarizzazione oggi si presenti in Europa e non in altre parti del mondo, perché anche là la questione dovrà essere affrontata tra dieci o cinquant’anni. Siamo tutti nella stessa barca: dobbiamo riconoscere che la religione non è basata sull’identità sociale, ma su un’identità di fede. Sulla base della necessità di testimoniare possiamo dialogare con il resto del mondo. Non credo che l’Europa sia in una situazione peggiore di altri. Forse ha una situazione più chiara, poiché sappiamo che ai cristiani spetta solo di capire come testimoniare nel proprio mondo.

Quali doni Benedetto XVI può mettere al servizio della Chiesa cattolica e dell’ecumene?

Ratzinger proviene dall’ambiente intellettuale europeo, che ha l’esperienza di un legame tra testimonianza di fede e comprensione della società. Credo che Benedetto XVI possa riconciliare teologia e fede carismatica, mettendo la riflessione teologica al servizio dell’evangelizzazione. La Fpf comprende movimenti carismatici e teologici e l’incrocio tra le due parti è importante. Possiamo aprire la parte carismatica alla comprensione della società e dare il calore della fede a chi tende a intellettualizzare troppo la propria. Spero che questo papa, con il suo acume e la sua cultura, conduca la Chiesa cattolica su questo cammino.

intervista a cura di Eva Valvo

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