Le due Palestine senza Stato
Che si tenga, o no, la Conferenza di pace ad Annapolis, rimane cruciale la questione di Gaza. Infatti, le punizioni collettive inferte da Israele e l’aspro e irrisolto contrasto tra Hamas ed al Fatah allontanano la creazione di uno Stato palestinese vero e proprio. A pagare il prezzo, intanto, è soprattutto la popolazione civile.
L’hanno chiamata «Hamastan», per alcuni è il primo passo verso il fallimento del sogno di uno stato palestinese che comprenda sia la Cisgiordania che la Striscia di Gaza, per altri, a partire dal governo israeliano, è un’«entità ostile». A prescindere dalle interpretazioni politiche, la Striscia di Gaza resta uno dei tanti esempi di come oggi, nel 2007, la politica si faccia ancora sulla pelle delle persone. In questo caso, del milione e mezzo di abitanti della Striscia che da un anno e mezzo vivono in una prigione a cielo aperto.
Se c’è una cosa in comune tra le varie parti del conflitto, questa sembra essere proprio l’atteggiamento verso i palestinesi della Striscia: l’obiettivo comune è «prenderli per fame». Lo spiega bene il corrispondente del quotidiano israeliano progressista Ha’aretz Avi Issacharoff: «È emerso un paradosso: il governo israeliano, gli Stati Uniti e Fatah credono che ponendo una maggiore pressione sugli abitanti di Gaza, la gente rovescerà il regime mentre il gruppo islamico sta facendo del suo meglio per chiudere i confini, forse sperando che, se soffre di più, la gente si metterà dalla parte di Hamas». In mezzo, un milione e mezzo di persone che vivono in una delle zone più dense e più povere del pianeta, e che rischiano di diventare completamente dipendenti dagli aiuti umanitari. Ma facciamo un passo indietro per capire come si è arrivati al «paradosso» di Gaza.
La speranza per Gaza inizia nell’estate del 2005, con il ritiro unilaterale deciso dal governo israeliano, e finisce all’inizio del 2006. Le elezioni del 25 gennaio vedono il trionfo di Hamas, il movimento estremista islamico che gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno inserito nella lista nera dei movimenti terroristici: un voto da cui traspare una radicalizzazione che avanza nella società ma anche una forte critica verso la vecchia leadership di al-Fatah, giudicata corrotta e incapace di ottenere risultati concreti a favore della popolazione palestinese, che negli ultimi anni ha visto crescere senza sosta gli insediamenti israeliani e il «muro di sicurezza» nei territori occupati.
Così, nel marzo 2006, Hamas forma per la prima volta un governo: la comunità internazionale non gradisce e pone in essere un embargo contro l’Autorità palestinese. Questa prima ondata di restrizioni, che colpisce sia Gaza che la Cisgiordania, ha conseguenze pesanti sulla popolazione, a cominciare dai 160.000 dipendenti pubblici che per mesi non si vedono pagare gli stipendi da un’Autorità lasciata a secco.
Per Gaza le cose peggiorano a giugno 2006: il 25 viene rapito il giovane soldato israeliano Gilad Shalit, di cui tuttora non si hanno notizie; la risposta israeliana arriva dopo tre giorni, con l’operazione «Pioggia estiva», in cui tra l’altro viene bombardata l’unica centrale elettrica della Striscia. Intanto nasce, nel marzo 2007, un governo di unità nazionale, ma la convivenza forzata di Hamas e Fatah è attraversata da mille tensioni, nate in gran parte nelle ali estreme delle due parti: quelli di Hamas non vedono di buon occhio la collaborazione con un partito giudicato troppo arrendevole verso Israele, mentre ai «moderati» di Fatah non piace la legittimazione politica ottenuta da Hamas, che reputano in definitiva responsabile per l’embargo imposto dalla comunità internazionale.
Le tensioni scoppiano all’inizio del giugno 2007 e degenerano in una guerra civile che insanguina la Striscia di Gaza. Le milizie legate alle due parti in conflitto non si fanno scrupolo di coinvolgere la popolazione civile in un conflitto per un potere che non esiste. Il 13 giugno, durante un corteo che chiedeva la fine delle violenze, un manifestante viene ucciso e diversi vengono feriti.
Nei combattimenti, denuncia Amnesty international, vengono danneggiati ospedali, scuole e ambulanze: il 12 giugno viene attaccato con granate e mortai il Gaza City’s Shifa Hospital, il più grande di Gaza. «Le forze di sicurezza di Fatah e Hamas – si legge in un comunicato di Amnesty – hanno entrambe dimostrato un profondo disprezzo per i principi fondamentali del diritto umanitario e hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani (...). Le forze di sicurezza hanno alimentato scontri armati, ucciso e ferito civili non coinvolti negli scontri nella più totale impunità». Human rights watch ha accusato le due fazioni di crimini di guerra, a causa delle uccisioni di civili e delle esecuzioni sommarie.
Dopo una settimana di scontri e diverse decine di morti, Hamas prende il controllo della Striscia di Gaza. Il presidente palestinese Abu Mazen (di Fatah) scioglie l’esecutivo di unità nazionale, espelle Hamas dal governo e nomina l’ex ministro delle Finanze, il filo-occidentale Salam Fayyad, primo ministro alla guida di un governo tecnico di emergenza. Governo rifiutato da Hamas, che insedia a Gaza il «suo» primo ministro Ismail Haniyeh. Si compie così quella che, per il movimento islamico uscito vincitore dalle elezioni del gennaio 2006, è una legittima affermazione del proprio potere, ma che per Israele e la comunità internazionale resta un colpo di stato. E si compie anche la separazione, al momento apparentemente irreversibile, tra i due pezzi di Palestina, che in realtà erano stati uniti solo dall’occupazione israeliana iniziata con la guerra dei sei giorni del 1967. Dal 1993, per oltre dieci anni, l’Autorità palestinese aveva tentato senza riuscirci di aprire un corridoio sicuro tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania; tentativi bloccati a tempo indeterminato dalla costruzione, da parte di Israele, del muro attorno ai confini con la Cisgiordania.
L’insediamento del governo di Hamas a Gaza, oltre a stravolgere gli equilibri politici della regione e a rimandare a chissà quando la formazione di uno stato palestinese unitario, ha anche delle importanti ricadute sulla popolazione palestinese. È una costante del Medio Oriente, del resto: spesso sono le scelte politiche a decidere il livello di vita della popolazione. E allora, visto che gli israeliani intendono rafforzare il partito di al Fatah del presidente Abu Mazen, unico interlocutore possibile di Israele (che si rifiuta di negoziare con chi, come Hamas, non ha ancora riconosciuto il suo diritto a esistere), dopo 15 mesi di isolamento la Cisgiordania torna a respirare. Il 18 giugno, infatti, Stati Uniti e Unione europea revocano l’embargo che avevano imposto all’Autorità palestinese dopo l’entrata al governo di Hamas, e Israele sblocca le centinaia di milioni di dollari (tra i 600 milioni e un miliardo) di entrate fiscali dovute ai palestinesi che erano state appunto trattenute a causa dell’embargo. A Gaza non succede niente di tutto ciò. Anzi, per peggiorare le cose, da qualche mese i militanti di Hamas e di altri gruppi armati, tra qui le Brigate al Qassam e le Spade dell’islam, attaccano quasi quotidianamente le città israeliane oltre il confine (in particolare Sderot) con lanci di razzi e missili Qassam. E le conseguenze di tutto questo le pagano, come sempre, i civili, colpiti non solo dall’isolamento economico, ma anche dai raid aerei israeliani con cui il governo di Tel Aviv risponde agli attacchi che partono dalla Striscia.
Il 20 settembre, il Consiglio di difesa del governo israeliano ha dichiarato Gaza «entità nemica»: un passo per niente simbolico che, oltre a evidenziare lo stato di tensione a cui si è arrivati, potrebbe preludere a nuove sanzioni economiche contro «Hamastan». Anche se il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni ha subito puntualizzato: «Ridurremo l’erogazione dei servizi senza tuttavia provocare un’emergenza umanitaria». In realtà, come dicono le organizzazioni umanitarie, un’emergenza umanitaria a Gaza non verrà provocata, perché già c’è.
Il milione e mezzo di persone che vive nella Striscia è formato per il 60% da rifugiati o da discendenti di rifugiati: molti vivono nei campi profughi sin da quando sono scappati dalle loro case durante la guerra del 1948, molti ci sono nati e non conoscono altra realtà. Un po’ come succede in certe zone della Cisgiordania, solo che qui la popolazione sta molto peggio, con il 70% delle persone che vive sotto la soglia di povertà (meno di due dollari al giorno). È anche una delle popolazioni più giovani del mondo: il 50% ha meno di 15 anni e ogni donna fa nascere in media cinque o sei figli; andando avanti così, si stima che entro il 2010 la popolazione della Striscia raggiungerà i due milioni.
Non si è mai vissuto bene nei territori occupati, ma di sicuro con l’imposizione delle sanzioni economiche, da un anno e mezzo la situazione si è fatta critica. I valichi di confine, lo spazio aereo e il mare di Gaza sono sotto il controllo israeliano, che può decidere quanto e quando aprire e chiudere il passaggio. E dallo scorso giugno il passaggio è quasi sempre chiuso, tranne che per gli aiuti umanitari. Le industrie e le aziende agricole di Gaza, che avevano in Israele il principale mercato di sbocco, non potendo più esportare le proprie merci sono andate in crisi. Come racconta l’europarlamentare Luisa Morgantini, dopo un viaggio compiuto a Gaza a settembre, «le fabbriche situate nella zona industriale di Karni sono chiuse e nei magazzini ci sono centinaia di quintali di materiali, mobili già pronti da esportare in Israele o in Giordania, vestiti da vendere per la stagione estiva ormai finita». Non si esporta, quindi non si produce, quindi non si lavora.
Già alla fine del 2006, un rapporto dell’ong francese Médecins du monde, realizzato intervistando 1487 persone a Gaza, metteva in evidenza che il 35% del campione non aveva un lavoro stabile, e tra quelli che l’avevano il 30% veniva pagato in nero. Non ci sono statistiche ufficiali, ma sicuramente dopo altri mesi di isolamento economico e di crisi industriale, la situazione non dev’essere certamente migliorata. Oltre all’economia, l’embargo ha avuto delle conseguenze pesantissime sulla sanità e sulle infrastrutture. Per fare un esempio, ad agosto ha smesso per alcuni giorni di funzionare l’unica centrale elettrica della Striscia (la stessa che era stata bombardata un anno prima), perché l’Unione europea, sospettando che Hamas volesse finanziarsi attraverso una tassa sulla bolletta dell’elettricità, aveva smesso di pagare il carburante che alimentava la centrale. In un comunicato stampa del 5 settembre 2007, Amnesty riporta questa dichiarazione del vicepremier israeliano Chaim Ramon: «Fisseremo un prezzo per ogni razzo Qassam, in termini di tagli alle infrastrutture. Non continueremo a dare ossigeno sotto forma di elettricità, carburante e acqua mentre stanno cercando di uccidere i nostri figli». Secondo il diritto internazionale, questa si chiama punizione collettiva, ed è una violazione dei diritti umani. La punizione collettiva viola i diritti dei malati di cancro e malattie cardiovascolari, per le quali non ci sono strutture adatte a Gaza, di quelli che si devono sottoporre a operazioni complicate, e che per curarsi fino a qualche mese fa potevano andare negli ospedali israeliani o egiziani. Dal mese di giugno, per andare a farsi curare sul territorio israeliano è necessario ottenere un permesso, autorizzazione che spesso tarda ad arrivare mettendo in pericolo il paziente, se non addirittura provocandone la morte. Secondo il direttore generale della Croce rossa internazionale Angelo Gnaedinger, dopo tre mesi di chiusura quasi totale la situazione a Gaza è «critica». Un’ispezione della Croce rossa in nove ospedali ha evidenziato che la sanità si sta rapidamente deteriorando, e che «molte attrezzature e macchinari per le diagnosi non funzionano più o sono in cattive condizioni».
In questa specie di pozzo senza fondo, in cui a sempre più persone è negato il diritto a lavorare, a spostarsi, a curarsi e perfino a mangiare, inizia a farsi sentire la voce dei palestinesi che non ne possono più.
Ad agosto di quest’anno, nei teatri di Gaza ha avuto un bel successo il lavoro teatrale Chi ha ucciso Watan?, che in arabo vuol dire patria, ma che è anche il nome di un ragazzino dodicenne ucciso durante gli scontri tra le milizie di al Fatah e di Hamas lo scorso giugno. Ecco lo spirito del lavoro nelle parole dell’autore Saed Swerky: «Basta dare sempre la colpa dei nostri problemi a Israele. È venuto il momento di dare la colpa a quelli di noi che hanno portato la catastrofe tra il nostro popolo». Ogni sera, alla fine della rappresentazione, un gruppo di giovani attori chiedono al pubblico «Chi ha ucciso Watan?», puntando il dito contro un gruppo di attori più anziani che portano le bandiere di Hamas, Fatah, Jihad islamica, brigate al-Quds e Iz a-Din al-Qassam: il finale lo decidono gli spettatori, scrivendo il loro verdetto su un foglio di carta. «Molti chiedono clemenza a causa dei soliti argomenti sull’occupazione israeliana – spiega l’autore – ma la maggior parte dà la colpa a Fatah e Hamas, e dicono che sono criminali ai quali manca una visione collettiva, che è colpa loro se la nostra patria è stata persa».
Elisabetta Rovis