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Memorie, speranze, problemi

Aperta nel ‘62 da papa Giovanni XXIII, la grande Assemblea fu chiusa da Paolo VI nel ’65. Una rivisitazione di che cosa ha rappresentato, da allora ad oggi, il singolare «evento», quale contraddittoria interpretazione ne è stata data nel corpo della Chiesa cattolica, i risultati raggiunti, le molte sfide pendenti.

A quarant’anni di distanza, che ne è del Concilio Vaticano II? La domanda intriga ogni tanto anche il mondo «laico» e l´ekumene cristiana; ma essa è incombente, e dirimente, dalla base ai vertici, soprattutto nella Chiesa cattolica romana. In questa, infatti, non vi è stata, negli ultimi quattro decenni, e non vi è oggi, scelta «strategica» importante, documento teologico impegnativo, decisione pastorale robusta, tentativo di riforma ecclesiale, arroccamento sullo status quo, grandi «sì» a cambiamenti o secchi «no» ad essi… che non tenti di fondare la sua legittimità sulla memorabile Assemblea celebrata a Roma dal 1962 al ‘65.

Non è certo questa la sede per fare la storia di allora, o quella del complesso e contraddittorio post-Concilio! Modestamente, in questo numero scattiamo qualche flash sulla vicenda del Vaticano II, ieri e oggi; e, in rapporto ad esso, il problema ecumenico e inter-religioso, e il punto di vista laico; e la testimonianza di un «padre» conciliare; poi, nei numeri prossimi, affronteremo la questione della donna, l’ebraismo, l’islam; e una rassegna bibliografica sul Concilio.

La sorpresa di papa Giovanni

Pio XI e anche Pio XII per un momento vagheggiarono un Concilio; ma fu un’idea presto abbandonata. Allora, infatti, salvo eccezioni, la tesi dominante nella gerarchia ecclesiastica e tra i fedeli era che, dopo il Vaticano I, non ci fosse più bisogno di Concili. Quel Concilio, infatti, sotto la pressione di Pio IX, il 18 luglio 1870 aveva proclamato il dogma del primato pontificio e della infallibilità papale: dunque, si diceva, i Concili sono diventati inutili. Il papa basta, e avanza.

La guerra franco-prussiana costrinse Pio IX a interrompere il Vaticano I che aveva appena proclamato i dogmi a lui cari; e quel Concilio non fu più riaperto. Perciò l’ecclesiologia di fatto da esso emersa fu sbilanciata, portando ad una sovra-esaltazione del pontefice romano visto non solo come cardine della comunione cattolica, in quanto vescovo di Roma, ma quasi una specie di super-vescovo, sedente «sopra» la Chiesa. E anche se, dal 1870, il privilegio dell’infallibilità fu invocato, in senso stretto, una sola volta (nel 1950, quando papa Pacelli proclamò il dogma dell’assunzione in cielo della Madonna in anima e corpo), l´infallibilismo – il chiedere una totale adesione a opinioni e decisioni papali non infallibili come se invece fossero tali – è dilagato per oltre 130 anni. Da allora ad oggi numerosi teologi sono stati infatti puniti per aver criticato tesi papali di per sé fallibili. Insomma, per molti aspetti la Chiesa romana è stata gravata da quella che Maximos IV, patriarca greco-melkita, bollerà, in pieno Concilio Vaticano II, come papolatria, l’idolatria del papato.

In tale contesto, l’annuncio dato da papa Giovanni XXIII apparve a molti una lieta sorpresa. Infatti, una Chiesa in stato di Concilio è una Chiesa che si interroga pubblicamente, che discute animatamente (tra i periti conciliari, cioè gli esperti teologici, Roncalli ne chiamò alcuni famosi – un nome per tutti, il domenicano Yves Congar – che sotto Pio XII erano stati sottoposti a laceranti inquisizioni) e che, in obbedienza allo Spirito, osa convertirsi con maggior ardore al compito perenne di annunciare e testimoniare l’Evangelo. In che modo, e con quale «angolatura»? Lo spiegò papa Roncalli nel famoso discorso di apertura del Vaticano II, che comincia con le parole latine Gaudet mater Ecclesia: gioisce la madre Chiesa…

Disse: «Lo scopo principale di questo Concilio non è la discussione di questo o quel tema della dottrina fondamentale della Chiesa»; ma quello di favorire «un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze»; infatti «è necessario che la dottrina certa e immutabile [della Chiesa] sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate».

Roncalli – e di mira aveva ambienti curiali e «conservatori»– «dissentiva apertamente» (Nobis plane dissentiendum esse videtur, notava nel suo bel latino) da quei «profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo», e che, rimpiangendo il passato, vedono solo mali nel presente del mondo e della Chiesa. Infine, dava un preciso criterio di azione pastorale: «Sempre la Chiesa si è opposta agli errori; spesso li ha anche condannati con la massima severità. Ora, tuttavia, la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità».

I punti cruciali del dibattito conciliare

Per preparare il Concilio, il papa aveva chiesto che i vescovi di tutto il mondo esprimessero i loro vota (pareri): in generale, arrivarono suggerimenti di stampo «conservatore», ispirati più allo stile di papa Pacelli, che non orientati a qualche audace riforma. Ma, a poco a poco, nella discussione conciliare – serrata, e spesso drammatica – i padri assunsero coscienza di sé ed espressero nuove capacità decisionali.

Dopo un certo rodaggio, il grosso dei vescovi cominciò a sostenere importanti ripensamenti ecclesiologici, pur ognuno mantenendo, nel voto, il proprio personale giudizio. La «minoranza», tuttavia, si organizzò in un Coetus (gruppo) internazionale di padri che duramente contrastò tutte le «novità» proposte. I «conservatori», poi, accettarono i testi approvati dal Vaticano II, dandone però una interpretazione il più possibile restrittiva; invece, anche chiuso il Concilio mantenne la sua intransigenza il francese mons. Marcel Lefebvre che fondò la Fraternità sacerdotale san Pio X per «custodire la Chiesa di sempre, tradita dal Vaticano II». Nel ‘76 fu sospeso a divinis da Paolo VI; e nell’88 scomunicato da Giovanni Paolo II.

Quali furono le «novità» del Vaticano II? Per flash, nella scheda (vedi pagina seguente) ne elenchiamo alcune. Per capirne il senso, bisogna ricordare che il Concilio si mosse sulle indicazioni di papa Giovanni, condensate nella parola magica di «aggiornamento»: il che significa confermare e innovare; mantenere saldi aspetti fondanti e, insieme, dare loro nuova luce; far fiorire la quercia antica, ma tagliandone i rami secchi. In termini teologici: quale rapporto tra Scrittura e Tradizione? E, in quest’ultima, che cosa custodire come eredità perenne e che cosa abbandonare come virgulto infecondo?

Nello scontro (teologico, ma appassionato) la «minoranza» accusava la «maggioranza» di svendere, su punti cruciali, la Tradizione perenne della Chiesa e, soprattutto, le decisioni passate del magistero papale; la «maggioranza» accusava gli altri di avere una idea immobilista della Tradizione, e di confondere «tradizioni» degli ultimi secoli (dal Concilio di Trento in poi e, talora, dall’ultimo secolo) con la «Grande Tradizione». Così, quando si discusse della «collegialità episcopale» i contrari si appellarono soprattutto al Vaticano I; i favorevoli, all’idea di «comunione» corrente nel primo millennio, e alla prassi allora in vigore. L’esito di questo scontro fu, nell’insieme, quello di mettere in evidenza la Grande Tradizione, ancorata al messaggio biblico; ma lasciando qua e là contraddizioni irrisolte che sarebbero poi esplose in seguito, permettendo interpretazioni contrapposte dello stesso Concilio. Nella Lumen gentium l’eco di una sintesi non felicemente compiuta si vede nella giustapposizione – su un punto capitale, quello del ministero del vescovo di Roma – tra la «ecclesiologia di comunione» e quella «giuridica».

Ancora più tormentato fu il dibattito sulla libertà religiosa: qui la «minoranza» poteva citare una massa enorme di testi papali e conciliari del passato che, in sostanza, affermavano: «la verità ha tutti i diritti, l’errore nessuno». Il papato – «interprete della verità» – da questa premessa aveva tratto, in linea di principio, la liceità di uccidere, o lasciar uccidere, l’«eretico». Perciò non appare convincente il tentativo della Dignitatis humanae di minimizzare drammatici eventi storici, come l’Inquisizione, glissando poi sull’enciclica Quanta cura, con l’annesso Sillabo, con cui Pio IX nel 1864 definiva «deliramento» il principio della libertà di coscienza. Il Vaticano II adottò questa acrobazia storico-teologica per far sì che, infine, passasse il principio, fondato sulla dignità della persona umana.

Impressionante, poi, il fatto che, quando la Nostra aetate «deplora gli odii, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque» in nota non vi sia nulla (mentre numerosissime note costellano ogni passaggio importante dei testi conciliari). Non poteva esserci nulla, essendo zeppi, i testi dei papi, dei Concili e dei teologi del passato (19 secoli!), di quella che giustamente è stata chiamata la «teologia del disprezzo» verso gli ebrei.

Un post-Concilio contraddittorio

Fare la storia dei quarant’anni dal Vaticano II significherebbe fare la storia della Chiesa cattolica di quasi mezzo secolo. In breve, potremmo dire così: per alcuni aspetti il Concilio è stato attuato, per altri tradito. Ma dissonanti sono, nel corpo della Chiesa romana, le motivazioni sulla «attuazione» o sul «tradimento». Così, appellandosi alla Lumen gentium molti teologi/e e gruppi ecclesiali, ma anche Sinodi nazionali, hanno proposto audaci riforme che vanno nel senso di far partecipare tutti alle decisioni che tutti riguardano; ma, appellandosi allo stesso testo, Montini, Wojtyla e il card. Joseph Ratzinger (come prefetto, dal 1981 al 2005, della Congregazione per la dottrina della fede) spesso hanno bloccato tali riforme.

Che farà ora Benedetto XVI? L’aver ricevuto in udienza (il 24 settembre) il «teologo ribelle» svizzero tedesco Hans Küng, punito dai papi suoi immediati predecessori, avvierà una reale rottura con l’autoritario stile papale del passato (e suo proprio come capo dell’ex Sant’Uffizio), o rimarrà un puro gesto di cortesia svuotato di forti conseguenze ecclesiologiche? Ancora non sappiamo.

Wojtyla ha portato molto avanti il dialogo con l’ebraismo, in germe prospettato dal Vaticano II; ma ha rifiutato di attuare la «collegialità episcopale», e di lasciare alle Chiese locali, nazionali e continentali, la loro autonomia. Ha proclamato, erga omnes, i diritti umani, ma ha limitato la libertà dei teologi e, generoso in omaggi al «genio femminile», nei fatti ha ignorato nella Chiesa romana la «pari dignità» delle donne.

Lo spartiacque è tra chi interpreta il Vaticano II alla luce del Concilio di Trento e del Vaticano I, e chi li interpreta viceversa. Per i primi il Vaticano II è un museo; per i secondi una sorgente viva, un «evento» che ha valore paradigmatico, e che è più ricco di potenzialità e di senso della somma dei singoli documenti approvati. Esso, come ha affermato il professor Giuseppe Alberigo, direttore della monumentale Storia del Concilio Vaticano II, ha avviato una transizione epocale, cioè l’uscita della Chiesa romana dall’epoca post-tridentina, e in certa misura dall’epoca costantiniana, verso una nuova, più consapevole fase di testimonianza e di annuncio evangelico.

Data la velocità dei processi storici in un mondo tecnologico e globalizzato, urgono poi problemi antichi o nuovi – quali la laicità dello Stato, la «scoperta» di altre religioni che non accettano di essere di serie B, l’emergere della questione femminile e femminista, la bioingegneria – che vanno rivisitati con paradigmi antropologici e teologici innovativi, e che solo in parte potrebbero essere affrontati partendo dal Vaticano II. Non saranno certo i Sinodi dei vescovi (di carattere ancora «consultivo» a quarant’anni dal Concilio; e senza diritto di voto dei laici, uomini e donne!), come quello appena celebrato in ottobre, a poter affrontare con autorevolezza questi immani problemi. Perciò da più parti, nella Chiesa cattolica romana, si invoca un Vaticano III (o Messicano/Indiano/Keniota I…) che traduca in concreto i germi del Vaticano II: l’affermazione della responsabilità di tutti i battezzati/e – perché non nelle decisioni? – , il rispetto dell’ordine temporale e dell’autonomia della società civile, la denuncia delle discriminazioni nella Chiesa, l’ecumenismo coerentemente dispiegato, la scelta evangelica della rinuncia al potere. Insomma, Concilio chiama Concilio.

David Gabrielli

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