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No al carrierismo contro l’interesse generale

intervista a Luigi Berlinguer

Senatore del Partito democratico, Berlinguer non rinvia solo al mondo dell’istruzione pubblica e dell’Università; ha anche, al suo attivo, l’esperienza amministrativa di sindaco, di consigliere provinciale e regionale, di rettore e segretario generale dei rettori; insieme, e prima di questo, è uomo della cultura del diritto e della giustizia. Già membro laico del Csm, è oggi presidente vicario della commissione nazionale di garanzia del Pd.

Questione morale e questione politica: un binomio che, oggi, sembra impossibile scindere. Ma è proprio così?

Su un piano filosofico, c’è materiale sufficiente per distinguere la morale dal diritto e dalla politica. Esistono profili diversi per le due attività; persino i codici epistemologici che le disciplinano sono diversi. Ma è indubbio che un’attività politica che non abbia una forte carica etica stravolge la natura stessa della polis: la quale è interesse generale. E l’attività politica è attività della polis. Ne deriva che chi governa una comunità non può farlo nel proprio interesse personale. Una società si articola sulla base di interessi (di ceto, di classe, individuali). Essi però devono essere legittimi e trasparenti, prospettati in modo aperto. Spetta alla politica contemperare i diversi interessi, purché legittimi: ad esempio quello del datore di lavoro come quello del lavoratore, quello dell’attività commerciale come quello del consumatore. È auspicabile che si giunga a modificare gli squilibri di partenza della società, che sono fonte di gravi iniquità. Il riequilibrio dei rapporti di forza passa attraverso la tutela del soggetto debole; per questo, i partiti operai – chiaramente rappresentativi di un interesse di classe – si sono sempre presentati, in modo teorico e ufficiale, come rappresentanti di un interesse generale. Il quale non può essere nemmeno un insieme di corporazioni, come sosteneva il fascismo, cioè un insieme di gruppi, ciascuno ottuso e chiuso in singoli interessi. Altra cosa è l’interesse personale: se io, nello svolgere la mia attività politica, mi limito a soddisfare ambizioni e interessi esclusivamente miei, vado a negare una funzione corretta della politica. E qui il rapporto con la questione morale: bisogna evitare che il personale si affermi contro il generale.

Il problema morale più diffuso è quello che si presenta nella forma «normale» della raccomandazione e/o della spinta. Un vero e proprio sistema. È arginabile?

È un’idea anche mia, cui sono affezionato: la «raccomandazione» è fra le origini delle forme di doppia società – e quindi del doppio potere, cioè la coesistenza dell’ordine legittimo dello Stato e insieme di un vero ordine illegittimo sul territorio nazionale, all’interno della comunità italiana. Aberrante. L’idea e la prassi che per la soddisfazione di un diritto o di una aspettativa si debba passare attraverso amicizie, raccomandando. La raccomandazione aggira la correttezza delle procedure, è immorale ed iniqua, sfascia tutto. Provoca la caduta della funzionalità pubblica – che dovrebbe assicurare l’obiettività – per favorire invece solo qualcuno. Se non battiamo il paese delle raccomandazioni, continuiamo a favorire la grande criminalità.

È una situazione arginabile, questa? Deve essere arginata. Dobbiamo farlo: cancellare la raccomandazione. Il problema è «come». Molto difficile. Non basta infatti invocarla, l’etica. Occorre individuare i meccanismi strutturali e oggettivi che producono tutto questo. Ritengo che le condizioni, oggi, per tentare un argine, siano: l’Europa, perché potremo essere salvati solo da un ambiente più ampio di quello nazionale: da soli non ce la faremo; attivare nella società forme di competizione legittima (che valorizzi il merito, sostenendo insieme lo stato sociale) e introduca sistematicamente la valutazione dei risultati.

Recenti statistiche parlano di un aumento dei fatti di corruzione insieme alla diminuzione delle denunce. Quale può esserne la ragione?

È decisamente una questione di fiducia. Se le denunce non hanno esito, si demotiva la ragione stessa della denuncia. Anche in questo ci può aiutare l’Europa: avere di fronte altri che operano in modo diverso, che ci valutano, aiuta anche noi a comportarci in modo diverso.

La corruzione cresce e, intanto, non diminuisce la delegittimazione pubblica della magistratura…

C’è una costante attività di delegittimazione ad opera di una componente interessata (visto che la fanno soprattutto gli inquisiti) che va contrastata nettamente. Purtroppo la giustizia arriva tardi, e una giustizia ritardata è una giustizia negata. Non sempre il magistrato «concepisce» la categoria-tempo. Ma sono soprattutto le norme e le leggi ad essere esasperatamente formalistiche, con procedure tendenti ad allungarsi all’infinito.

Condivide la recente indagine Ocse, che documenta una scarsa percezione della corruzione della politica?

Credo che «scarsa percezione» significhi anche scarsa reattività. È difficile che si perdano le elezioni sul tema della corruzione; più facile perdere se l’economia va male, se non si viene incontro ai bisogni di chi vota. L’indignazione per fatti di corruzione sposta raramente comportamenti elettorali da sola. Ma se la gente non reagisce, non possiamo accusare lei. Dobbiamo dare la colpa a noi stessi. In alcuni momenti, come ai tempi di Tangentopoli, sono saltati in aria interi partiti: ma questo non può verificarsi a scadenze ravvicinate.

Il senatore Gerardo D’Ambrosio, in una recente intervista (l’Unità, 28 dicembre 2008), afferma che i politici, da soli (cioè senza la complicità dei burocrati), non si possono corrompere. Condivide?

D’Ambrosio è persona attendibile. Poche persone conoscono questi fenomeni come lui. La corruzione, per avere successo, funziona di più se opera in un sistema, con più soggetti, specie se si incontrano politica e amministrazione. L’opera di corruzione passa da entrambe, e quindi entrambe vanno controllate. L’amministrazione non deve essere assoggettata alla politica.

La questione morale viene spesso collegata alla trasformazione di alcuni partiti in partiti-azienda. C’è da rimpiangere i partiti ideologici?

Il partito-azienda non è un partito. È però vero che Forza Italia ha avuto una legittimazione elettorale. Ma io non posso accettare una natura proprietaria del partito: è aberrante. C’è poi da distinguere tra partito ideologico e partito basato su idealità. Credo che non debba esistere un partito senza una visione della società, un programma strategico, conservatore o progressista che sia, che si fondi su valori condivisi cui ispirarsi, Un partito senza valori è cosa caduca. Altra cosa è invece un partito «ideologico». Marx diceva che l’ideologia è la mistificazione del reale, perché non si sottopone alla critica e alla verifica, al dialogo con gli altri. L’ideologismo è molto vicino al fanatismo.

C’è chi sostiene che, per ricondurre i partiti a una nuova identità e moralità, la strada maestra dovrebbe essere la scelta delle persone con le elezioni primarie…

Le primarie non sono l’unico marchio di democrazia, sono un metodo: esistono negli Usa, ma non in Inghilterra, Germania e Francia. Negli Stati Uniti sono quasi nate con la loro democrazia. Da noi sono una reazione, comprensibile e giusta, alle incrostazioni di nomenclatura nei partiti. Oggi il Partito democratico non esiste senza le primarie, sia chiaro. Ma esse non sono tutta la democrazia interna del Pd, non possono sostituire tutta la vita del partito, la militanza, la comunità che deve vivere 365 giorni l’anno.

A proposito di militanza, è un fatto che anche nell’area di sinistra si sono spente le sezioni. Ha avuto una qualche incidenza, rispetto alla questione morale?

L’indebolirsi dell’organizzazione vitale di partito ha influito sulla tenuta morale. Non si può cancellare la militanza, tuttavia ne vanno trovate forme nuove. Dopotutto, perché emerge una questione morale? Si appartiene ad una comunità per scelta libera: mi iscrivo a un partito perché sottoscrivo i suoi valori e i suoi programmi e devo stare alle sue regole. Non posso servirmi della sua democrazia interna per miei vantaggi personali. Se questi scopi generali, per tutti, si affievoliscono, si sviluppa una sfrenata competizione interna, interessi propri e ambizioni prevalgono, la questione morale è dietro l’angolo. Il grande e vero antidoto alla deriva morale, è creare una vita costante in cui si impari ad affermare se stessi nell’ambito degli obiettivi e valori comuni.

La confluenza nel Pd di storie e prassi diverse (Ds e Margherita), può avere accelerato sbocchi impensati?

È stato ed è un processo complicato. Ho vissuto la fase preparatoria del nuovo partito lavorando con persone provenienti dalla Dc – nella scuola come nel Csm – e mi sono accorto che non mi divideva più nulla da loro; le divisioni del passato mi si presentavano come artificiose. La fase dell’Ulivo ha collaudato una base comune. Il Partito democratico non è una scelta a tavolino. Il che non significa che non porti in sé alcune rilevanti diversità. Ora però nel Pd non sono i due tronconi a dividere. È sbagliato dire che la questione morale sia la questione democristiana (affermazione infondata, soprattutto se attribuita – come è stato fatto sulle pagine de «la Repubblica» – a un componente della commissione nazionale di garanzia, quale io sono). Molte persone che conosco, provenienti dalla Margherita, hanno un forte spessore etico, come del resto fra i Ds. I problemi dell’amalgama sono altri e riguardano essenzialmente l’elaborazione teorico-strategica del Pd. Nel Partito democratico ci sono troppi personalismi, forse (lo posso dire, visto il numero dei ricorsi alla commissione di garanzia), che possono trovare il loro antidoto nell’orientare l’attività alla partecipazione, alla discussione, all’elaborazione sulle grandi questioni della società di oggi.

Vede possibile la rivolta morale della società, di cui tante volte ha parlato il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso? O, almeno, vede una qualche strada per recuperare terreno nell’ambito della questione morale?

Una rivolta è difficile. Temo molto la rassegnazione, che porta al disinteresse. È la cosa più preoccupante. Tuttavia bisogna reagire. Occorre prima di tutto trasparenza. Poi il massimo di severità nei confronti di chi si dovesse accertare – con sentenza definitiva quindi, non secondo il pm – che abbia una responsabilità penale. Nella fase processuale, è necessario che l’indagato faccia un passo indietro; ma il partito lo deve riabilitare totalmente, in caso di esito a suo favore. Soprattutto, consolidare l’interesse generale come norma del partito. Deve essere chiaro: chi ha intenzione smodata di arrivare, e lo mostra, nel partito non deve fare carriera.

intervista a cura di Giuliano Ligabue

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