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Lo Stato di Israele compie sessant’anni

Il 14 maggio 1948 per lo Stato di Israele arrivò il giorno tanto atteso dell’indipendenza. Gli arabi palestinesi, invece, ricordano quella data come la loro «naqba», la catastrofe, cui seguì una guerra dei paesi arabi confinanti contro il nuovo Stato, vinta da Israele. Un breve bilancio di come si vive oggi in quelle terre.

Il 14 maggio 1948 Israele si autoproclamò Stato d’Israele. Era, questo, un passaggio cruciale legato ad un evento accaduto pochi mesi prima: il 29 novembre 1947 l’Assemblea delle Nazioni Unite, con la risoluzione 181, aveva approvato la spartizione della Palestina – dal 1917 de facto, dal 1922 de jure sotto il Mandato britannico, dopo che nei quattro secoli precedenti era stata sotto il dominio ottomano. Al costituendo Stato ebraico veniva assegnata poco più della metà del territorio (nell’insieme vasto come la Sicilia), e al costituendo Stato arabo poco meno; Gerusalemme diventava invece «corpus separatum», sottratto ai due contendenti e governato direttamente dall’Onu. Gli Stati arabi, e i leader arabi della Palestina, respinsero questa spartizione, approvata invece dai leader della comunità ebraica in Palestina, e soprattutto, dagli Stati Uniti d’America e dall’Urss allora dominata da Stalin.

Gli scontri che, dopo la decisione della spartizione, si innescarono in Palestina tra le formazioni arabo palestinesi e quelle ebraiche, si trasformarono in una guerra dei paesi arabi confinanti con Israele contro il nuovo Stato. Il quale vinse quella guerra; se esso considera dunque il 14 maggio 1948 il giorno atteso e glorioso della sua indipendenza, gli arabi palestinesi ricordano invece quella data come la loro «naqba», la catastrofe.

Non è questa la sede per fare la storia dei sessant’anni drammatici che ci stanno alle spalle; il problema è che, ancor oggi, assai lontana appare la pace nella giustizia tra lo Stato di Israele, che c’è, e deve esistere, e lo Stato di Palestina (formato dalla Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme-Est) che invece non c’è e deve assolutamente essere creato.

Senza addentrarci in complesse analisi, per parlare, brevemente, dell’oggi, riportiamo un’intervista all’ambasciatore israeliano in Italia e le testimonianze di un’ebrea israeliana e di un arabo palestinese che, partendo dalla loro concreta esperienza vissuta, ci parlano di Israele che compie 60 anni, della Palestina che ancora non c’è, e cercano la loro strada, affrontando grandi sofferenze e coltivando grandi speranze.
Aggiungiamo, poi, la testimonianza del patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Michel Sabbah che, per singolare coincidenza, proprio quest’anno ha compiuto i 75 anni, e che sta andando in pensione, sostituito nella sua carica dal vescovo coadiutore monsignor Fouad Twal, 67enne. Sabbah è un palestinese, nato nel 1933 a Nazareth, allora città del Mandato britannico; Twal è un giordano ma, ecclesiasticamente, i latini della Giordania dipendono dal patriarca di Gerusalemme. Sabbah – in un’intervista – fa un rapido bilancio del suo servizio patriarcale, iniziato nell’87, e spiega come egli vede la via della pace tra Israele e la costituenda Palestina.

I fedeli di tutte le Chiese cristiane, nel loro insieme, sono meno del 2% dei circa 10,8 milioni di cittadini d’Israele e dei Territori palestinesi; dunque, una piccola minoranza che arricchisce il già complesso puzzle mediorientale.

Gian Mario Gillio

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