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L’importanza di questo anniversario

Riportiamo alcuni brani dell’intervista all’ambasciatore israeliano in Italia uscita sul numero di marzo del mensile «Shalom».

Gideon Meir

«La stampa europea presenta Israele sotto una luce molto negativa, ignorandone completamente il contesto. Il pubblico europeo conosce Israele solo attraverso il conflitto mediorientale. Non si sa che Israele è anche un paese democratico, con valori democratici, con libertà di parola e diritti civili universali, di cultura meravigliosa, con una fioritura economica notevolissima rispetto all’occidente. Tutto ciò è ignorato. Credo che il sessantesimo anniversario sia per noi l’occasione per portare alla luce e a conoscenza degli italiani l’altro volto di Israele, il contesto. Il conflitto è contro un paese sovrano, ebraico, democratico, che ha valori universali: è molto importante che il pubblico italiano capisca questo. Noi faremo in modo che tutto ciò venga compreso attraverso una lingua che è sicuramente condivisa dagli italiani, la lingua della cultura: musica, arte figurativa, scultura. Organizzeremo seminari su Israele e sul Medio Oriente ascoltando professori che parleranno anche di tecnologia, campo nel quale siamo uno dei paesi più avanzati. Ma, prima di ogni altra cosa, tramite la musica. A questo aggiungo che in Italia gli scrittori israeliani, dell’importanza di Oz, Shalev, Grossman, Yeoshua, Appelfeld (sperando di non aver dimenticato nessuno), sono tra i più letti: anche attraverso la letteratura noi dobbiamo rappresentare e mostrare l’altra faccia di Israele».

Vari scrittori israeliani sono stati oggetto di un boicottaggio culturale per la prossima Fiera del Libro di Torino. Come giudica questa vicenda?

La Fiera del libro di Torino è una delle più belle occasioni per celebrare il sessantesimo anniversario di Israele, la sua letteratura e la sua cultura. Il fatto che Israele sarà il paese ospite è per noi un grande onore. Purtroppo questa occasione è anche un tentativo della sinistra estrema di fare quello che succede in Inghilterra: delegittimare Israele, far sì che ciò che accade in alcune università inglesi accada anche qui. E io credo che sia un dovere prioritario della comunità ebraica italiana e dello Stato di Israele, attraverso il team della sua ambasciata, evitare che questo succeda. Questa delegittimazione è la cosa più grave che possa capitare ad uno Stato sovrano.

La società e le esigenze sociali, anche in Israele, cambiano costantemente. Si parla molto di post sionismo e di modifiche alla Legge del ritorno.

Non mi sembra che si voglia cambiare la Legge del ritorno. Questa è una legge basilare e fondamentale, istituita da David Ben Gurion per permettere a tutti gli ebrei di esercitare il diritto di fare l’_aliyah_ [ritornonella terra promessa, ndr]. Ciò che è importante sottolineare è che lo Stato di Israele è un edificio comune dell’ebraismo mondiale, che non appartiene solo a chi vi risiede, ma a tutti gli ebrei del mondo. Tuttavia esiste un ruolo chiaro e specifico tra chi vive nello Stato e chi vive fuori: il dialogo fra noi può esistere su decisioni importanti che riguardano la difesa dello Stato, il nostro futuro, i confini, i rapporti con i vicini. Da questo punto di vista ci deve essere un dialogo tra noi e gli ebrei del mondo. Ma il processo decisionale spetta a chi vive dentro Israele, spetta a chi manda i figli a fare la tzavà [entrare nell’esercito, ndr] e la fa lui stesso, spetta a chi vive quotidianamente nel paese.

Quali sono le preoccupazioni e le prospettive per i prossimi anni? È di pochi giorni fa il Rapporto-Vinograd che ha ritenuto Olmert inadempiente per la II guerra del Libano.

Prima di tutto bisogna precisare che questa istituzione è un fatto unico e particolare di Israele. Non esiste in nessun altro paese una commissione che giudica i rappresentanti di governo per come hanno agito in situazioni di crisi. Serve un coraggio enorme. Gli ebrei amano molto fare un esame di coscienza e giudicarsi. Mi piacerebbe sapere quali altri paesi hanno un tale coraggio, di giudicarsi e confrontarsi così intimamente. Il Rapporto non viene a dire che il governo deve dimettersi, ma ci dice dove e come abbiamo sbagliato, viene per correggere gli errori fatti.

Crede che i rapporti tra Israele e l’Europa siano mutati in seguito agli ultimi eventi politici susseguitesi in Medio Oriente, dal lancio di missili nel sud del paese al ritiro da Gaza alla II Guerra del Libano, solo per citarne alcuni?

Per quanto riguarda i rapporti con l’Europa bisogna registrare notevoli progressi, progressi iniziati senza alcun dubbio subito dopo il ritiro da Gaza nel 2005. Tuttavia credo che vengano usati ancora toni forti con noi, come in occasione del lancio di missili su Sderot: l’Europa, e purtroppo anche l’Italia, tacciono. Questo è un fatto che mi intristisce molto: anche lì ci sono persone che soffrono! Quando Israele reagisce, viene subito criticata. Per esempio, per quanto riguarda l’energia a Gaza: è stata tagliata da Hamas al fine di creare un’immagine distorta di Israele, e tutti i leader europei sono caduti nella loro trappola. Ma non è così, Israele non taglia l’energia a Gaza, ma nessuno dice che gli stessi uomini che ad Ashqelon erogano l’energia, sono quelli sui quali arrivano i razzi kassam. Su questo non si dice neanche una parola.

(intervista a cura di Paola Abbina)

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