Le scelte di Prodi tra prudenza e coraggio
Sulla laicità – come del resto su molte altre questioni – le forze politiche che compongono la maggioranza di governo hanno posizioni molto differenziate. Si tratta di una materia a rischio, su cui sarà difficile che Prodi riesca a prendere decisioni innovative, perché correrebbe comunque il rischio di scontentare qualcuno.
La laicità dello Stato, condizione necessaria perché il pluralismo delle idee e dei riferimenti religiosi di una società possa contribuire all’arricchimento dell’intera comunità, ha bisogno per affermarsi in concreto di una cultura politica che, riconoscendo piena legittimità alla molteplicità delle posizioni etiche, sappia tradurre in apparati normativi quel legittimo orizzonte di attese che dal confronto plurale deriva. Non sempre, tuttavia, la politica, prigioniera delle scadenze elettorali e dei complicati equilibri che le accompagnano, sa farsi interprete e guida della società, predisponendo misure legislative coerenti con i bisogni emergenti dalla mutevolezza dello scenario sociale. Non è un caso che negli ultimi anni si sia assistito anche in Italia alla ricomparsa di anacronistiche tendenze neoconfessionali e come alla crescente secolarizzazione della società, cui sempre più spesso sono dedicate analisi sociologiche e rapporti di organismi di ricerca, abbia fatto da contraltare l’accresciuto peso delle gerarchie vaticane sulle scelte di una classe politica orfana, da più di un decennio, di un grande partito di impronta confessionale. D’altro canto al rischio da più parti denunciato di una progressiva teologizzazione della politica – premessa di una inaccettabile ideologizzazione della fede, cui oltretutto contribuirebbe l’anomala alleanza fra la Chiesa cattolica e i cosiddetti «atei devoti», fautori questi ultimi di un cristianesimo ridotto a religione civile dell’Occidente e ad argine contro il diffuso relativismo etico e culturale – i laicisti hanno sovente contrapposto, con marcati accenti di anticlericalismo, altrettanto furore ideologico nella denuncia delle ingerenze vaticane, dando in questo modo prova di fragilità culturale. E la politica, che è specchio ed espressione delle contraddizioni che scuotono la società, oggi più che mai sembra barcamenarsi con difficoltà in questo complesso scenario.
Le tante anime della maggioranza
Dopo la recente e travagliata stagione elettorale vissuta dal paese, segnata dal consueto corollario di acrobazie dialettiche da parte dei partiti e degli schieramenti politici, il secondo esecutivo Prodi e la maggioranza che lo sostiene sono attesi alla quotidiana e faticosa prova dei fatti. E proprio il terreno della laicità e dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa cattolica, debitamente cauterizzato negli ultimi mesi da dichiarazioni a mezza bocca e da linee programmatiche sul punto particolarmente evasive, appare in tal senso fra i più insidiosi. La sfida, a ben vedere, va decisamente oltre l’angusto recinto dei provvedimenti che ci si può legittimamente aspettare verranno adottati: essa attiene molto più al quadro culturale complessivo del paese, alla capacità della classe politica non solo di farsi interprete della pluralità delle visioni etiche della società, quanto di offrire un contributo decisivo alla costruzione di uno spazio pubblico del confronto ove tutti e ciascuno possano sentirsi pienamente accolti e non discriminati, nel pieno rispetto dei principi di libertà. La laicità, lungi dallo scadere in tacita accettazione della incomunicabilità fra gli universi etici e in una ideologia del relativismo, in tal senso potrebbe davvero assurgere a fondamentale collante di un tessuto sociale variegato, vivificandone la ricchezza delle posizioni, fino a porsi essa stessa come etica della libertà e della responsabilità.
Divisa al proprio interno fra anime che vantano orgogliosamente riferimenti culturali e religiosi diversi, la maggioranza di governo difficilmente sarà in grado di improntare con determinazione la propria azione verso la costruzione di un’autentica laicità del confronto, ma non potrà certo esimersi dall’affrontare questioni che investono i delicati temi della libertà religiosa e della laicità dello Stato.
Un primo banco di prova, a tal riguardo, è rappresentato dall’universo dei rapporti fra lo Stato, la Chiesa cattolica e le altre realtà confessionali. Nonostante alcuni solleciti in tal senso, non è ragionevole ipotizzare per i prossimi anni alcuna rivisitazione del quadro concordatario sottoscritto fra la Santa Sede ed il governo italiano nel 1984, né in sede bilaterale, né unilateralmente; ragioni di ordine pratico e di opportunità politica spingono al mantenimento dello status quo, formalmente ispirato al principio della separazione dei due ordini sancito dall’articolo 7 della Costituzione. Le conseguenze derivanti dall’immutabilità dello scenario complessivo continueranno ad aversi anche in materia di insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica italiana, anch’essa di derivazione concordataria; nessuna modifica degli attuali programmi scolastici che, superando l’attuale logica confessionale, possa contemplare per esempio lo studio della storia delle religioni, potrà infatti essere realisticamente attuata dal governo senza che si metta mano al Concordato, fatta comunque salva la possibilità di improntare nel suo complesso il sistema dell’istruzione al dialogo interculturale ed interreligioso. Analogamente, nessuna modifica degli strumenti di finanziamento del clero cattolico, incluso il meccanismo dell’otto per mille, potrà essere unilateralmente predisposta dall’esecutivo senza una rivisitazione complessiva dei rapporti fra i due ordini. Tuttavia, anche a fronte delle incertezze interpretative che hanno di recente caratterizzato la giurisprudenza amministrativa su controversie quali l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici, è del tutto auspicabile il definitivo superamento di normative, varate in epoca fascista ed ancora oggi vigenti (dalla legge sui «culti ammessi» alle norme regolamentari di tutela della religiosità dominante), che appaiono manifestamente in contrasto con gli attuali principi di libertà di coscienza, di religione e di laicità dello Stato. È viceversa difficile, se non impossibile, ipotizzare un ridimensionamento del finanziamento alle scuole private attraverso lo strumento dei buoni scuola: giova in tal senso ricordare come a predisporre la misura sia stata la legge 62/2000, approvata in Parlamento proprio da una maggioranza di centrosinistra.
Intese e legge sulla libertà religiosa
Doverosa appare invece l’inaugurazione di una nuova stagione di Intese con le confessioni religiose che ne abbiano fatto richiesta, dall’Unione induista alla Chiesa apostolica, dopo anni di inesplicabile chiusura da parte dei precedenti esecutivi. Un segnale preoccupante è oltretutto venuto, nel periodo del governo di centrodestra, dal mancato recepimento con legge delle due Intese sottoscritte dal governo italiano nel 2000 con la Congregazione cristiana dei testimoni di Geova e l’Unione buddhista italiana; un ritardo senza precedenti e certamente non casuale, visto che nella scorsa legislatura non sono stati presentati in Parlamento neppure i relativi disegni di legge. A tale lacuna deve peraltro sommarsi la mancata adozione di una organica legge sulla libertà religiosa che, già discussa sul finire della XIII legislatura, non ha superato gli ostacoli e le critiche, piovute soprattutto dagli ambienti vicini alla Lega Nord, nel corso della XIV. L’approvazione di una legge in materia, che oltre a specificare il profilo della libertà individuale di religione possa anche definire in modo puntuale la procedura per la stipula delle nuove Intese, sarebbe propedeutica alla positiva definizione dei rapporti con la comunità religiosa straniera più numerosa presente in Italia dopo quella cattolica, l’islamica, vero fattore nodale dei futuri rapporti fra le confessioni religiose nel nostro paese.
Privilegi economici della Chiesa cattolica
Il secondo versante di interventi, auspicabili quanto difficilmente perseguibili anche dall’attuale maggioranza parlamentare, riguarda la puntuale rivisitazione delle norme che a vario titolo conferiscono dei benefici economici in particolar modo agli istituti della religione cattolica. Il coacervo di disposizioni andrebbe infatti razionalizzato onde consentire non solo di poter quantificare in modo puntuale il flusso di denaro pubblico destinato al finanziamento degli apparati della Chiesa cattolica, ma anche di poterlo liberare da quei connotati di anacronistico privilegio che talvolta sembra assumere. È inoltre opportuno chiedersi se la misura che ha esentato dal pagamento dell’Ici gli immobili delle realtà confessionali non destinati ad attività di culto – misura che in larghissima parte favorisce proprio il mondo cattolico – non debba essere rivista anche in nome di un principio di solidarietà collettiva cui tutti, e in primo luogo proprio le organizzazioni religiose, dovrebbero contribuire. Il riconoscimento della funzione sociale esercitata dalle chiese, addotto spesso a giustificazione dell’esonero dall’imposta, non dovrebbe infatti liberare le stesse dal contribuire, in ragione del loro rispettivo peso economico, agli oneri che gli enti locali sostengono per adempiere a fondamentali principi di equità sociale. Anche in questo caso, tuttavia, è fin troppo facile prevedere che la misura fiscale non sarà reintrodotta, con le ben intuibili conseguenze per le già magre casse dei comuni.
I temi «eticamente sensibili»
L’ultimo versante, per certi versi il più controverso e delicato, è quello che riguarda l’adozione di norme eticamente sensibili o che attengono alla sfera dei diritti individuali. Il terreno è davvero insidioso, ma è quello nel quale, nonostante i mille distinguo emersi nella maggioranza ed il tuonare minaccioso delle gerarchie ecclesiastiche persino di fronte all’introduzione di misure dal modesto spessore innovativo, sono realisticamente ipotizzabili dei miglioramenti alla normativa vigente. Per la verità il programma dell’Unione di centrosinistra, mentre appare sufficientemente definito su temi come la formulazione delle nuove unioni civili e l’adozione di misure di garanzia per i malati terminali (dal rifiuto dell’accanimento terapeutico al testamento biologico), sembra glissare del tutto su altrettanti nodi cruciali come la rivisitazione della normativa sulla fecondazione assistita, la possibilità di sperimentazione clinica sulle cellule staminali embrionali e la riduzione dei tempi di divorzio.
La speranza è che in seno a questa maggioranza il coraggio e la determinazione necessari per l’adozione di misure sagge ed equilibrate, ma pur sempre fortemente innovatrici in materia di diritti individuali, possano prevalere sugli eccessi di prudenza politica.
Gianluca Polverari