L’ostacolo maggiore è la paura della pace
Publichiamo alcuni estratti di un’intervista concessa il 18 marzo dal patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Michel Sabbah, al servizio d’informazione della Custodia di Terra santa, quasi così riassumendo le sue idee sulla pace ripetute durante il suo mandato pastorale che, iniziato nel 1987, sta per concludersi.
Gli israeliani vogliono la pace e la sicurezza; i palestinesi vogliono l’indipendenza e, anche loro, pace e sicurezza. E sono capaci di ottenerla. C’è una grande opposizione per ragioni ideologiche e politiche, per «paura della pace». A mio parere, il più grande ostacolo alla pace è la paura della pace. In Israele, la pace è un rischio che gli israeliani considerano prematuro correre. È un rischio che li porterebbe a permettere ai palestinesi di diventare più forti e di sviluppare i loro mezzi di resistenza e violenza. Per questo gli israeliani hanno paura della pace [...]. Gli israeliani hanno i loro bisogni e così i palestinesi. Dal mio punto di vista, in entrambi i casi, sono esseri umani con la stessa dignità, gli stessi diritti e gli stessi doveri. In quanto palestinese e cristiano credo che ognuno dovrebbe avere ciò che gli è dovuto: per Israele il riconoscimento del suo Stato, la sicurezza, la pace e la fine del bisogno di mandare i propri militari e riservisti ad uccidere ed essere uccisi. Per i palestinesi è la stessa cosa. Il problema è intraprendere un cammino verso la pace, porre fine a tutto ciò che ha a che fare con miliziani, gruppi paramilitari ed ogni forma di violenza attiva dalla loro parte [...].
La più grande responsabilità di decisione è nelle mani degli israeliani. Se dicessero: «Abbiamo deciso di stipulare la pace», ci sarebbe la pace. I palestinesi sono pronti. Il mondo arabo è pronto a normalizzare le relazioni con lo Stato di Israele. I palestinesi hanno già scelto la pace, stanno negoziando per ottenere la pace. Israele non ha ancora deciso, c’è grande dissenso contro questa decisione. Gli israeliani hanno paura della pace, per loro è un rischio. Si getterebbero verso l’ignoto e questo aumenterebbe la loro insicurezza. A mio parere, il solo futuro possibile per Israele è la pace. La violenza comporta una minaccia permanente alla loro sicurezza, persino alla loro esistenza. La popolazione palestinese sta crescendo, il 20% degli abitanti di Israele è palestinese. In un domani quel 20% diventerà 40% o 50% e la caratterizzazione ebraica dello Stato scomparirà, e di conseguenza sarà Israele stesso a scomparire in quanto stato ebraico. Sta a loro prendere una decisione, e per loro la salvezza risiede solo nella pace. Il rischio di morte e insicurezza non sta nella pace, ma nel proseguire questa guerra [...].
Ho incontrato [il premier Ehud] Olmert, che ha una concreta volontà politica. Ha deciso per la pace ma, come ha detto lui stesso, sta incontrando degli ostacoli: l’estrema destra, i fondamentalisti, i gruppi religiosi che credono che l’intero territorio debba rimanere israeliano, e che nemmeno una minima parte debba essere concessa ai palestinesi. E i partiti religiosi hanno potere, hanno alcuni seggi nella Knesset: sono l’opposizione con cui Olmert deve misurarsi.
Hamas esiste. Hezbollah esiste. Sono effettivamente una minaccia. Ma ciò che fa sì che Hamas esista e cresca è questa situazione di guerra caratterizzata da ingiustizie, povertà e miseria, e fino a quando la situazione rimarrà invariata Hamas continuerà ad esistere, con le sue dichiarazioni e la sua volontà di distruggere lo Stato d’Israele. Ma qualora ci fosse una pace seria e duratura l’influenza di Hamas e Hezbollah diminuirebbe fino a scomparire. Ci saranno sempre estremisti tra i palestinesi, come ce ne saranno sempre tra gli israeliani, ma saranno ridotti ad una minoranza priva di ogni influenza sul futuro del paese.
Israele, l’Unione europea e la comunità internazionale devono parlare con l’Autorità palestinese [Anp] e accettare che essa si riconcili con Hamas. [...] Ma appena Hamas entra a far parte del governo la comunità internazionale boicotta tutto ciò che è palestinese. Ma non si può costruire la pace con una sola parte del popolo palestinese. Ci sono più di un milione e mezzo di persone nella striscia di Gaza. E questo va tenuto in conto. Quindi i due gruppi [Hamas e Anp] devono unirsi e diventare un’unica entità palestinese, rappresentando in maniera congiunta il volere dei palestinesi, in modo che la comunità internazionale e Israele possano intraprendere accordi di pace. Ma fino a che Hamas sarà soggetta a boicottaggio e fino a che, non appena entrata nel governo, ci sarà un boicottaggio dell’intera popolazione palestinese, siamo in un vicolo cieco. Questa alleanza non dipende solo da Abu Mazen, ma anche dalla comunità internazionale [...].
Ciò che può cambiare qui, nella nostra situazione – una situazione di conflitto – è che i palestinesi stiano da una parte e gli Israeliani dall’altra: soluzione che tutti i palestinesi, sia cristiani che musulmani, sostengono. Hanno capito che una nuova figura potrebbe parlare in loro favore, prendere le loro parti e agire per la pace. Ma bisogna sempre fare attenzione, perché se diciamo agli israeliani «Siete in pieno diritto di servire e proteggere il vostro popolo» e ai palestinesi «Siete palestinesi, siete in pieno diritto di servire e proteggere il vostro popolo», un prete, un vescovo, che sia palestinese o meno, deve essere a disposizione di chiunque. Non si limita al proprio popolo, serve il proprio popolo, ma allo stesso tempo serve qualunque essere umano con il quale convive; e qui noi conviviamo con due popolazioni. Perciò la nostra responsabilità, in quanto vescovi e in quanto cristiani, include, copre e si estende sui palestinesi e sugli israeliani. Ora, i palestinesi sono il popolo oppresso, sono sotto occupazione e noi diciamo: «L’occupazione deve arrivare a una fine». Diciamo invece agli israeliani: «Voi siete gli occupanti e dovete porre fine a questa occupazione».
Michel Sabbah
(La traduzione è a cura di Jacopo Botticelli)
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