Mutilazioni genitali femminili. Ma i divieti non bastano
Non ci si può nascondere dietro al relativismo culturale quando è in gioco la salute di quasi 140 milioni tra donne e bambine, ma neppure ci si può illudere che i problemi si risolvano semplicemente esportando i nostri modelli. Va bene punire penalmente i responsabili, ma occorre anche fornire risposte sul piano culturale.
Nel 1847 la rivista London medical Gazette pubblicò il primo tentativo di classificazione di quella che all’epoca veniva definita «circoncisione femminile»: denominazione inopportuna, date le rilevanti differenze con la circoncisione maschile, sia riguardo le motivazioni e l’origine del fenomeno sia per le conseguenze psicofisiche dello stesso. Infatti oltre alle conseguenze dirette dell’intervento – in genere effettuato senza accorgimenti igienici con strumenti spesso non affilati, sporchi se non addirittura arrugginiti – come emorragie e infezioni, in alcuni casi anche mortali, ce ne sono molte altre: cisti ovariche, rischio di epatiti, tetano e Aids, sterilità, incontinenza, complicazioni durante il parto, ascessi e tumori; senza contare gli effetti sulla psiche delle donne coinvolte.
L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha a lungo evitato il problema asserendo che, trattandosi di rituali risultato di concezioni socio-culturali, non erano di propria competenza; solo nel 1979 venne deciso, anche in questa sede, di mettere tra parentesi il concetto di fenomeno culturale, per fare delle mutilazioni genitali in primis un problema di salute pubblica. Risale invece alla seconda metà degli anni Novanta la classificazione definitiva da parte dell’Oms delle mutilazioni genitali femminili (mgf) raccolte in quattro tipologie di operazioni: 1) escissione del prepuzio, con o senza asportazione parziale o totale della clitoride; 2) escissione della clitoride con asportazione parziale o totale delle piccole labbra; 3) escissione di parte o tutti i genitali esterni e sutura/restringimento dell’apertura vaginale (infibulazione); 4) include perforazione, stiramento, cauterizzazione o incisione della clitoride e/o labbra; raschiamento del tessuto circostante l’orifizio vaginale, introduzione di sostanze corrosive o erbe in vagina, e così via.
Già citato da Erodoto e Strabone, questo fenomeno si è imposto nei secoli persino sulle differenze religiose; viene attuato infatti più o meno indistintamente da cristiani – sia protestanti che cattolici – musulmani, ebrei (falasha etiopi) e animisti. Secondo le stime più recenti ogni anno oltre due milioni fra donne e bambine sono a rischio di mgf, una pratica che coinvolge più di 40 paesi, sia africani che asiatici, per non parlare della sua diffusione anche in Europa, soprattutto in contesti migratori. A questo proposito è proprio l’Italia a detenere il triste primato del maggior numero di donne infibulate in Europa. Ciò ha portato alla promulgazione nel gennaio di quest’anno della cosiddetta «legge Consolo» (7/2006) sulla prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile, che prevede pene dai 3 ai 7 anni di reclusione.
140 milioni di donne convivono con le cicatrici fisiche e psicologiche dovute al loro sistema di tradizioni e al diritto consuetudinario che ne consegue, tanto radicato da aver forgiato il loro stesso sistema di valori.
La necessità della mutilazione
interiorizzata dalla donna stessa
Come ampiamente documentato dalle ricerche di antropologi e associazioni internazionali, la donna non escissa non corrisponde al suo stesso canone estetico, a ciò che lei reputa igienico e «giusto», è una donna che ha paura di fare del male al suo bambino se durante il parto le sfiora la clitoride, è una donna che «si sente addosso l’odore di cagna in calore», sporco, riprovevole, è una donna che nella sua società non ha nemmeno il diritto di chiamarsi tale, perché senza un rito di passaggio non è niente. È una donna che teme di restare sterile, una donna che non troverà mai marito, perché l’escissione è una condizione sine qua non per essere accettata dopo che un uomo ha pagato per lei il «prezzo della sposa», è una donna che non ha patria né onore, una donna sola.
E questo perché si ha paura della sessualità femminile, del suo potenziale erotico, paura che la clitoride entri in un’assurda concorrenza con l’organo maschile in quanto attiva; da qui l’esigenza di imporre un modello puramente recettivo, doloroso anzi: infibulazione come cintura di castità, garanzia di disciplina sessuale, mortificazione del desiderio, della fisicità, controllo sull’altro. Ma c’è anche un secondo elemento, molto radicato: una vera donna va privata del suo elemento maschile così come l’uomo con la circoncisione perde la sua parte femminile, in questo consiste la correzione culturale del rito di passaggio che assegna ad ognuno il proprio ruolo nella società. La cicatrice diventa segno identitario, sigillo d’appartenenza sociale; è per questo che non è facile rinunciarvi, neanche in un contesto migratorio, perché «laddove non si riesce a sperimentare un’integrazione nelle comunità d’arrivo, la pratica escissoria consente di non tagliare i legami e di integrarsi in qualche modo con quella di provenienza» (Michela Fusaschi, I segni sul corpo. Per un’antropologia delle modificazioni dei genitali femminili).
Poiché ci sono leggi più o meno esplicite che vietano queste pratiche, è inevitabile il passaggio alla clandestinità e la conseguente trasformazione del rito, da evento sociale e collettivo, a individuale e segreto; spesso si ricorre ai «viaggi di ritorno» per effettuare l’operazione, e comunque l’età delle bambine interessate si abbassa progressivamente, sia per eludere denunce da parte delle stesse, sia per evitare loro il ricordo del dolore. Nonostante il diffuso impegno umanitario e mediatico degli ultimi anni, sono ancora pochi i paesi il cui ordinamento giuridico prevede una legge specifica contro le mgf. I primi ad attuarla furono Svezia e Gran Bretagna rispettivamente nel 1983 e nel 1985. In entrambi i paesi però non si sono mai svolti processi, si può dire quindi che implicitamente hanno scelto di criminalizzare ma non di perseguire, a differenza della Francia che, nonostante non abbia una legge specifica, secondo l’articolo 312 del codice penale persegue da anni quest’usanza in quanto reato, anche se le pene sono state sempre basse e spesso sospese, perché gli accusati ignoravano l’esistenza del divieto e soprattutto per la palese «mancanza di dolo». Mancanza di dolo perché, come già detto, le implicazioni sociali del fenomeno sono talmente numerose e complesse che esso permea la mentalità delle persone ed è naturalmente parte della loro realtà, «gli stessi soggetti coinvolti lo percepiscono non come una mancanza, ossia una mutilazione, bensì come evento positivo della vita dell’individuo, della comunità o tutt’al più passaggio necessario e obbligato nel percorso di crescita della persona» (M. Fusaschi), tanto che non concepiscono l’idea di doverlo in qualche modo giustificare. Per questo si parla anche di «modificazioni» genitali femminili, cercando di rispettare le donne coinvolte senza aggredirle implicitamente con il nostro giudizio, in modo da coltivare il dialogo, che è innanzitutto ascolto.
In fondo per anni anche in Europa sono state accettate consuetudini che oggi ci farebbero rabbrividire: ovariectomia, clitoridectomia e cauterizzazione della clitoride con ferri roventi erano pratiche di routine – non esattamente ben motivate, dato che «curavano» isteria e onanismo – negli ospedali e nei manicomi del XIX secolo.
Poi le cose sono cambiate, anche se lentamente, ma la storia insegna che non si possono esportare modelli.
Eppure, diceva l’antropologo britannico B. K. Malinowski, per liberare pienamente le nostre possibilità conoscitive bisogna spogliarsi della propria presunzione di civiltà. «La sola soluzione politicamente pratica, anche se a lento effetto – scriveva nel 1950 Mayall, agente coloniale del Sudan a Londra intervenendo in un dibattito sorto in quegli anni sulla stampa inglese – sarà quella di aumentare le possibilità di istruzione delle ragazze, con lo scopo che siano un giorno le stesse operatrici rituali dell’avvenire a rinunciare al rito». Ed è in questa direzione che ci si sta muovendo: le campagne di sensibilizzazione portate avanti da associazioni internazionali e ong, tra le quali le italiane Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo) e «Non c’è pace senza giustizia», cominciano a dare risultati concreti come il protocollo di Maputo sui diritti delle donne africane entrato in vigore nell’ottobre 2005 e, soprattutto, il coinvolgimento attivo delle donne interessate e dei loro governi. Sono infatti sempre di più le famiglie che, oltre a non sottoporre le proprie figlie alle pratiche escissorie, permettono ai propri figli di sposare ragazze non mutilate, spezzando così il cerchio: che si fa linea, nuovo orizzonte. Finalmente un compromesso tra la palude del «laissez faire» e il miraggio del «lasciateci fare».
Johanna Fridrich
← «Restituire la dignità alla donna» | Le differenze come stimolo al confronto →