Memoria. L’antisemitismo è ancora «attuale»
Il 27 gennaio – 64 anni dopo la «scoperta» del campo di sterminio di Auschwitz – si celebra il Giorno della Memoria, istituito nel 2000 dal Parlamento italiano. Non va sottovalutato il riemergere dell’antisemitismo, che spesso è la premessa per altre forme di odio e di discriminazione nella società.
Il 27 gennaio torneremo a ricordare la Shoah. Il rischio che questa data si trasformi in uno stucchevole ritualismo da celebrare senza passione, per puro dovere istituzionale, diventa di anno in anno più concreto. La complessa trama di memoria storica, individuale e collettiva, rischia di infrangersi sul muro della pura celebrazione, facendo dimenticare tutto ciò che continua, in maniera drammatica, a chiamare in causa. Detto senza tanti preamboli: ricordiamo la Shoah, anno dopo anno (e meno male, visti i venti di superficialità, revisionismi, negazionismi, che ancora invadono il linguaggio di sedicenti storici, politici e gente comune), ci commuoviamo davanti ai tanti film e documentari su quei terribili anni, ma chiudiamo gli occhi di fronte all’antisemitismo ancora diffuso, e alle tante realtà che fanno dell’esclusione, se non della soppressione dell’altro, una realtà ancora terribilmente concreta.
Se la Shoah è stata un evento della storia, che ha chiamato in causa un inestricabile intreccio di questioni non riducibili a oscene semplificazioni, allora bisogna incessantemente riflettervi. La drammatica cronaca di questi anni, delle ultime settimane, con il suo carico di morte, di dolore, di vite spezzate, ma anche di roboante retorica, ci costringe ancora una volta a misurarci con alcune questioni che spesso diamo per scontate.
Lo scenario attuale è quello dominato, soprattutto, da conflitti, a torto ritenuti locali, i cui esiti nessuno è in grado di prevedere e da un terrorismo internazionale che colpendo con orrenda puntualità sta incoraggiando i più stucchevoli stereotipi dell’immaginario collettivo rispetto ad altri popoli, culture e religioni, generando, fra l’altro, una diffusa islamofobia.
Non c’è dubbio che, se un risultato hanno raggiunto le logiche terroristiche, esso va nella direzione di una lotta «globale» contro «apostati» e «infedeli» dentro e fuori l’islam, con tutto il carico di violenza, fanatismo, che – come una orrenda coazione a ripetere – produce ad esempio le sciagurate e criminali politiche sulla sicurezza che hanno giustificato le nostre guerre e il nostro razzismo. E sto parlando dei nostri giorni. Se a questo si aggiunge il moltiplicarsi di pregiudizi razziali, antireligiosi, e l’esplosione di fondamentalismi di varia natura, ci si rende conto che la situazione non è affatto incoraggiante. Tutto sembra sul punto di esplodere in tensioni antiche e moderne. Insomma una miscela esplosiva su cui dilaga una vera e propria imprenditoria della paura, che manovra ad arte i nostri istinti peggiori.
Non c’è dubbio che le paure suscitate dal terrorismo con i suoi vili attentati e da discutibili guerre preventive non possono che accrescere le tensioni frutto di incomprensioni secolari, di ingiustizie subite e di sbandierate prepotenze, che minano profondamente ogni regola democratica e di civile convivenza.
L’antisemitismo è sempre un segnalatore di questo tipo di disagi, figli di quella «banalità del male» che ci abita, ci invade, fin nelle pieghe più riposte della nostra coscienza individuale e collettiva.
Il riemergere dell’antisemitismo è un segnale preoccupante che spesso, storicamente, è la premessa per altre forme di odio razziale.
Ma, detto questo, occorre riflettere, pensare con serietà. Vale la pena tornare ancora sull’antisemitismo, in particolare dal punto di vista non solo degli effetti, ma delle sue pratiche discorsive, delle retoriche, dei meccanismi verbali, come ha sottolineato Simon Levis Sullam in un suo recente, denso libro («L’archivio antiebraico. Il linguaggio dell’antisemitismo moderno», Laterza, Roma-Bari 2008). E proprio il libro di Sullam offre lo spunto per considerazioni puntuali. Provo a riassumerne le tesi. Occorre studiarne le forme, i suoi funzionamenti, le sue modalità. Il particolare odio nei confronti degli ebrei ha attraversato, in forme più o meno violente, l’intera storia del cristianesimo, raggiungendo la sua manifestazione più estrema con la Shoah. Chi aveva previsto che l’orrore dello sterminio nazista lo avrebbe estirpato una volta per tutte ha dovuto ben presto ricredersi. Apparentemente alimentati, anche, dal conflitto israelo-palestinese, i temi classici dell’antisemitismo europeo ritornano a fomentare il disprezzo e il pregiudizio antiebraico.
La stringente attualità ci pone di fronte ardui interrogativi. Non basta rivisitare la lunga storia dell’antisemitismo, l’archivio antiebraico che si è andato formando attraverso tappe e passaggi della storia politica e culturale non solo europea. Occorre chiedersi: perché anche oggi? Perché permane questa «pratica» in cui si entra facilmente per motivi e scopi e con conseguenze diverse? La domanda è tanto più urgente dal momento che un po’ tutti ne siamo investiti: gruppi politici, religiosi, movimenti culturali. Anche a sinistra.
È indubbio che non tutto può essere ricondotto alle forme che ha assunto il terrorismo internazionale, che solo in parte si lega ai percorsi del fondamentalismo di certo islamismo radicale, sospeso com’è tra modernità e tradizione.
Attraverso un repertorio di pratiche, immagini, discorsi, concetti che si sono sedimentati e depositati a partire dall’antigiudaismo cristiano, attraverso l’antiebraismo di origine laica e illuminista, il razzismo biologico, fino all’antisemitismo politico propriamente detto, siamo in presenza di autori, testi, riti collettivi e individuali che hanno segnato la storia del nostro mondo occidentale e in maniera devastante quella degli ebrei.
La drammatica attualità ripropone le stesse pratiche discorsive in maniera preoccupante.
È vero che criticare la politica dei governi israeliani non significa essere antisemiti. Del resto i primi a farlo sono proprio tantissimi cittadini israeliani. Ma non si può ignorare che spesso i discorsi che accompagnano i giudizi sulla politica dei governi israeliani sono intessuti di argomenti attinti al peggiore repertorio antisemita che generalizza in maniera rozza e ideologica. Spesso chi dice Israele (lo Stato) intende la «razza ebraica». Certo, non tutti sostengono apertamente che la responsabilità della mancata pace in Medio Oriente sia genericamente degli «ebrei», ma spesso tutto lascia pensare che non vi siano distinzioni. Non sembra che ci si indigni più di tanto rispetto a queste assurde equazioni.
Come l’antisemitismo, anche il sionismo è tornato a essere un tema centrale nel dibattito di questi ultimi anni. Anche per questa parola un po’ di analisi storica non guasterebbe, per evitare che essa assuma la stessa connotazione negativa che in passato hanno avuto le parole «giudeo» e «giudaico». Sionista è diventato un termine spregiativo che non ha nessun nesso con le sue origini e con il suo sviluppo storico. C’è un circolo vizioso che collegherebbe sionismo, politica israeliana e nazismo.
Questo non contribuisce a rasserenare gli animi, ma amplifica all’infinito antipatie reciproche e impedisce di pensare a soluzioni della questione israeliano-palestinese, come pure di recente hanno tentato di fare autorevoli esponenti del mondo politico e culturale palestinesi e israeliani.
Non è più sufficiente condannare ogni forma di antisemitismo, ma occorre sapersi liberare autenticamente da ogni forma di ignoranza di complessi fenomeni storici, religiosi, teologici.
Siamo di fronte a un groviglio di questioni difficilmente dipanabili, o comunque non dipanabili se si insiste a permanere in uno stato di assoluta superficialità, di disinformazione, di generalizzazione.
Abbiamo bisogno di conoscere, di approfondire. Persistere in questi equivoci significa non riconoscere la portata di una storia a cui neppure la memoria degli scenari devastanti del secolo appena concluso può impedire di essere rivissuta se non si coltiva un autentico processo di revisione delle nostre categorie concettuali. Il diritto, i diritti, la dignità umana, l’Altro, devono diventare autenticamente un orizzonte di riferimento per tutti e non solo un cumulo di opportunismi giocati sul terreno dell’ipocrisia.
L’antisemitismo oggi, come diffusa pratica discorsiva, è allora la riproposizione di un modello che continua a non ammettere differenze: quello del nodo irrisolto dell’ostilità verso l’altro/altri. Oggi sembrano di nuovo riattivarsi meccanismi perturbanti che tentano di arricchire il nostro «archivio» di nuovi irriducibili meccanismi di esclusione. Nessuno può dirsi fuori da queste contraddizioni e dai loro rischi.
Ottavio Di Grazia
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