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Ma ora abbassiamo i riflettori

Un pontificato – quello di Giovanni Paolo II – aperto al dialogo ecumenico e interreligioso, ma chiuso al suo interno nella difesa dell’ortodossia cattolica e sulle questioni riguardanti la morale sessuale.
L’autrice insegna sociologia presso l’università «La Sapienza» di Roma.

La malattia, la morte di Giovanni Paolo II hanno dominato i media per giorni interi, con un’eco immensa. Con folle in lacrime. È quindi tanto più doveroso dar conto di un certo disagio: emerso in ritardo e con difficoltà, ché si scontrava con l’apparato di una Chiesa trionfante, con il fervore di migliaia di persone che innalzavano striscioni e grida proclamando santo il papa. Disagio che riguarda i laici: sembra scomparso, durante la passione papale, lo stato laico. Che riguarda esponenti di fedi e credenze altre di fronte alla mitizzazione, già in vita, di un papa che ha aperto confronti e dialoghi con le altre confessioni e religioni, ma che è stato altresì l’ispiratore della Dominus Iesus, (nel settembre 2000): per molti, un macigno sulla strada del dialogo. Disagio che riguarda i cattolici: lo storico Pietro Scoppola, parlando della grandezza di questo pontificato (la Repubblica, 4 e 9 aprile) ricorda però l’eccessiva identificazione tra papa e Chiesa, la conseguente messa in ombra della collegialità, la lontananza dalla modernità del papa con riguardo a temi fondamentali. Gli stessi che, dice Frei Betto, sono stati «congelati nel dibattito interno alla Chiesa» (il manifesto dell’8 aprile): la morale sessuale, il ruolo della donna nella Chiesa, il celibato facoltativo, la bioetica.

Analisi incisive sono avanzate anche da Adriana Zarri. Che denuncia «l’enfasi celebratoria che rasenta il fanatismo idolatrico» con cui si è presentato Wojtyla e ricorda come questi si sia tenacemente opposto, durante il Concilio Vaticano II, ai documenti più innovativi; come sia rimasta di segno «regressivo» la sua pastorale, una volta divenuto papa: da cui l’appoggio all’Opus Dei e la canonizzazione del fondatore (ivi). Hans Küng ricorda (Le Monde del 7 aprile) come il papa si sia sì adoperato per i diritti dell’uomo: ma fuori della Chiesa. All’interno ha invece rifiutato diritti ai teologi (che sono stati «inquisiti»), ai vescovi, alle donne. Ha creduto in un’immagine tradizionale del prete, maschio e celibe: nonostante la drammatica riduzione delle vocazioni e gli scandali sessuali del clero. Ha propugnato, aggiunge Küng, l’ecumenismo: ma ha fortemente ipotecato le relazioni con le Chiese ortodosse e riformate. Ha tuonato contro il capitalismo e la fame nel mondo: ma continuando a negare la contraccezione. Anche i cattolici più critici riconoscono il trionfo del suo pontificato: ma ai limiti della papolatria.

Con l’esaltazione di una Chiesa trionfante che ricorda i tempi lontani in cui il pontefice romano fermava invasioni barbariche, scomunicava imperatori. Da parte laica, ricordiamo due scritti: di Umberto Galimberti, (L’Espresso, 14 aprile 2005) e di Franco Ferrarotti («I documenti» di Panorama, 7 aprile 2005). Per Galimberti il papa ha avuto entusiasti consensi avendo espresso esteriorizzazione, dato vita a una Chiesa trionfante, populista, demagogica, televisiva. Ha trovato riscontro in masse pronte a cedere alla dimensione carismatica un po’ infantile. Ferrarotti parla di neoautoritarismo romano. Ricorda la vita difficile, sotto questo pontificato, della Teologia della liberazione. Le ambiguità nei confronti della scienza e delle sue scoperte. Affronta il tema delle indubbie capacità comunicative del pontefice: fino all’ultimo, quando parlava il suo silenzio. Restano, a suo parere, dubbi di fondo: è il papa che ha usato i media o sono questi che ne hanno utilizzato l’immagine, celebrando il proprio trionfo? Perché la Tv «in realtà, serve se stessa, obbedisce alla sua logica interna, ingoia, riduce e traduce nel suo linguaggio d’immagine ogni altro discorso. Il sacro televisivo è dunque un sacro orizzontale, che non implica trascendenze e che manca di profondità verticale. Il mezzo televisivo distrugge qualsiasi ritualizzazione, il senso del “popolo di Dio” e del corpo mistico»: ma il concetto di «popolo di Dio», così presente ai tempi del Vaticano II, dei precedenti pontefici, era già desueto. Offuscato – con la Teologia della liberazione, con i tanti tradizionali soggetti di mediazione tra credo religioso e fedeli – dall’unica accecante luce che ha illuminato, per anni, il pontefice.

Cosa ci attende, in un prossimo futuro? La creazione di un santo: gli indizi ci sono tutti, anche i racconti mitici intorno alla morte del papa: vi è chi ha sentito un tuono, prima dell’evento. Chi ha visto una stella in più splendere in cielo. Chi ha visto il pontefice dopo la sua morte. Si è parlato di miracoli in vita (Bruno Vespa, «Porta a porta» dell’8 aprile), di un dossier crescente.

Chiara Lubich, fondatrice dei Focolarini, si è doluta del lungo iter per la canonizzazione, finiti i tempi della proclamazione della santità a furor di popolo: dimenticando di cosa sono state capaci le masse nel XX secolo. Ratzinger nella sua omelia per le esequie ha parlato del pontefice affacciato alla finestra del cielo. Di un papa Grande: preludio probabile a un processo di santificazione.

Ora, caduti i clamori, cessato il tifo da stadio, rientrati nelle usuali occupazioni i «papaboys», cosa attenderà la Chiesa cattolica e noi tutti che in Italia viviamo? Inevitabilmente si riproporranno con forza tutti gli scomodi temi scomparsi – ma non risolti – sotto questo pontificato: dal ruolo delle donne nella Chiesa a quello del celibato del clero e della ricerca teologica. Della bioetica e della concezione della natura da parte della Chiesa.

Restano poi i grandi problemi che caratterizzano i nostri tempi, su cui il papa è intervenuto con inascoltate perorazioni: la pace, la fine della guerra in Iraq, i problemi dei paesi poveri. Il terrorismo internazionale… Cosa augurarsi? Vorrei aggiungere la mia alle voci di chi si augura un papato tranquillo, meno esibito e gridato.

Wojtyla lascia una grande immagine di sé: alle esequie vi erano i potenti del mondo. Molti stati hanno dichiarato il lutto nazionale. Ma forse egli non lascia una Chiesa altrettanto grande e solida. Oggi anzi essa appare per certi versi meno credibile di quanto non lo fosse anni fa, ai tempi del pontificato di Paolo VI o di Giovanni XXIII.

C’è da augurarsi che Benedetto XVI curi la sua diocesi, la sua Chiesa. Che sia capace di ascoltare le tante voci troppo a lungo, nella comunità cristiana, accantonate. Credo che cattolici e non cattolici possano avere una comune attesa: un certo depotenziamento del papato.

Maria Immacolata Macioti

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