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Medio Oriente. Pace entro il 2008: un miraggio nel deserto?

Con un gruppo di «Confronti», attorno a Capodanno siamo stati in Israele, nei Territori palestinesi ed in Giordania, incontrando personalità dell’uno e dell’altro «fronte». Abbiamo trovato motivi di speranza, ma anche problemi e situazioni incandescenti che fanno dubitare delle speranze della Conferenza di Annapolis.

Guardare al triste passato o immaginare un futuro di pace? Raccontare tragiche storie quotidiane o sorvolarle perché la fine dell’incubo ci è garantita ormai prossima, entro quest’anno? Nel nostro nuovo viaggio a Gerusalemme e dintorni, attorno a Capodanno, con un gruppo di amici ed amiche di Confronti, abbiamo visto e sentito ebrei ed arabi israeliani, e poi palestinesi, con le loro storie di dolore, disperazione, speranza, per cui anche noi siamo stati continuamente investiti da motivi di tremenda angoscia e da inviti a sognare un avvenire carico di promesse. Questi ambivalenti sentimenti si sono rafforzati poi quando abbiamo cercato di capire il senso implicito ed esplicito della visita del presidente statunitense George W. Bush, il 9, 10 e 11 gennaio, in Israele e nei Territori palestinesi, e poi proseguita per altri cinque giorni con tappe in Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto.

Un messaggero interessato

Sul viaggio di Bush – il suo primo, da presidente, in Israele e nei Territori palestinesi – pendevano fattori diversi ma, infine, convergenti, per spingerlo alla sua missione: il disastro iracheno, avviato da lui stesso con l’attacco anglo-americano del marzo 2003 al regime di Saddam Hussein accusato, con false prove, di costruire armi di distruzione di massa; l’incombente Iran, da lui ad Abu Dhabi (il 13 gennaio) definito «il principale sponsor del terrorismo» e paese che «sfida le Nazioni Unite e minaccia ovunque la sicurezza delle nazioni»; e da lui, e da Israele, ancora accusato di costruire la bomba atomica, a dispetto del fatto che non Teheran, ma la National Intelligence Estimate (Nie), la rete di tutte le agenzie di intelligence degli Stati Uniti d’America, in un rapporto ufficiale del dicembre 2007 abbia affermato che «l’Iran ha interrotto il suo programma nucleare nel 2003»; le elezioni del prossimo novembre e l’inesorabile scadenza degli otto anni della sua presidenza; la pubblicazione (non ancora nota, mentre scriviamo), prevista per fine gennaio 2008, del rapporto Winograd, la commissione israeliana incaricata di accertare le responsabilità della fallimentare guerra contro gli hezbollah libanesi dell’estate del 2006, e che potrebbe obbligare il premier Ehud Olmert alle dimissioni ove addossasse soprattutto a lui il peso di quella «avventura».

In tale contesto Bush ha voluto la Conferenza di Annapolis che il 27 novembre scorso (vedi Confronti, 1/2008) ha visto convenire nel Maryland non solo Olmert e il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), esponente di al-Fatah, il partito di Yasser Arafat, ma anche rappresentanti di vari paesi arabi, dall’Arabia saudita alla Siria (la cui presenza non era affatto «ovvia»). La presenza araba più vasta possibile era stata voluta dagli Usa in funzione anti-iraniana più che in appoggio ai «fratelli» palestinesi. Tuttavia, il frutto concreto della Conferenza è stata una dichiarazione con cui Olmert e Abbas s’impegnano ad arrivare ad una pace complessiva – implicante cioè la soluzione di tutti i problemi pendenti – entro il 2008.

Un traguardo che, oltre alle difficoltà obiettive di risolvere i problemi di fondo (confini definitivi tra Israele e la Palestina; profughi; status di Gerusalemme; insediamenti; spartizione delle acque; sicurezza dell’uno ma anche dell’altro stato), ne ha anche di supplementari legate alla condizione dei due leader: Olmert, la cui leadership è contestata non solo da partiti della coalizione governativa (come Israel Beitenu – partito russofono di destra, guidato dal «falco» Avigdor Libermann – assolutamente contrario ad abbandonare l’occupazione militare e coloniale della Cisgiordania), ma anche da un settore di Kadima, il suo partito, e che le conclusioni della commissione Winograd potrebbero ulteriormente indebolire; e Mahmoud Abbas che governa solo in Cisgiordania (West Bank, in inglese), essendo da giugno la Striscia di Gaza in mano ad Hamas, il movimento di resistenza islamico (che il 25 gennaio 2006 aveva vinto democraticamente le elezioni parlamentari), nemmeno invitato ad Annapolis, in quanto considerato «terrorista», e che comunque ritenne quella Conferenza una «trappola» per distruggere i palestinesi.

Nei suoi discorsi a Tel Aviv, Gerusalemme e Ramallah (la capitale «tecnica» e provvisoria dei Territori palestinesi), Bush ha cercato di rassicurare non solo Israele, sottolineando la saldissima alleanza israelo-americana, e ribadendo l’indisponibilità a trattare con i «terroristi» (cioè con Hamas); ma anche i palestinesi, parlando della desiderata fine dell’«occupazione israeliana» della West Bank: «L’accordo di pace deve istituire una Palestina patria del popolo palestinese proprio come Israele è la patria per il popolo ebraico». Ogni accordo, ha aggiunto, esige «aggiustamenti territoriali» (favorevoli ad Israele, rispetto ai confini armistiziali del 1949 con la Cisgiordania); Israele dovrà avere confini «sicuri, riconoscibili e difendibili»; la Palestina dovrà avere «continuità territoriale» (riferimento solo alla West Bank o anche ad un necessario «corridoio» tra essa e la Striscia?); i profughi, risarciti internazionalmente, potranno «tornare» solo nello Stato di Palestina. Sul nodo complessissimo di Gerusalemme (i palestinesi rivendicano la parte Est come capitale del loro costituendo Stato; nel 1980 la Knesset – parlamento israeliano – ha proclamato l’intera Gerusalemme, Est ed Ovest, «capitale eterna ed indivisibile d’Israele») il capo della Casa Bianca è rimasto sulle generali: «Entrambe le Parti hanno profonde preoccupazioni politiche e religiose. Per raggiungere una pace durevole, il presidente Abbas e il premier Olmert dovranno incontrarsi e fare scelte difficili, ed io penso che le faranno».

Un insieme di affermazioni che, se per un verso sembrano confermare la volontà statunitense di entrare nel vivo dei problemi per far raggiungere alle Parti un compromesso ragionevole, dall’altro suscitano interrogativi. Ad esempio, gli «aggiustamenti territoriali» significano che tutti gli insediamenti costruiti lungo il confine con la West Bank, e più addentro, fino – in certi punti – a trenta chilometri entro la Cisgiordania, diverranno parte di Israele? E questo «Stato degli ebrei» significa che gli arabi che vivono in esso (il 20% dell’intera popolazione) non sono a casa loro là ove sono nati e ove stavano i loro padri?

Il presidente ha promesso di tornare a Gerusalemme in maggio, per constatare i progressi fatti nelle trattative tra israeliani e palestinesi, e si è detto sicuro che entro il 2008 la pace, sognata ad Annapolis, sarà raggiunta. In maggio Israele celebrerà i sessant’anni della sua esistenza; i palestinesi i sessant’anni dalla naqba, la catastrofe. Ma, intanto, al di là delle parole, variamente interpretabili, di Bush, bisognerà vedere come gli aspri temi della trattativa – confini definitivi, profughi, insediamenti, Gerusalemme, sorgenti d’acqua – verranno svolti. In sé, certamente è possibile una pace giusta, sulla linea delle risoluzioni dell’Onu (tra queste, i palestinesi citano sempre la 194, dell’11 dicembre 1948, che prevedeva il diritto al ritorno dei loro profughi nel paese dove erano nati, nel frattempo divenuto Israele; gli ebrei israeliani le risoluzioni che unanimemente riaffermano il diritto di Israele all’esistenza – il che al-Fatah riconosce, ma ad un Israele che si contenga nei confini antecedenti la guerra dei sei giorni del 1967). In pratica, però, alta è la probabilità che si mantengano sostanzialmente i fatti compiuti, facendo pagare il conto ai palestinesi ed obbligandoli ad una resa. Né è detto che Siria, Egitto, Giordania, Emirati ed Arabia Saudita abbiano interesse a che nasca un vero Stato di Palestina, perché, se realmente democratico, sarebbe di «cattivo esempio» per i loro regimi autocratici o teocratici. O che ce l’abbia l’Iran del presidente Mahmoud Ahmadinejad che, minacciando di cancellare lo Stato ebraico dalla carta geografica, in realtà salda ancor più Israele agli Stati Uniti ed espone maggiormente i palestinesi a vedere svanire il loro sogno di una patria libera e indipendente.

Voci variegate dalle due parti

Come in ogni altro nostro viaggio, anche in questo, di Capodanno, tanto in Israele che nei Territori abbiamo incontrato autorità, personalità, gruppi, appunto per ascoltare, come è giusto che sia, le varie campane, le varie sensibilità. Senza poter qui riferire di ogni incontro, ne segnaliamo solo alcuni. Ad Ibillin, in Galilea, là ove egli fondò gli istituti di Mar Elias, monsignor Elias Chacour, vescovo melkita (greco-cattolico) di Akka, ci ha parlato delle sofferenze degli arabi della Palestina (britannica) quando nel 1948 nacque Israele, e delle loro difficoltà, ancor oggi, di essere considerati cittadini di serie A alla pari degli ebrei; e nel kibbutz di Sde Eliyahu, vicino al Kinneret, il lago di Genesaret, abbiamo incontrato Mario Levi, un ebreo di Trieste che riparò in Palestina, allora sotto Mandato britannico, per sfuggire alle leggi razziali del 1938, e che là ha contribuito grandemente a sviluppare un kibbutz religioso che anche oggi è all’avanguardia per alcune tecniche ecologiche che nelle colture eliminano i pesticidi affidando certi compiti ad insetti ed api. Abbiamo anche incontrato esponenti di Parents’ circle, che raggruppa cinquecento famiglie israeliane e palestinesi che hanno avuto al loro interno una vittima, a causa dei bombardamenti israeliani o dei kamikaze palestinesi, e che vogliono che da questo sangue non sorga una catena di vendette, ma uno stimolo alla riconciliazione. È stato particolarmente toccante ascoltare il loro travaglio interiore per giungere alla loro scelta di aprire ponti, e non costruire nuovi muri, con l’altra parte.

A Jenin (Nord della Cisgiordania, dove vi è anche un campo profughi palestinese, teatro nel 2002 di un asperrimo scontro con i soldati israeliani) abbiamo fatto festa insieme ad alcuni dei ragazzi e ragazze palestinesi che Confronti, insieme ad altre organizzazioni, invita ormai dal 2004 nell’ambito dell’iniziativa «Fiori di pace»; un progetto che vede la partecipazione di giovani israeliani e palestinesi che qui in Italia convivono, discutono, giocano e incontrano coetanei italiani. A Betlemme abbiamo incontrato l’imam della moschea antistante la basilica della Natività.

Le ipotesi di Otniel Schneller per la pace

Alla Knesset ci ha ricevuti Otniel Schneller, deputato di Kadima – il partito creato nel 2005 da Ariel Sharon – e consigliere di vari premier. Egli ci ribadisce che Israele vuole la pace, e infatti ha fatto la pace con l’Egitto (1979) e con la Giordania (1994); ma, precisa, «con questi due paesi non avevamo un contenzioso territoriale, mentre con i palestinesi siamo in conflitto per la terra». Altro ancora, sottolinea, è il problema dell’Iran, «paese guidato da islamici radicali. Esso non minaccia solamente Israele, ma l’intero Occidente. E se vincono gli islamici radicali cambieranno gli stessi equilibri politici internazionali». Per quanto riguarda l’attuale rapporto con i palestinesi, il deputato lo inquadra «nell’àmbito di due conflitti: tra Israele e palestinesi; e tra al-Fatah ed Hamas. Noi non accettiamo di trattare con il Movimento di resistenza islamico, perché ciò significherebbe trattare con l’islam radicale. Se sostenessimo Hamas dovremmo poi aprire agli Hezbollah e ad al-Qaeda. Noi non vogliamo parlare con i terroristi, ma con Abu Mazen».

Affrontando nel concreto i problemi da risolvere per giungere alla pace, Schneller premette che è importante ascoltare l’altra parte, sentire le sue opinioni. Poi entra nel vivo di alcuni temi. «Bisogna arrivare alla pace gradualmente; bisogna risolvere un problema alla volta, perché se un problema è risolto si facilita la soluzione del successivo. Noi vogliamo la pace, ed è nostro interesse che sia creato uno Stato di Palestina. Esso potrebbe essere costituito da circa l’87% dei Territori attuali, e dovrebbe prevedere anche scambi di terre [con questa espressione di solito si ipotizza che una certa parte di territorio oggi israeliano potrebbe diventare palestinese, e una certa parte di territorio palestinese potrebbe diventare israeliano. Se la futura Palestina fosse costituita dalla Striscia di Gaza e da tutta la Cisgiordania attuale coprirebbe il 22% del territorio del Mandato britannico, ed Israele il 78%]». Per Gerusalemme – «che non appartiene solo ad Israele, ma all’intero popolo ebraico sparso nel mondo. Se ce la tolgono, ci tolgono il cuore» – il deputato ritiene che forse si potrebbe trovare, nelle trattative con i palestinesi, una soluzione temporanea, al fine di avviare insieme una nuova positiva atmosfera, per procedere poi ad una soluzione definitiva.

Schneller ci ha ricordato di aver fatto parte della delegazione israeliana, guidata dal premier Ehud Barak, che nel luglio del 2000, a Camp David, trattò con Yasser Arafat per giungere, sotto la supervisione del presidente Bill Clinton, ad una pace definitiva. In quelle trattative – questa la ricostruzione del deputato – Arafat disse che quello di Gerusalemme non era un problema politico, ma religioso; ma, ci dice il deputato, «se è un problema che riguarda Dio, è irrisolvibile. Noi aspettiamo che i palestinesi cambino idea, e dicano che è un problema politico, che può essere oggetto di trattativa» [per l’intero islam Gerusalemme è la terza città santa; e quello che per gli ebrei è il monte del Tempio – edificio che qui si elevava prima di essere distrutto dai romani nel 70 dell’era volgare – per i musulmani è la Spianata delle moschee, legata al ricordo di un viaggio mistico, là, del profeta Muhammad]. In concreto, il nostro interlocutore ci suggerisce quale potrebbe essere un’ipotesi di soluzione: «la parte occidentale di Gerusalemme interamente ad Israele; la parte orientale in gran parte ai palestinesi; ed un regime speciale per le “aree sante” che si trovano tra queste due parti» [in sostanza, ci pare di capire, il «regime speciale» riguarderebbe la Città vecchia, dove si trovano i maggiori luoghi santi ebraici, cristiani e musulmani].

Ricordato che già nel 2005 Israele ha abbandonato gli insediamenti della Striscia di Gaza (erano ventuno, popolati da circa ottomila coloni, e sparsi su un terzo del territorio della Striscia dove vive circa un milione e mezzo di palestinesi), Schneller ha detto che gli insediamenti attuali nella Cisgiordania sono 148, abitati da trecentomila coloni. Egli dichiara la disponibilità di Israele a «smobilitare» e «risistemare» gli insediamenti in diversi blocchi, il che comporterebbe lo spostamento dei coloni, ma non dei palestinesi. In prospettiva – questa la nostra interpretazione della proposta – Israele intenderebbe abbandonare gli insediamenti sparsi a pelle di leopardo in Cisgiordania per concentrarli tutti a ridosso della linea armistiziale del 1949, più o meno ad ovest dell’attuale muro: in altre parole, questa lunga striscia diverrebbe Israele e, in compenso (questa, ripetiamo, la nostra interpretazione di suggestioni che Schneller non ha elaborato), una – quasi equivalente? – estensione di terre oggi israeliane diverrebbe palestinese.

Il deputato ammette che, nell’insieme, israeliani e palestinesi «oggi non sono pronti per la pace»: afferma che il Likud (partito di destra dal quale Sharon uscì per fondare Kadima) è contrario al compromesso sopra delineato, e che contrario è anche il 50% degli israeliani; sul fronte palestinese, aggiunge, è favorevole Abu Mazen, contrario Hamas (il quale propone che tutti i profughi palestinesi possano tornare nella terra che ora è Israele, ipotesi che quest’ultimo mai potrà accettare). Perciò, da una parte, Schneller non condivide l’ottimismo degli americani sulle conclusioni di Annapolis ma, dall’altra, è ottimista perché ritiene che «la nostra società sarà via via più disponibile a capire». Infine, il deputato ci dice: «Ho contribuito a creare cinquanta insediamenti in Cisgiordania. Là vivo io, con i miei figli e i miei nipoti. È la mia terra. Ma se un giorno il governo israeliano mi chiederà di andare via da là, perché questo sarà necessario per arrivare alla pace con i palestinesi, io lo farò, perché voglio la pace. E Dio ci chiede di fare la pace».

Tanto per documentare l’estrema contrapposizione delle posizioni, basti dire che Dany Dayan, leader dei coloni in Giudea e Samaria (termini biblici per indicare la West Bank) ha affermato che, malgrado le possibili pressioni di Bush e di Olmert, «ci opporremo con tutte le forze al nostro ritiro da questa terra e dagli insediamenti»; e che ai palestinesi si potrà dare solo un’ampia autonomia amministrativa, «ma mai uno Stato». Mentre rappresentanti di Hamas hanno dichiarato che scopo della visita di Bush era solo quello di garantire il sostegno all’occupazione militare della Cisgiordania, e di far ingoiare ai palestinesi l’idea di un loro Stato frammentato, composto da alcuni Bantustan, e circondato da insediamenti ebraici. Esponenti ebrei israeliani di Parent’s circle ci hanno detto, da parte loro, che rappresentanti di Kadima, come Schneller, affermano sì di voler la pace con i palestinesi, «ma non sono disposti a pagarne il prezzo».

Il muro. La costruzione del muro di separazione tra Israele e la Cisgiordania – che Sharon fece iniziare a costruire nel 2002, allo scopo dichiarato di impedire al massimo l’infiltrazione di kamikaze in Israele – non è eretto sul confine armistiziale del 1949, ma spesso si addentra fino a trenta chilometri in territorio palestinese. Malgrado la Corte internazionale dell’Aja, nel luglio 2004, abbia dichiarato «illegale» tale costruzione, e ne abbia chiesto l’abbattimento, il governo israeliano ha proseguito nell’opera, ora giunta ad una lunghezza di circa 170 chilometri (ma sarebbe di sei o settecento chilometri, se ultimata).

Il Caritas Baby Hospital

All’entrata di Betlemme il muro fa particolare impressione perché non solo taglia in due alcune strade, ma ad un certo punto fa una strana «gobba», per inserire dalla parte di là (verso Israele) la tomba di Rachele: nessuna ragione di sicurezza, dunque, ma solo un contentino anche agli ebrei religiosi che volevano avere sotto mano l’asserito sepolcro della seconda moglie del patriarca Giacobbe. Il muro sovrasta anche il Caritas Baby Hospital (Cbh), che andiamo a visitare. È, questa, una struttura nata dal nulla nel 1952 ad opera del sacerdote svizzero Ernst Schnydrig; essa vive solo con il sostegno di benefattori (vi è una rete di sostegno anche in Italia). Nella regione di Betlemme ed Hebron vivono oltre 100.000 bambini al di sotto dei quattro anni; per questi piccoli l’Autorità palestinese non riesce a garantire l’assistenza sanitaria. Il Cbh è l’unico ospedale pediatrico in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Attualmente nel Cbh lavorano duecento dipendenti, infermiere e infermieri, tutti palestinesi; è guidato dalle suore elisabettine di Padova, ma il direttore sanitario è un palestinese. Nel 2006, al Cbh sono stati curati 34.000 bambini, 4.100 sono stati ricoverati, e 29.900 hanno ricevuto un trattamento ambulatoriale.

Suor Donatella ci illustra la situazione del Cbh: l’80% dei piccoli ricoverati è di famiglia musulmana; a parte quelli ricoverati, ogni giorno viene visitato un altro centinaio di bambini nell’ambulatorio per i servizi territoriali. Molte sono le difficoltà per una buona gestione della salute, particolarmente di quella delle donne che, spesso, si rivolgono al Cbh: nel mondo palestinese vi è, in generale, una mentalità maschilista; gli uomini non accettano che le loro donne usino contraccettivi; spesso ragazze di 15-16 anni rimangono incinte, ma non hanno nessuna preparazione alla maternità. Malattie specifiche derivano anche dall’abitudine diffusa di matrimoni tra cugini. Altri problemi derivano dal muro («per protesta, ma affidandoci solo alla preghiera, ogni venerdì andiamo presso il muro a recitare il rosario!»), aggiunge suor Donatella, perché le normative delle autorità israeliane rendono difficile l’arrivo in Cisgiordania di medicine spedite dall’Europa per il Cbh, e che giungono via nave ad Ashdod (porto commerciale a sud di Tel Aviv) o all’aeroporto Ben Gurion, ma qui, talora, vengono trattenute per giorni, così che è capitato che latte in polvere è marcito alla dogana. Un’ulteriore difficoltà è derivata dal muro: vi sono stati dei casi, afferma suor Donatella, di donne incinte che si recavano a partorire in ospedale che sono state fermate per ore al muro, e là sono morte o sono morti i loro neonati.

Infine, un cenno ai cristiani che, in Terra santa (considerando insieme Israele, che ha sui sette milioni di abitanti, e i Territori palestinesi con 3,5 milioni), sono 167mila, suddivisi in tredici Chiese: dunque una piccola e frastagliata minoranza. In linea di principio, dall’una e dall’altra parte è ad essi garantita la libertà religiosa (tralasciamo, qui, il contenzioso in atto tra lo Stato d’Israele e la Santa Sede per la questione della tassazione delle proprietà ecclesiastiche cattoliche e del visto per suore e religiosi stranieri). Cristiani palestinesi ci dicono, però, che non solo nella Striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania, con pretesti burocratici e con pressioni varie gruppi musulmani tentano di spingere i cristiani ad andarsene via. I leader delle Chiese ritengono che, se continuerà l’attuale emorragia, indotta o voluta, tra una ventina d’anni la Terra santa sarà quasi priva di cristiani autoctoni.

Nel nostro viaggio siamo stati anche in Giordania e, dal monte Nebo, abbiamo visto la terra che, secondo la Bibbia, Dio ha promesso a Mosè e al popolo di Israele: egli la vide – da lassù, infatti, si domina la valle del Giordano, il Mar Morto, Gerico e il profilo di Gerusalemme – ma non vi entrò. Ci chiediamo se ebrei israeliani ed arabi palestinesi potranno veder sorgere, entro pochi mesi, la pace nella giustizia, o se questa rimarrà un miraggio, e l’ingiustizia continuerà ad incombere.

Post-scriptum. Mentre chiudiamo questo numero, nuovi eventi rendono sempre più un miraggio la pace promessa ad Annapolis. Il 15 gennaio le forze israeliane hanno compiuto un raid nella Striscia, provocando una cinquantina di feriti e 19 morti (tra questi, un figlio ventiquattrenne di Mahmoud al-Zahar, dirigente di Hamas ed ex ministro degli Esteri). Cecchini palestinesi hanno ucciso un volontario ecuadoriano che lavorava nel campo di un kibbutz vicinissimo alla barriera che separa la Striscia da Israele. In risposta all’attacco israeliano, gruppi palestinesi hanno lanciato razzi Qassam contro la città israeliana di Sderot, ferendo cinque civili. Il presidente israeliano Shimon Peres ha dichiarato: «Di fronte ai continui attacchi dei terroristi contro il nostro territorio siamo lasciati senza alternativa che non sia quella di rispondere e di fermarli». Opposto il commento di Abu Mazen: «Ciò che è avvenuto oggi è una carneficina contro il popolo palestinese. Il quale non può far passare sotto silenzio questi massacri».

Intanto, come risposta al lancio, dalla Striscia, di razzi Qassam contro il proprio territorio (110 nei tre giorni precedenti), il 17 gennaio il governo israeliano ha deciso di impedire che a Gaza entrino aiuti umanitari, fossero pure quelli delle Nazioni Unite.

Lucia Cuocci e David Gabrielli

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