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«Non è il massimo, ma la direzione è giusta»

Paolo Ferrero

Nostra intervista al ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, che assieme al ministro dell’Interno Amato ha elaborato il disegno di legge sull’immigrazione che punta a superare la Bossi-Fini.

Il Ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero è stato uno dei protagonisti principali nell’ideazione del disegno di legge sull’immigrazione, frutto di un dialogo con il mondo del volontariato, delle amministrazioni locali e delle associazioni degli immigrati incontrati durante il suo «tour» nell’Italia dell’immigrazione. L’approvazione da parte del Consiglio dei ministri è avvenuta dopo una lunga e difficile mediazione politica. Diverse sono state le questioni che hanno provocato maggiori difficoltà di intesa con l’altro fautore della legge, il ministro dell’Interno Giuliano Amato. «I Cpt sono stati oggetto di interminabile discussione; alla fine siamo arrivati ad un compromesso. L’altra questione riguarda sponsorizzazioni sia per quanto concerne lo sponsor individuale che l’autosponsorizzazione. Ho faticato parecchio prima di riuscire ad inserirli», ci ha raccontato Ferrero in questa intervista rilasciata a Confronti.

Ministro, cosa le piace di più nel ddl Amato-Ferrero?

Tendenzialmente direi la direzione di marcia e l’indirizzo, perché è in qualche modo un indirizzo che cerca di combattere la clandestinità, di rendere possibile e conveniente la visibilità dell’immigrazione, al contrario della Bossi-Fini che ha obbligato alla clandestinità molti immigrati. Insieme a questo indirizzo è previsto un aumento dei diritti sociali e civili. L’abolizione del reato penale per gli immigrati illegalmente presenti in Italia è importante. È ovvio che non è il miglior testo possibile, almeno per me, ma all’impianto di questa legge, ora io ci credo molto.

Che cosa le piace di meno in questo ddl?

Non mi piace il fatto che nel ddl non ci sia la proposta di abolire la norma della detenzione amministrativa e dei Centri di permanenza temporanea (Cpt), perché non conforme alla nostra Costituzione.

Quali sono i provvedimenti che lei avrebbe voluto aggiungere a questa proposta di riforma della legge sull’immigrazione?

La possibilità di assunzione degli immigrati nel pubblico impiego; il riconoscimento dei diplomi di laurea conseguiti nel paese di origine dell’immigrato. Avrei voluto inoltre che fosse riconosciuto pienamente il diritto all’assistenza sanitaria e socio-assistenziale a tutti gli immigrati, quindi anche per i clandestini. L’altro problema rimasto fuori è quello che riguarda la regolarizzazione di tutti gli immigrati che oggi sono in Italia, lavorano ma sono clandestini. Ho chiesto un provvedimento ad hoc. Non è stato ancora fatto. Ecco, questa è un’altra cosa che io avrei voluto inserire nel ddl.

Secondo lei, vi sono margini di miglioramento?

Vedremo se in sede parlamentare si riesce a migliorarlo, ma soprattutto bisogna evitare che venga peggiorato. Da questo punto di vista, secondo me bisogna far valere il vincolo di coalizione per far sì che si possa cambiare qualcosa di questa legge solo se tutta la maggioranza è d’accordo. Sarebbe inaccettabile che una parte della maggioranza si alleasse con l’opposizione per impoverire questa riforma.

Creare canali preferenziali per alcune categorie d’immigrati, come colf e badanti da un lato e stranieri professionalmente qualificati dall’altro, non rischia di rafforzare un già esistente approccio economicistico del fenomeno immigrazione? Prendiamo solo coloro che servono a noi?

L’obiezione è accettabile. Ma ciò che mi premeva era favorire tutti gli elementi che potessero aiutare forme di ingresso regolare nel nostro paese.

Mentre da un lato si critica, giustamente, il fenomeno della fuga dei cervelli dall’Italia, dall’altro si ritiene giusto incoraggiare l’arrivo degli «immigrati di talento»; non le pare una contraddizione?

In realtà il problema vero, oggi, è che un laureato che entra clandestinamente finisce a lavorare in una fonderia. Non credo che questa proposta aumenti il drenaggio delle risorse intellettuali, ma forse permetterà che alcune parti di queste risorse intellettuali trovino una collocazione adeguata alla propria qualifica. Che poi tutto il meccanismo dell’immigrazione sia basato su un trasferimento di costi di formazione professionale sui paesi del Sud, con un recupero di risorse da parte dei paesi ricchi che utilizzano manodopera formata da altri, direi che è insito nel meccanismo dell’immigrazione. Non dico che ciò mi va bene, ma questa è la realtà.

L’Italia non dispone ancora di una legge sull’asilo politico. Cosa sta facendo il governo al riguardo?

Questa è una materia che riguarda il ministro dell’Interno, che ha preso l’impegno di fare una legge. Io, non avendo una competenza diretta, posso solo fare pressione politica affinché una riforma sul diritto d’asilo venga fatta.

Il governo ha invece approvato l’estate scorsa un disegno di legge sulla cittadinanza. A che punto è l’iter parlamentare?

Il disegno di legge è in corso di discussione alla Camera ed è quasi alla fine. Passerà poi al Senato. Prevedo l’approvazione della legge entro la fine dell’anno.

Il governo propone il voto amministrativo agli immigrati e nel frattempo nasce il partito degli immigrati, chiamato «I nuovi italiani». Lei come valuta questa iniziativa?

Questa è la democrazia! E quindi gli immigrati possono organizzarsi come vogliono. Di certo, questo tipo di iniziativa non favorisce l’integrazione. Io spero che le persone si organizzino intorno a partiti politici e non etnici; che gli immigrati si riconoscano in un partito o in un altro, in riferimento ad un programma politico e non in funzione di un’appartenenza etnica o religiosa.

(intervista a cura di Mostafa El Ayoubi)

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